domenica, 30 aprile, 2017
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Festival d'Avignon (4-25 luglio 2015) diretto da Olivier Py - Teatro In.- di Gigi Giacobbe

"Riccardo III", regia Thomas Ostermeier "Riccardo III", regia Thomas Ostermeier

In questa 69ª edizione del Festival d'Avignon brillavano le stelle del tedesco Thomas Ostermeier e del polacco Krystian Lupa, vincitori il primo del Premio Europa Nuove Realtà Teatrali assegnato a Taormina nel 2000, il secondo del Premio Europa per il Teatro conferitogli a Breslavia (ex Wrocław) nel 2009. Non ho visto lo spettacolo di Lupa tratto da un testo del 1984 di Thomas Bernard titolato A colpi d'ascia e in francese Des arbres à abattre, ma non ho perso il poderoso Riccardo III shakesperiano secondo Ostermeier, naturalmente in tedesco sottotitolato in francese e abiti contemporanei, messo in scena nel centralissimo Teatro Opera Grand Avignon, pieno zeppo in tutti i suoi posti e accolto con calorosi applausi e ovazioni finali, (ma è stato sempre così per tutti gli altri spettacoli cui ho assistito) indirizzati all'ottima interpretazione di Lars Eidinger nel ruolo del titolo, che caracollava sulla scena come un ragno velenoso con gobba posticcia sulla spalle e una sorta di cuffia di pelle nera in testa tipo quella dei giocatori di rugby o dei boxeur: quasi una rock-star in grado di fare Tarzan lanciandosi dal palco alle prime file con le mani appese ad un simil-lunga-liana con filo elettrico, su cui stava attaccato un microfono e una telecamerina: un finto-andicappato nel corpo ma lucidissimo nella mente, che aveva come unico obiettivo - passando attraverso una serie di ammazzamenti ammiccamenti e ruffianerie varie - solo e soltanto il potere regale e che tuttavia avrebbe finito i suoi giorni appeso con testa in giù come carne da macello.- Oltre al Re Lear con la regia di Olivier Py, il terzo Shakespeare del festival al Théâtre Benoit XII, in lingua portoghese sottotitolato in francese, era incentrato sulla storia d'amore e di morte di Antonio e Cleopatra che i due protagonisti, Vitor Roriz e Sofia Dias (in cinta), per disegno registico di Tiago Rodrigues, ci restituivano in una forma nuova, ovvero dialogando per la più parte in terza persona, creando un effetto oltremodo straniante, impersonale, quasi glaciale, come se la loro passionale storia, portata sugli scudi nell'omonimo film dell'accoppiata Taylor-Burton (di cui s'individuavano le loro immagini su un LP accanto ad un impianto stereo) riguardasse altri innamorati. Di rilievo la scena di Ângela Rocha, in stile Calder, raffigurante tre segmenti metallici che tenevano in equilibrio due coppie di specchi colorati in blu e giallo, le cui ombre proiettate su un fondale grigio creavano delle pitture in movimento.

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Due gli spettacoli argentini in lingua spagnola, rispettivamente Dinamo su testo e messinscena di Claudio Tolcachir, Melisa Hermida, Lautaro Perotti al Gymnase du Lycée Mistral e Cuando vuelva a casa voy a ser otro (Quando rientrerò a casa io sarò un altro) di Mariano Pensotti a La Fabrica. Il primo giocato all'interno d'uno spaccato di caravan da parte di tre protagoniste di nazionalità diverse (Marta Lubos, Daniela Pal, Paula Ransenberg) alla ricerca di solidarietà e affetto, il secondo incentrato su una storia realmente vissuta dal padre dello stesso Pensotti, un rivoluzionario militante, che durante la dittatura argentina nasconde oggetti compromettenti nel giardino della casa paterna, senza poterli più trovare alla fine di quel nero periodo e come poi, il nuovo proprietario di quella casa, solo di recente, volendo fare una piscina scopre quel sacco e lo restituisce al legittimo proprietario. Una sorta di vaso di Pandora che una volta aperto riporta i personaggi della pièce, spesso calati in ruoli di cantanti e musicisti di band musicali, a ri-vivere su un doppio tapis roulant (la scena era di Mariana Tirantte suoi pure i costumi) un passato di miti personali e familiari e un presente socialmente e politicamente diverso, più aperto, certamente migliore.

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Parecchi gli spettacoli di Teatro-Danza: A mon seul désir di Gaelle Bourges al Gymnase du Lycée Saint-Joseph, che si rifà al sesto arazzo de La Dame à Liocorne, leggiadramente danzato da quattro nude protagoniste, vestite solo con maschere raffiguranti un coniglio, una scimmia, un pappagallo e una volpe e poi due di loro che indossano quelle d'un leone e d'un sensuale liocorno, accarezzato da una madonna in abiti medievali, con un finale altrettanto nudo da parte d'una trentina di figuranti. Movimenti astratti con ritmi intensi, frenetici e musiche assordanti con fumi a forma di cerchio caratterizzano Jamais assez di Fabrice Lambert al Gymnase du Lycée Aubanel, le cui coreografie di stampo ecologico, cui hanno dato vita una decina di ballerini, s'ispirano a quel progetto denominato Onkalo, il cui enorme cantiere realizzato in Finlandia prevede lavori già cominciati 10 anni fa e che dureranno 100 anni per seppellire 250.000 tonnellate di rifiuti radioattivi nel mondo dichiarati nocivi per 100.000 anni, facendo sembrare che il nucleare sia un buon affare salvo per i cittadini che gettano la spazzatura nei cassonetti. Alla Cloitre des Carmes è andato in scena Le bal du Cercle ad opera di Fatou Cissé, lei stessa ad intrecciare danze al ritmo di musiche molto ritmate a base di percussioni, assieme ad una cinquina di sue colleghe (qualcuna somigliante alla sensuale Grace Jones): uno spettacolo ispirato al Tanebeer, una pratica tribale riservata alle donne del Senegal, agghindate con coloratissimi abiti e copricapo, simili a quelli d'una sfilata del Carnevale di Rio e felici di muoversi come delle mannequin in un défilé di moda dai forti connotati erotici o come dei boxeur intorno ad un ring. Anche la coreografa Eszter Salamon, originaria dell'Europa dell'Est, per il suo Monument 0: Hanté par la guerre alla Cour du Lycée Saint-Joseph si rifà ad alcuni avvenimenti che ricalcano espressioni del passato, appropriandosi in particolare di quelle danze popolari e tribali provenienti da varie regioni del mondo, segnate da guerre e conflitti legati alla storia dell'Occidente. E così i sei danzatori in scena somigliano a dei guerrieri con il cranio a forma di teschio, a delle figure antropomorfe, scimmiesche quasi, a degli zombi pittati di nero o a delle siluette dai visi mascherati avvolti da larghe gorgiere o a fantastici e surreali personaggi che sprigionano vitalità e una forte energia positiva. Il tema della guerra è molto ben visibile nel bellissimo Retour à Berratham propiziato alla Cour d'Honneur des Papes dalla scrittura di Lauren Mauvignier e dalle coreografie di Angelin Preljocaj, che ha come protagonista un uomo che ritorna a Barratham dopo la guerra nell'ex Jugoslavia, alla ricerca di Katja, la donna che ama. Sulla scena di Adel Abdessemed composta nei tre lati da una sorta di muro di telai metallici giacciono un'infinità di sacchetti neri di spazzatura e agli angoli sono ben visibili due catorci di automobili incendiate e una grande stella illuminata. Quattordici i bravissimi ballerini in scena a rendere visibile ciò che una voce fuori campo racconta e per voce di Mauvignier "questa storia è ugualmente l'onda dello choc della violenza, della memoria sanguinosa, dell'istinto della sopravvivenza". Ad ogni mezzogiorno delle tre settimane del Festival, tranne i lunedì, grazie ai registi Valerie Dreville, Didier Galas, Gregoire Ingold, i numerosi allievi della Scuola Regionale degli Attori di Cannes hanno letto con enfasi drammatizzata La Repubblica di Platone, ponendosi alcuni attorno ad un tavolo, altri qua e là in mezzo al numerosissimo pubblico del Giardin Ceccano, difendendo ognuno la propria visione politica. Il lavoro molto teatrale, realizzato da D'Alain Badiou in ventiquattro sequenze, è una riflessione sulla giustizia dell'uomo, sull'organizzazione politica e sulla querelle dei filosofi per delineare la città ideale, in cui Platone appare un nostro contemporaneo, lì dove in particolare si rimarcava quel passaggio di Ménon, in cui Socrate interpellando uno schiavo stabilisce che costui sarà capace di capire un difficilissimo problema di geometria. Molto interessante ma anche difficile da seguire la Trilogie du revoir ad opera di Botho Strauss realizzata nel Gymnase du Lycée Aubanel da Benjamin Porèe, ruotante intorno ad argomenti che riguardano la pittura, il teatro, la fotografia e la letteratura. Una riflessione sulle immagini che consente al regista di esplorare le crisi che avviluppano gli esseri umani senza punti di riferimento. Lo spettacolo di tre ore senza intervallo, si svolge all'interno d'uno spazioso salone con una grande vetrata sul fondo in cui staziona, nella scena di Mathieu Lorry-Dupuy (i costumi di oggi sono di Marion Moinet) un lungo divano in cui ci si può sedere d'ambo i lati. Qui ogni anno si ritrovano in villeggiatura gli amici delle Arti per scoprire in anteprima la nuova mostra di Moritz (Sylvain Dieualde) direttore d'un museo sperduto nella natura. La discussione sulle opere, ma anche il loro modo di conoscersi rivela subito la loro solitudine e la disperazione che li avvolge. Un lavoro ben recitato da tutta la compagnia formata da 17 attori, le cui donne fanno da accessorio ai loro mariti appartenenti alla classe medio borghese. Infine Fugue di Samuel Achache pure regista alla Cloitre des Celestins ambientato in una scalcagnata baracchetta ai confini del Polo Sud (la scena è di Lisa Navarro e Francois Gauthier-Lafaye) in cui la sabbia bianca tutt'intorno imita le distese di neve e di ghiacciai. Uno spettacolo ricco di musiche con i personaggi agghindati con giubbottoni pesanti e occhiali da scalate alpine (costumi di Pauline Kieffer con l'aiuto di Dominique Founier) che oltre a recitare e suscitare grande ilarità con i loro numeri, sanno cantare con voce da soprano o da contralto e suonare il piano, il violoncello, la tromba, l'oboe la chitarra brani di Bach.

Ultima modifica il Martedì, 28 Luglio 2015 21:13

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