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“Il bugiardo” di Carlo Goldoni, regia di Alfredo Arias, al Castel Sant’Elmo- Piazza D’Armi per Napoli Teatro Festival 2015.- di Gigi Giacobbe

"Il Bugiardio", regia Alfredo Arias. Foto Salvatore Pastore "Il Bugiardio", regia Alfredo Arias. Foto Salvatore Pastore

Sembra uno spettacolo più da tournée estiva che non da Festival Internazionale, qual è quello di Napoli, questa edizione de Il bugiardo di Goldoni adattato da Geppy Gleijeses e da Alfredo Arias, pure regista, andato in scena nella bella location del Castel Sant'Elmo da dove si può ammirare l'intera città partenopea a 360° comprese le isole. Da non riconoscere quasi quel fine metteur en scene franco-argentino (Arias appunto) che ci aveva deliziato negli anni passati con le sue Peines de cœur d'une chatte anglaise e poi pure francaise e altre chicche che lo contraddistinguevano. Uno spettacolo familiare, potremmo dire, come nelle antiche tradizioni teatrali, in cui il capocomico, qui Gleijeses padre nei panni del protagonista Lelio, s'attornia del figlio Lorenzo, invero bravo nei costumi funambolici di Brighella e Arlecchino, della compagna Marianella Bargilli elegante negli abiti di Rosaura, dell'amico Andrea Giordana autorevole nel ruolo di Pantalone, del figlio di quest'ultimo, Luchino, che cerca d'interpretare il poeta bolognese Florindo e poi la triade restante di Valeria Contadino (Beatrice, sorella di Rosaura), Mauro Gioia (un Ottavio con bautta sul viso in grado pure di cantare) e Luciano D'Amico (Dott. Balanzone padre delle due donne). Come si sa Goldoni prese il soggetto della sua commedia da Le menteur di Corneille rafforzandone le tinte in più punti, offrendo al personaggio centrale più d'un motivo per mettersi in mostra. Del resto questo fa Geppy Gleijeses sulla scena di Chloe Obolensky (suoi pure i costumi), costruita con quinte di legno scuro che chiudono centralmente in fondo l'immagine dipinta d'una approssimativa Venezia col suo Canal Grande, prendendo ogni spunto per gigioneggiare, afferrare qualche applauso e sbandierare ai quattro venti che è meglio vivere una vita spericolata, magari raccontando bugie, o spiritose invenzioni come lui le chiama, piuttosto che accettare passivamente che il mondo passi davanti ai suoi occhi in modo sterile e monotono. Eccolo così dire a Rosaura che il sonetto e il pizzo prezioso inviatole da Florindo siano opera sua; raccontare ad Ottavio, innamorato di Beatrice, d'essere stato accolto allegramente; mentire al padre Pantalone d'essere sposato con un'altra donna quando lo si vuole far sposare con Rosaura; menzogne su menzogne che metteranno nel sacco questo bugiardo patentato quando una ragazza da lui ampiamente strombazzata giungerà da Roma reclamando di farsi sposare da colui che apparentemente capitolerà, assumendo il lavoro i connotati d'una farsa in cui Lelio raffigura un momento di transizione tra le maschere della commedia francese e quelli che diventeranno i singolari personaggi goldoniani.-

Ultima modifica il Domenica, 21 Giugno 2015 12:46

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