domenica, 26 marzo, 2017
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Allenare alla bellezza fra regge e castelli. Teatro a Corte, lo stupore e la 'maraviglia' fra Torino e le residenze sabaude.- di Nicola Arrigoni

Grotest Maru Timebank Grotest Maru Timebank

Teatro a Corte dà i numeri: «otto paesi stranieri ospiti, ventisei compagnie coinvolte, una vetrina dedicata allo spettacolo dal vivo tedesco, due dimore sabaude mai visitate prima, un'attenzione particolare al tema di Expo, Nutrire il Pianeta e tutta una serie di iniziative collaterali agli spettacoli per incoraggiare il turismo culturale», dichiara Beppe Navello, direttore della Fondazione Teatro Piemonte Europa. Non solo Torino, ma anche Agliè, Villa Reale di Fontanafredda, il castello di Racconigi, quello di Rivoli, la Palazzina di Caccia di Stupinigi, piuttosto che il parco di Venaria Reale hanno fatto da scenario unico al fitto e articolato programma di Teatro a Corte in cui danza contemporanea, teatro di figura, musica e nouveau cirque si intessono, in nome di uno stupor mundi che conquista non solo gli addetti ai lavori. Ecco perché dire di Teatro a Corte significa anche abbozzare, o almeno tentarci, una riflessione più generale sui festival e sulla loro penetrazione nei territori che li ospitano. Raccontare un festival è narrare una storia, una storia che si compone di luoghi, tempi e immagini, una storia che nel caso di Teatro a Corte fa dello stupore, della meraviglia tratti distintivi che sanno attirare l'attenzione di un pubblico variegato e attento, curioso e itinerante.
Per giardini e castelli in preda alla 'maraviglia' – Il teatro en plein air, oppure ospitato in luoghi non deputati ha già di per sé un suo fascino particolare, in grado di attirare anche chi al linguaggio della scena non è necessariamente interessato. Così può accadere che nel Gran Parterre della Reggia di Venaria gli spettatori siano chiamati a vestire i panni inconsapevoli pietanze, ospitati all'interno di una pentola/trenino che li porta a conoscere la provenienza, le caratteristiche dei cibi che mangiamo, in un divertente Falso convitto, questo è il titolo del percorso scenografico, allestito da Alice Delorenzi. Il punto di riferimento è certo la 'maraviglia' barocca, i grandi apparati che accompagnavano i banchetti reali e papali, una citazione che nulla toglie alla piacevolezza dell'esperienza in cui i chilometri che le merci devono percorrere e il costo in benzina, piuttosto che le tecniche di preparazione dei cibi chiedono al pubblico di essere parte attiva di una riflessione sul cibo e sulla sua contraffazione che alla fine ci fa dire: siamo tutti fritti, o meglio cucinati a puntino per soddisfare le esigenze delle grandi lobbies dell'industria alimentare. Il discorso etico-politico convive con la piacevolezza e lo stupore di un percorso scenico che usa con intelligenza e gusto le geometrie dei giardini di Venaria.

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Nel connubio di performance e spazio si pone l'intenso Voglio voglia di Andrea Costanzo Martini, un pas de deux condiviso con la danzatrice israeliana Adi Weinberg. Il contesto scenico è quello della sala delle feste della Palazzina di Caccia di Stupinigi e ciò che mette in scena Voglio voglia è la sfida e il corteggiamento, la voglia e il desiderio erotico di due corpi, di due 'animali' che sono ora cervo – simbolo della residenza sabauda -, ma anche un uomo e una donna che si attraggono e respingono, che si studiano, annusano, toccano prima di concedersi l'uno nelle braccia dell'altra. Dai corteggiamenti amorosi degli animali, al tormentone pubblicitario dei Ferrero Rocher «Ambrogio avverto un certo languorino... non è proprio fame è voglia di qualcosa di buono», Voglio voglia di Martini sa coniugare tensione coreografica e ironia. La tecnica corporea di rara intensità si coniuga con un 'narrato' costruito su spiazzamenti, su momenti di grande dolcezza e altri di sfida, sull'irrompere di un aspetto ironico che stempera i toni. Tutto ciò permette uno sguardo alla distanza di quel rito comune che è la voglia dell'altro, una voglia che diventa caccia alla preda amorosa e delicato equilibrio fra dominio e sottomissione in un gioco di corpi e di abbracci esaltato dalle illusioni quadraturistiche della sala delle feste di Stupinigi. E' per contrasto che agisce 8 Songs della Gandini Juggling, compagnia di giocoleria fra le più apprezzate, collettivo inglese che con clave e palline sa fare miracoli e sa raccontare anche la rivoluzione del rock/pop fra anni Sessanta e Ottanta. E' questo che il gruppo propone con 8 songs, un percorso lungo otto brani, spaziando da Bob Dylan a David Bowie, ai Rolling Stones in cui brani celeberrimi fanno da tappeto sonoro ad una serie di numeri di giocoleria che divertono e si pongono in contrasto con l'architettura della Palazzina di Caccia in cui l'armonia del susseguirsi delle finestre fa da sfondo al volteggiare armonico di clave e palle che gli artisti anglosassoni maneggiano con leggera e affascinante maestria.
In teatro appese per i capelli – Senza voler esaurire il ricco programma di Teatro a Corte in queste note, vale la pena sottolineare come asse portante della programmazione, firmata da Beppe Navello e dal suo staff – sia la volontà di offrire agli spettatori sguardi oltreconfine, far conoscere compagnie e artisti mai passati per l'Italia, insomma fare quello che dovrebbero fare i festival: offrirsi come vetrine di ciò che non è dato abitualmente vedere nelle stagioni tradizionali di teatro. Per questo la stessa scansione del festival in tre intensi fine settimana ha proposto momenti più o meno compatti e coerenti dedicati al nouveau cirque, alla danza contemporanea, piuttosto che al teatro di figura che all'estero non è considerato un 'genere minore' come troppo spesso accade in Italia. Insomma Teatro a Corte ha – se possibile – di-mostrato e mostrato che il teatro è nel suo intimo intreccio di linguaggi diversi, per cui anche la bizzarria di appendersi per i capelli diviene un'occasione per incuriosire lo spettatore, far correre qualche brivido per quelle chiome usate a mo' di funi, modello Raperonzolo... Tutto ciò accade in Capilotractées in cui le artiste finlandesi: la funambola Sanja Kosonen e la trapezista Elice Abonce costruiscono uno spettacolo di acrobazie e volteggi aerei possibili grazie alle loro chiome raccolte intorno ad anelli che fungono da appigli per 'dolorose?' lievitazioni che fanno chiedere a grandi e bambini come possano sopportare il peso l'una dell'altra, se in quell'appendersi i capelli possano reggere e come. A fronte della curiosità su 'dove è il trucco', su 'come fanno', forte è anche l'impronta ironica e poetica al tempo stesso di Capilotractées in cui abilità e non solo inchiodano il pubblico di ogni età. Ed è la gravità come sfida che intesse gli intensi 17 minuti performativi di P = mg di Jann Gallois, una sorta di elzeviro coreografico, un pezzo di bravura e armonia che fluisce con delicata precisione esecutiva e in cui tecnica e tensione poetica sono un tutt'uno. Anche in questo caso l'abilità diviene un tratto distintivo della performance, un motivo di attenzione che nulla toglie al lavoro in sé, ma che comunque può dirsi il tratto distintivo di Teatro a Corte in cui i linguaggi dell'espressione corporea e figurativa vengono tesi e messi dolcemente sotto pressione per impressionare, pur senza togliere poesia e scadere nel virtuosismo fine a se stesso.
Luoghi, pubblico, animazioneTeatro a Corte rappresenta un festival sui generis in cui le esigenze estetiche si sposano con quelle politiche e culturali di una città e di un territorio. La scelta di 'animare' le residenze sabaude è scelta coraggiosa e volta ad accendere i riflettori su luoghi di bellezza, magari trasformandoli grazie all'arte multiforme del teatro, della danza e del circo. Anche per questo l'aspetto coreografico e visivo diventa determinante in un cartellone in cui alla volontà di offrire esempi di ciò che accade oltre confine in tema di arti performative si intreccia con la necessità politica di promuovere, dare visibilità agli spazi monumentali alle porte di Torino. Per carità, nulla di nuovo – a inizio anni Settanta operazioni simili venivano definite di 'decentramento culturale' – ma certo in tutto ciò c'è la consapevolezza – e non è poca cosa – che se si offre una programmazione per sua natura unica, con spettacoli curiosi e accessibili a un vasto pubblico, se si gioca sulla fame di 'maraviglia' di questi nostri tempi così poco meravigliosi il teatro può diventare un mezzo straordinario non solo per allenare alla bellezza, ma anche per valorizzare i luoghi carichi di storia, arte e bellezza appunto di cui l'Italia è straordinariamente ricca. Ecco perché Teatro a Corte a differenza di altre realtà festivaliere che rischiano la autoreferenzialità teatrale si apre al pubblico, agli spazi inediti, si offre come servizio di animazione e di promozione di un territorio attraverso il linguaggio meno globale e mediatico della comunicazione: il teatro che chiede a chi lo fa e a chi lo fruisce di essere lì insieme, nello stesso tempo, nello stesso luogo a scambiarsi emozioni vere e non mediate.

Ultima modifica il Venerdì, 21 Agosto 2015 13:12

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