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51° Ciclo di Rappresentazioni Classiche Teatro Greco di Siracusa (15 maggio-28 giugno 2015).-di Gigi Giacobbe

Valentina Banci in "Medea", regia Paolo Magelli Valentina Banci in "Medea", regia Paolo Magelli

"Medea" di Seneca

Traduzione Giusto Picone
Adattamento teatrale Paolo Magelli
Regia Paolo Magelli
Scena e costumi Ezio Toffolutti
Musiche Arturo Annecchino
Regista assistente Luca Cortina
Assistente alla regia Franca Maria De Monti. Collaborazione scenica Mark Boldin
Progetto audio Vincenzo Quadarella, Progetto luci Elvio Amaniera
Costumista assistente e responsabile sartoria Marcella Salvo, Collaborazione Sartoria Alessia Ancona
Responsabile trucco e parrucco Aldo Caldarella, Direttore di scena Mattia Fontana
Fotografo di scena Maurizio Zivillica
PERSONAGGI E INTERPRETI: (o.a.)
Medea Valentina Banci
Giàsone Filippo Dini
Creonte Daniele Griggio
Nutrice Francesca Benedetti
Messaggero Diego Florio
Corifee Elisabetta Arosio, Simonetta Cartia, Giulia Diomede, Lucia Fossi, Clara Galante, Ilaria Genatiempo, Carmelinda Gentile, Viola Graziosi, Doriana La Fauci
Corifei Enzo Curcurù, Lorenzo Falletti, Diego Florio, Sergio Mancinelli, Francesco Mirabella
Bambini Francesco Bertrand, Gabriele Briante
Costumi Laboratorio di sartoria Fondazione Inda Onlus
Scenografie Laboratorio di scenografia Fondazione Inda Onlus

Sin dal suo primo apparire sulla skené disseminata da una serie di pozzanghere salmastre con accanto cumuli di sabbia che simulano montagnette di sale, qualcuna con una sfilza di remi, non distanti da una sorta di casa bianca a forma d'un teleobiettivo fotografico situato accanto ad una serie di paratie biancastre utilizzate come quinte evidentemente (la brutta scena è di Ezio Toffolutti, suoi pure i costumi inizio scorso secolo), la Medea di Valentina Banci con basco in testa, impermeabile pantaloni e maglia tra il beige e in verdolino chiaro, appare già andata via di testa. Tant'è che subito dopo si strappa le vesti, indossa una lunga veste bianca con velo in testa da sposa e viene fatta girare come una bambola fra le braccia delle otto corifee agghindate con lunghi abiti anni 20' e cappellini di varie fogge, mentre gli otto corifei indossano vestiti chiari e borsalini in testa. È una Medea questa di Seneca, nel disegno registico di Paolo Magelli, che odora d'una Mitteleuropa d'antan, che può rinvenirsi nei romanzi di Mann o di Svevo o nei film di Visconti, in cui si sono già affermate le teorie sull'isteria di Freud e s'affacciano quelle ancora più specifiche di Wilhelm Reich sulla rivoluzione sessuale e sulla follia dell'amore. Medea non può, non vuole credere che il suo Giasone, con cui ha condiviso la conquista del vello d'oro, che gli ha dato due figli e che per lui ha commesso i delitti più esecrabili, l'abbia lasciata per un'altra donna. Il cervello le va in tilt, ancor di più quando il re Creonte le intima di lasciare Corinto, concedendole solo 24 ore di permanenza, dopo di che questa sorta di direttore d'albergo di bianco vestito o di croupier di casino impersonato da Daniele Griggio, non le consentirà più di fare un'ultima puntata nella roulette della vita. Deve andare in esilio Medea, lasciare i figli a Giasone e consegnare alla futura sposa, Creusa, il suo uomo. Non c'è nessuno in grado di farla ragionare, neppure la sua nutrice, ammantata tutta di nero quella di Francesca Benedetti, carismatica come sempre, dalla voce antica e profonda in questo suo cameo al Teatro greco di Siracusa. La Medea della Banci scalpita su tutta la sabbiosa scena, sembra un'indiavolata che butta all'aria i giocattoli dei suoi figli prendendoli da una grande cassa, una tarantolata che all'apparire del suo Giasone (Filippo Dini con barbetta, impermeabile color sabbia e dalla voce stridula) gli salta addosso cercando un amplesso che lui subisce, ribellandosi e maltrattandola poi violentemente, intimandole infine d'andare via, perché solo così quella terra si purificherà. Un invito amplificato dagli stessi corifei e corifee che accennando ad eleganti passi di tango inviteranno la barbara maga a fare fagotto per non tornare mai più in quei luoghi. Medea è disperata, non sa a chi rivolgersi, ad un tratto uscendo fuori dalla scena cercherà aiuto fra il pubblico salendo di corsa i gradoni della cavea, poi infine ecco mettere in atto le sue vendette. In primis farà avere tramite uno dei suoi bambini un mantello magico per Creusa, che appena indossato prenderà fuoco, cui seguirà la morte di Creonte per spegnere quelle vampe. Uccisioni di cui si vedranno solo i fumi che saliranno tutt'intorno all'impianto scenico. Subito dopo, agendo come un'estranea, Medea ucciderà con fredda determinazione i suoi due figlioletti alla presenza del pubblico e non come in Euripide dietro la skené. Certo Giasone vorrebbe morire anche lui, ma la donna non se ne cura e lo spettacolo si chiude non con Medea che fugge in alto su un carro magico trascinato dai dragoni, ma rannicchiata a terra, chiusa nel suo abito dorato, con tutti i corifei dai visi lordi di fuliggine che a turno le svuoteranno addosso sabbia e cenere dai loro secchi rossi, ricoprendole la testa e il suo infinito dolore. La traduzione era di Giusto Picone, le musiche di Arturo Annechino e accanto ai già citati interpreti, apparivano il messaggero di Diego Florio e l'argonauta di Enzo Curcurù.-


 

Ifigenia in Aulide di Euripide
Traduzione Giulio Guidorizzi
Regia Federico Tiezzi
Scene Pier Paolo Bisleri
Costumi Giovanna Buzzi
Assistente costumista Ambra Schumacher
Musiche Francesca Della Monica, Ernani Maletta
Consulenza musicale Sandro Lombardi
Regista assistente Giovanni Scandella
Assistente alla regia Stefano Puglisi
Progetto luci Gianni Pollini
Progetto audio Vincenzo Quadarella
Costumista assistente e responsabile sartoria Marcella Salvo
Responsabile trucco e parrucco Aldo Caldarella
Direttore di scena Marco Albertano
Fotografo di scena Franca Centaro
PERSONAGGI E INTERPRETI: (o.a.)
Agamennone Sebastiano Lo Monaco
Vecchio Gianni Salvo
Corifee Francesca Ciocchetti, Deborah Zuin
Menelao Francesco Colella
Clitemnestra Elena Ghiaurov
Ifigenia Lucia Lavia
Achille Raffaele Esposito
Araldo Turi Moricca
Musicista Giorgio Rizzo
Oreste bambino
Accademia d'Arte del Dramma Antico, sezione Scuola di Teatro "Giusto Monaco":
Coro donne Alice Canzonieri, Martina Cassenti, Federica Cavallaro, Aurora Cimino,
Eleonora De Luca, Valentina Elia, Roberta Giordano,Deborah Iannotta,
Clara Ingargiola, Laura Ingiulla, Virginia La Tella, Anita Martorana,
Maddalena Serratore, Cinzia Coniglione, Sabrina Sproviero, Giulia Valentini,
Arianna Vinci, Rossella Zagami, Claudia Zappia
Coro uomini Gianluca Ariemma, Valerio Aulicino, Dario Battaglia,
Alessandro Burzotta, Nicasio Ruggero Catanese,
Dario Fini, Marcello Gravina, Ivan Graziano, Riccardo Masi, Vincenzo Paterna,
Vladimir Randazzo, Sebastiano Tinè
Costumi Laboratorio di sartoria Fondazione Inda Onlus
Scenografie Laboratorio di scenografia Fondazione Inda Onlus

lomonacosira15

« Se tu non sacrifichi a me tua figlia Ifigenia i venti saranno sempre contrari alla navigazione e le tue navi non potranno partire per la guerra di Troia ». E' questo in sintesi ciò che dice Artemide ad Agamennone per bocca dell'indovino Calcante. Un aut-aut perché l'Ifigenia in Aulide di Euripide è forse una delle tragedie più ricche di contrasti e di mutamenti psicologici della letteratura greca. Certamente un padre pacifista avrebbe mandato a quel paese dea, navi e spedizione bellica e non avremmo poi studiato a scuola l'Iliade, accontentandoci forse solo dell'Odissea o di quell'episodio della Genesi (22,2-13) in cui si racconta di Dio che per mettere alla prova la fede di Abramo, gli ordina di sacrificare sul monte Moriah il proprio figlio Isacco e quando l'uomo sta per sgozzarlo un angelo scende a bloccarlo e gli mostra un ariete da immolare come sacrificio sostitutivo. Episodio, guarda caso, che riguarda l'epilogo dell'opera euripidea, quello del sacrificio di Ifigenia, pare opera postuma d'un Bizantino, in cui la fanciulla viene salvata da Artemide e sostituita con una cerva. Un coup de théâtre che Federico Tiezzi nella sua devota messinscena al Teatro greco di Siracusa risolve con una sorta di lampo al magnesio e sparizione di Ifigenia, vestita da una brava e soave Lucia Lavia in abiti color arancio, come il coro che l'accompagna, avendo alle spalle un boia con maschera nera come da iconografia mediatica sbandierata dai jhadisti dell'Isis. Un finale festoso poi con il coro che indosserà dei copricapo da cerve. Certamente ha avuto un gran daffare il dark Sebastiano Lo Monaco a calarsi nei panni di Agamennone, riuscendoci comunque con una pacatezza e una misura che non gli conoscevamo, combattuto in più momenti quale sarebbe stato il modo migliore per dire la terribile verità alla moglie Clitennetra ( superba la prova di Elena Ghiaurov, con lungo abito bianco e mantello bordeaux, eccedendo a volte in enfasi per troppo generosità) e alla figlia Ifigenia. Sceglie di scrivere due lettere Agamennone. Nella prima s'inventa un matrimonio inesistente tra Ifigenia e un ignaro Achille (quello di Raffaele Esposito che si vanta che centinaio di ragazze gli vengono dietro), nella seconda scrive che moglie e figlia che se ne stiano al paesello e non partano. Lettera questa intercettata dal fratello Menelao (Francesco Colella) che gliele canta di santa ragione, accusandolo di tradimento e d'essere un padre tutto cuore. Quando poi giungono sulla scena Clitennestra e Ifigenia, e Menelao è commosso del dolore del fratello al punto di rinunziare alla spedizione, Agamennone torna sui suoi passi e decide di sacrificare la figlia, e tutt'intorno un rettangolo di fuoco deciderà i loro destini, presente pure il piccolo Oreste. Ma più notevole è il mutamento che avviene nell'anima di Ifigenia. Se prima supplicava il padre perché le risparmiasse la vita, quella vita che lei ha sempre amato e che per lei le nozze erano un sogno, adesso trova gloriosa e necessaria la sua morte, che affronterà come se si avviasse a partecipare ad una festa. "Tutta la Grecia mi guarda", dice, "La mia vita dovrebbe impedire che i soldati greci periscano per colpa mia ... è giusto che i greci comandino sui barbari" e il pensiero di essere l'eroina, la salvatrice della patria, la conforta moltissimo, sostenuta pure da quel canto finale di Goran Bregovic titolato Ederlezi. Spiccavano sull'ampia skené sabbiosa tre navi color piombo, un cavallo alato e un toro dorato ai lati della scena ad opera di Pier Paolo Bisleri, mentre i costumi erano di Giovanna Buzzi. Si sente e si vede la presenza del vecchio schiavo Gianni Salvo con zucchetto rosso in testa unitamente alle due corifee Francesca Ciocchetti e Deborah Zuin e poi l'araldo di Turi Maricca e Giorgio Rizzo su un pezzo di roccia bianca che martorizza un tamburo.


Le SUPPLICI di Eschilo

 

Traduzione Guido Paduano
Adattamento scenico in siciliano e greco moderno
Moni Ovadia, Mario Incudine, Pippo Kaballà
Regia Moni Ovadia
Regista collaboratore Mario Incudine
Scene Gianni Carluccio
Costumi Elisa Savi
Musiche Mario Incudine
Movimenti coreografici Dario La Ferla
Assistente scenografo Sebastiana Di Gesù
Assistente musicale Antonio Vasta
Ingegnere del suono Ferdinando Di Marco
Progetto audio Vincenzo Quadarella
Progetto luci Elvio Amaniera
Costumista assistente e responsabile sartoria Marcella Salvo
Responsabile trucco e parrucco Aldo Caldarella
Direttore di scena Vincenzo Campailla, Ilario Grieco
Fotografi di scena Gianni Luigi Carnera, Maria Pia Ballarino
PERSONAGGI E INTERPRETI: (o.a.)
Cantastorie Mario Incudine
Danao Angelo Tosto
Prima Corifea Donatella Finocchiaro
Corifee Rita Abela, Sara Aprile, Giada Lorusso, Elena Polic Greco, Alessandra Salamida
Pelasgo Moni Ovadia
Araldo degli Egizi Marco Guerzoni
Voce egizia Faisal Taher
Musicisti Antonio Vasta (fisarmonica-zampogna), Antonio Putzu (fiati), Manfredi Tumminello (chitarra-bouzouki)Giorgio Rizzo (percussioni)
Accademia d'Arte del Dramma Antico, sezione scuola di teatro" Giusto Monaco":
Danaidi Delfina Balistreri, Federica Cavallaro, Aurora Cimino, Carla Cintolo,
Cinzia Coniglione, Eleonora De Luca, Alice Fusaro, Desiree Giarratana,
Clara Ingargiola, Laura Ingiulla, Virginia La Tella, Maddalena Serratore,
Nadia Spicuglia, Sabrina Sproviero, Arianna Vinci, Claudia Zappia
Donne del popolo Alessia Ancona, Cristina Coniglio, Giulia Goro, Giulia Navarra
Uomini del popolo Alfonso Maria Biuso, Andrea Cannata, Michele Cervello,
Corrado Drago, Gabriele Formato, Gianni Luca Giuga, Marcello Gravina,
Elvio La Pira, Marcello Manzella, Vincenzo Paterna, Paolo PIntabona,
Bruno Prestigio, Francesco Torre
Armigeri- Egizi Antonio Bandiera, Dario Battaglia, Alessandro Burzotta,
Matteo Francomano, Domenico Macrì, Vladimir Randazzo
Costumi Laboratorio di sartoria Fondazione Inda Onlus
Scenografie Laboratorio di scenografia Fondazione Inda Onlus

ovadiasirac

Moni Ovadia la butta sempre in musica, anche se non so se sa suonare qualche strumento. Di sicuro sa cantare, è un grande affabulatore non solo di storielle yiddish, un animale da palcoscenico, parla un'infinità di lingue, compreso il siciliano e il greco moderno che ha sciorinato il lungo e in largo ne Le Supplici di Eschilo al Teatro greco di Siracusa, curandone l'adattamento scenico assieme a Pippo Kaballà e ad un vero talento musicale siciliano di Enna che di nome fa Mario Incudine, in grado, lui si, di suonare un'infinità di strumenti musicali, compreso mandolino e fisarmonica, e di sapere stare (solo da un paio d'anni) sulla scena da attore navigato, come se avesse fatto sempre questo lavoro. Un connubio vincente Ovadia-Incudine: il primo regista dello spettacolo, colto pure ad impersonare il re Pelasgo, il secondo a collaborare alla regia e a vestire i congeniali abiti del "cantastorie" in stile Ciccio Busacca, con qualche nuance di Mimmo Cuticchio, che se ne andava intorno alla scena non su un carretto siciliano ma a pedalare su un triciclo agghindato con immagini dell'opera dei pupi. Nelle loro quattro mani Le Supplici, nella traduzione di Guido Paduano, diventano una tragedia in musica, nel cui incedere grande importanza riveste il coro delle Danaidi guidato dalla prima corifea Donatella Finocchiaro dalla bella voce armoniosa e da una cinquina di altre corifee (Rita Abela, Sara Aprile, Giada Lorusso, Elena Polic Greco, Alessandra Salamida) anche loro in palla, che se non sono proprio cinquanta come vorrebbe Eschilo ma poco meno della metà, ugualmente riescono ad emozionare e trascinare il pubblico nel loro preciso pensiero che è quello di poter scegliere in piena libertà gli uomini che vogliono e non quelli imposti da altri. Argomento sempre attuale, anche se di 25 secoli fa, in cui si racconta di cinquanta fanciulle, figlie di Danao (Angelo Tosto), che per sfuggire alle nozze con i loro cinquanta cugini figli di Egitto, si sono rifugiate con il vecchio padre ad Argo, la città da dove prende origine la loro stirpe, implorando l'ospitalità del re Pelasgo. Quello che Ovadia, corona e kippah in testa, avvolto da un ampio e regale mantello azzurrino, dà il meglio di sé esprimendo a parole e nei fatti la sua grande generosità d'animo, respingendo con fermezza e autorevolezza le intimazioni e le minacce dell'araldo egiziano (Marco Guerzoni), che giunto sulla scena su un gigantesco cavallo metallico, pretende che quelle donne vengano ricondotte in Egitto. E' inutile dire la felicità che esprime il coro con canti e danze, con l'apporto della voce egizia di Faisal Taher, nel ricordo di tutti quei migranti che tentano di giungere sulle nostre rive e con lo stesso Ovadia che rafforza questi istanti aggiungendo che: "io e il mio popolo sovrano siamo i garanti...qui si parla la lingua della libertà" e poi rivolto ad settore della cavea popolata da veri migranti aggiungerà che: "chissi su l'amici mei" (questi sono i miei amici). La colonna musicale a base di stornellate e canti siciliani era scandita da un quartetto affiato di musici ( Antonio Vasta alla fisarmonica e zampogna, Antonio Putzu ai fiati, Manfredi Tumminello alla chitarra e bouzouki, Giorgio Rizzo alle percussioni) posti in alto alla scena firmata da Gianni Carluccio, quasi un'agorà, con voluminoso portale finto-marmo sul fondo tappezzato da piccole foto di persone defunte, (forse quelle di tanti migranti) e spiccavano di lato nove giacomettiane figure argillose, simulacri di divinità argive e al centro confondendosi col terreno sabbioso s'intravedevano una dozzina di tappeti persiani su cui agivano Le Supplici, finte nere con finti seni, vestite con i costumi dai colori vivaci, floreali e geometrici di Elisa Savi.-

Ultima modifica il Venerdì, 22 Maggio 2015 16:55

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