domenica, 26 marzo, 2017
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Vie, festival in cerca di quotidianità. Da Pascal Rambert ad Alain Platel: il teatro che ci insegna il mondo. -Di Nicola Arrigoni

"Memorie di un pazzo" regia Levan Tsulade "Memorie di un pazzo" regia Levan Tsulade

Dodici giorni fra Modena, Bologna, Carpi e Vignola per fare un viaggio nel teatro contemporaneo, per toccare con mano – o almeno provarci – la forza internazionale del linguaggio scenico. Vie – il festival ideato da Pietro Valenti e organizzato da Fondazione Emilia Romagna Teatro – con l'ingresso di Bologna l'anno scorso ha perso l'intimità festivaliera per farsi più rassegna, ma anche punto di contatto – soprattutto a Modena – fra l'esperienza festivaliera e l'avvio delle stagioni tradizionali. Quest'anno molti addetti ai lavori hanno lamentato la mancanza di concentrazione di spettacoli, ovvero quella full immersion che nella bulimia del vedere il più possibile nel minor sbattimento possibile ti offre un festival. Per seguire gli appuntamenti importanti di Vie 2015 era necessario spostarsi più volte, fare da pendolari fra Modena, Bologna, insomma investire più giornate in tempi in cui la crisi morde anche sulla possibilità di pernottare o di viaggiare in auto. Aspetti questi che hanno fatto mugugnare più di un critico teatrale, aspetti questi che hanno poi penalizzato non solo la visibilità del festival in sé, ma anche la valutazione di un programma apparso meno ricco dei precedenti. Forse questo è vero per la quantità. Un festival intorno agli appuntamenti clou della giornata organizza una serie di piccoli e medi spettacoli che riempiono e ti offrono la possibilità di vivere in maniera continuativa il fascino del 'facciamo finta che' la realtà sia altra. Ecco tutto ciò da due anni a questa parte manca a Vie Festival. Ma ci si chiede se le esigenze della cronaca teatrale debbano necessariamente condizionare l'organizzazione di un festival. In palio c'è da un lato la possibilità di avere risonanza dei media, dall'altro l'esigenza di intercettare il pubblico, quello vero e non solo quello degli addetti ai lavori. Vie Festival 2015 va in questa direzione, o almeno ci tenta; in maniera coerente rispetto all'azione che da anni porta avanti Pietro Valenti: fare di Modena una città del teatro internazionale, dar vita a un'attività teatrale che chiede alla città di partecipare, che vuole essere corpo integrato nel tessuto culturale modenese, non corpo estraneo. Da qui – nel corso degli ultimi anni soprattutto – la necessità di intrecciare o legare il festival Vie con l'inizio delle stagioni tradizionali, nel segno di una continuità che chiede al pubblico festivaliero e quello abituale e locale di mischiarsi e magari incontrarsi. In questa direzione viene meno parte del corollario festivaliero, per la riduzione delle risorse, per la necessità di dare pari dignità a una piazza come Bologna, per la volontà di raccontare un teatro senza confini e barriere linguistiche ed estetiche che può entrare a far parte della comune fruizione dello spettacolo dal vivo.
Gli appuntamenti di rilievo nel cartellone non sono comunque mancati, soprattutto per quanto riguarda le occasioni internazionali, scaturite da coraggiosi atti produttivi. Un coraggio – per la verità – che non sempre ha dato buoni frutti come nel caso di Memorie di un pazzo di Nikolaj Gogol' per la regia di Levan Tsulade che ha unito attori italiani e georgiani, ma ha offerto una visione del racconto gogoliano un po' naif, polverosa, con l'impressione di volere stupire con effetti speciali che sono parsi un po' ingenui e senza dubbio nel segno di un teatro 'visionario' datato. Detto questo,. Vie Festival 2015 ha offerto occasioni teatrali di assoluto rigore e interesse. Basti pensare al bellissimo e intenso Répétition di Pascal Rampert con Emmanuelle Béart, Audret Bonnet, Stanislas Nordey, Denis Podalydès e Claire Zeller, destinato come accadde per Clôture de l'amour a una versione in italiano all'inizio del 2016, prodotta ovviamente da Ert. Dopo Clôture de l'amour in cui gli interpreti – Audrey Bonnet, Stanislas Nordey nell'edizione francese, Luca Lazzereschi e Anna Della Rosa in quella italiana – hanno offerto la cronaca sublime delle ultime fasi della separazione di una coppia, con Répétition Rambert Pascal prosegue il suo viaggio di indagine e analisi delle relazioni. Questa volta lo spazio è quello di una sala prove, il luogo in cui si tirano le somme delle relazioni e delle speranze attese e disattese di un gruppo di artisti: Emmanuelle (attrice), Audrey (attrice), Denis (scrittore) e Stan (regista), bilancio legato allo spettacolo che stanno provando e per estensione alla relazione che li unisce. Répétition è un crescendo di pensiero, è l'ampliarsi dell'orizzonte, è lo scatenarsi dell'esistenza e del suo flusso su quella comunità di artisti, rinchiusi in una sala prova ma che incarnano l'essere nella contemporaneità, urlano e pretendono la possibilità di un cambiamento, di una ribellione allo stare fermi per poter continuare a credere che nell'atto creativo possa esserci un di più di realtà che ci immette in inattese speranze di verità. E forse il ballo ginnico che chiude lo spettacolo altro non è che la voglia di tornare a spiccare il volo.

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La vita che urge e che brucia, ma raggelata nel ragionare di Pascal Rambert, diventa la vita con i suoi sotterfugi raccontata nel bellissimo El loco y la camisa di Nelson Valente che offre uno scorcio di quotidiano in una famiglia con un figlio ritardato e una figlia in procinto di presentare ai suoi il fidanzato, uno che arriva dai quartieri bene e che sembra promettere un miglioramento di vita. Ciò che accade in scena è l'esplosione della verità ignorata e nascosta, verità che emerge per mezzo dello sguardo lucido ancorché folle del figlio ritardato, che vive in una realtà altra, ma alla fin fine sa bene mettere a fuoco le relazioni e i compromessi di quel quadretto familiare. Ciò che regala El loco y la camisa è uno spaccato di realtà in cui riso e marezza, poesia e naturalezza si intrecciano in un lavoro che non si limita a rappresentare una situazione di vita, ma la fa vivere lì, vera, credibile davanti agli occhi dello spettatore grazie a una scrittura precisa, essenziale nel calibrare le parole saldate al respiro e alla gestualità di un gruppo di attori in magica sintonia: Gabriel Beck, Carlos Rosas, Lide Uranga, Mariana Fossatti, Lulio Greco.
A fronte di questa naturalezza, questo realismo 'magico' argentino il programma di Vie Festival 2015 ha offerto l'azzardo di un Faust goethiano riletto attraverso il linguaggio ieratico dell'Opera di Pechino. Si è trattato di un azzardo, di una scommessa – fortemente voluta da Pietro Valenti – vinta in termini di pubblico, come di critica. E così il Teatro delle Passioni si è riempito ogni sera per un Faust del tutto particolare, per assistere a come un linguaggio antico e apparentemente estraneo come quello dell'Opera di Pechino possa dirci della fabula faustiana, uno dei miti del conoscere e oltrepassare il limite della cultura occidentale. Anna Peschke è riuscita a raccontare l'universalità del teatro e lo ha fatto in maniera fresca, divertita, usando la storia di Faust come fabula e mito che ben si adatta agli stereotipi e caratteri definiti di un teatro popolare – nel senso aulico del termine – come l'Opera di Pechino. La vicenda procede per quadri – cinque in tutto – nessuna scenografia se non un separé, un tavolo, due sedie e la presenza degli attori/danzatori marcatamente caratterizzati: Faust vecchio con barba lunga e posticcia, basta toglierla e la giovinezza diventa un fatto oggettivo, Margerita è innocenza e seduzione al tempo stesso, Mefistofele è movimento e astuzia, Valentino ha una sua comicità buffonesca... in tutto ciò non solo si riconoscono i personaggi della storia, ma si assapora la natura funzionale, stereotipata e universale dei grandi racconti affidati alle grandi prassi teatrali sia questa l'Opera di Pechino, oppure la Commedia dell'Arte, o perché no il teatro dei burattini...

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Sono la vita che scorre e la morte che incombe a dominare l'intenso En avant. Marche! di Alain Platel, in cui il coreografico dimostra la capacità di far esplodere lo spazio scenico e costruire una metafora dell'esistenza intrecciando momenti di rara intensità coreografica, una drammaturgia in cui musica, corpo, parole e diversi idiomi dicono di un'universalità del tema: l'attesa della morte. Ed è ciò che accade a Wim Opbrouck, musicista che suona il trombone e che dichiara di soffrire di un'epitelioma che gli concede non più di un anno di vita; riferimento All'uomo col fiore in bocca di Luigi Pirandello. Questa confessione attraversa l'intera messinscena in cui la solidarietà fra gli orchestrali, i movimenti coreografici, la seduzione di due attempate e lussuriose majorettes d'oro vestite sono un tutt'uno di straziante leggerezza, in cui i musicisti della banda di Modena bene si amalgamano con i musicisti e danzatori di Platel. Ne fuoriesce un lavoro di rara intensità, un omaggio alla vita e alla musica in attesa della morte che si compie nel passo a due bauschano fra Hendrik Lebon e Wim Opbrouck in cui il dolore e la fame di vita sono un tutt'uno. Ed è questa compattezza formale ed espressiva che fa di En Avant. Marche! un piacere per gli occhi e un'esperienza di intensa emozioni, cosa che non accade con Go Down, Moses della Societas Raffaello Sanzio, un viaggio nel dolore, nell'insignificanza di un mondo che si affida alla Scrittura per trovare un impossibile bandolo della matassa. Installazione piuttosto che teatro, Go Down, Moses procede per quadri, trasporta la scrittura biblica in immagini, immagini che deflagrano in una contemporaneità angosciante – la donna che perde sangue e il figlio in un cesso d'un locale – per approdare alla rivisitazione del mito, all'origine dell'umana specie attraverso il pertugio di una tac. Quel passaggio d'indagine clinica diventa ingresso nella grotta 'platonica?' dei primitivi, con vaghe attinenze alle prime scene di 2001 Odissea nello spazio di Kubrick; visione di un mondo ancestrale che ricomincia dal mistero del pensiero/gesto religioso. Tutto questo assume in Go Down, Moses di Romeo Castellucci un sapore autoreferenziale di compiacimento formale che nulla comunica a una platea esclusivamente composta di addetti ai lavori che rispondono con un applauso di circostanza. E lo spettacolo della Societas Raffaello Sanzio – non facile da vedersi nei teatri italiani e quindi giustamente da proporre – racconta di un teatro autoreferenziale, forse ripiegato su se stesso, soddisfatto di condividere un comune linguaggio iniziatico. E' questo un aspetto che Vie Festival di Ert sta pian piano abbandonando, non perché si conceda a scelte facili e di comodo, ma piuttosto perché cerca di portare il teatro d'arte nella quotidianità della fruizione scenica, chiedendo al pubblico di stare al gioco, ma a un gioco che ha un senso perché dice del mondo che viviamo e non fa del teatro il mondi in cui rifugiarsi. Ed non è una questione da poco...

Ultima modifica il Domenica, 15 Novembre 2015 11:37

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