giovedì, 19 ottobre, 2017
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MITEM - Madách International Theatre Meeting, Budapest 2015

Teatro Nazionale di Budapest Teatro Nazionale di Budapest

DOG'S CAGE. View from the top. Bottom view.
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DAKH Centre of Contemporary Art, Ukraine

"Cani in gabbia", regia Vlad Troitskyi
denuncia la sofferenza di un popolo
con: Yevhen Bal', Vasyl' Bilous, Natalka Bida, Maksym Demskyi, Tatyana Havrylyuk, Roman Iasynovskyi, Ruslana Khazipova, Vira Klimkovetska, Solomiia Melnyk, Semen Mozgovyi, Andrii Palatnyi, Nikita Skomorokhov, Tetyana Vasylenko, Vyshnya, Zo
Musiche: Vlad Troitskyi, Roman Iasynovskyi, Solomiia Melnyk

Il bello del teatro è che nel momento in cui si compie il fatto si possono far convergere in esso infiniti segni, belli e brutti, purché facciano teatro, spettacolo, che siano utili allo svolgimento di un tema, di una metafora, di un coinvolgimento emotivo del pubblico.
È quanto ha fatto il regista ucraino Vlad Troitskyi con il suo spettacolo Cani in gabbia, una metafora lunga e densa di effetti, di cui il regista è anche autore di questo assemblaggio di materiali: preghiere, monologhi, canti, grida, sussurri, musica, rumori, oggetti di vita quotidiana, acqua, secchi, falli, strofinacci, luci fluorescenti, cori, pile accese, ferri sbattuti, corse, urla, merda, per lo svolgimento della prima parte, con un pubblico (non più di un centinaio) disposto sui quattro lati ad osservare uno spazio a forma di gabbia, da cui si potevano notare i personaggi sofferenti, imprigionati, torturati, offesi, picchiati, muoversi gobboni per non urtare il soffitto, anch'esso reticolato, che ospitava una parte di pubblico.

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Insomma, una azione teatrale complessa, non semplice da decodificare, con molto compiacimento registico nel volerci visualizzare la sofferenza di un popolo (gli ucraini), con scene d'impatto, da rasentare il cinismo sadico di chi comanda su questo popolo. La seconda parte, il gioco si rovescia, il pubblico che da sopra finisce sotto, dentro la gabbia, seduto che deve guardare con la testa in su, per assistere all'azione spostata in alto, quasi liturgica, anzi totalmente liturgica, con gli stessi attori che prima vivevano come cani in gabbia, adesso sono ieratici, in costumi evocanti sette religiose, dove il buio la fa da padrone, e le luci delle pile, piazzate sui volti, anche, con azioni a volte illogiche come quella di vedere un accanito movimento di tavole di legno disposte sul pavimento con gran chiasso e fatica degli attori e un minuto dopo sollevate e fatte uscire dalla scena con bravi servi di scena e volenterosi attori tutto fare. In questa seconda parte della drammatica pantomima hanno dominato i cori, le lucine, le passeggiate, i bui, rumori e musiche.

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Che lo spettacolo avesse un fine era chiaro: domandarsi quale è il senso della sofferenza in questa vita. In teatro, la denuncia della sofferenza è meglio farla con elementi dialettici, che inducano alla riflessione, e non ad azioni verosimili sbattute in faccia al pubblico, quando si sa, che il teatro è finzione. Il regista, sicuramente carico di talento, è troppo impegnato a dimostrarcelo. E ha trovato in questo gruppo di attori interpreti motivati, bravissimi nelle azioni, nei canti, nel recitato.
Il pubblico, attento e paziente, non ha fiatato e gli applausi sono stati fievoli all'inizio per lo spettacolo e calorosi poi verso gli attori. Se li meritavano.
Bene ha fatto la direzione del festival a mettere in programma questa compagnia di Kiev, con uno spettacolo, anche se in esso riecheggiano segni di Grotowski e Barba, utilissimo a cogliere la creatività, la tendenza dominante di un altro Paese.


Dakh Daughters Band
Roses

Actors: Solomija Melnyik, Ruszlana Hazsipova, Tetjana Havriljuk, Natalka Halanyevics, Anna Nyikityina, Zo
Sound: Roman Falkov
Light: Mariia Volkova
Video: TenPoint Vj - Makszim Poberezsszkij, Olekszij Tiscsenko
Director: Vlad Troickij

Cinque donne scatenate
in "concerto" polivalente
entusiasmano il pubblico

Se nello spettacolo Cani in gabbia abbiamo sollevato alcune riserve sulla regia troppo esibita, in questo concerto Roses, il regista ucraino Vlad Troickij ci ha coinvolto e divertito, facendoci apprezzare le capacità di cinque giovani attrici-cantanti-musiciste, scatenate in una performance ricca di teatralità, di significati, ma soprattutto di bravura interpretativa, srotolata sul pavimento della piccola sala del Teatro Nazionale, di fronte ad un pubblico dominato da giovani, quasi duecento, che hanno applaudito ad ogni numero e preteso alla fine un bis spellandosi le mani dagli applausi e martellando a più non posso i piedi sulla gradinata.

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Dove sta la trovata creativa proposta dal Dakh Daughters Band?
Primo: prendere cinque donne, molto giovani, di media statura, ognuna con una personale scapigliatura, truccarle in volto di cerone bianco con pomelli rosei, occhi ben truccati, come a richiamare i volti di clown.
Secondo: farle entrare in uno spazio dove erano posizionati a terra vari strumenti in modo semicircolare: un violoncello, una fisarmonica, una batteria, una pianola, due contrabbassi, una chitarra.
Terzo: entrano indossando tutte una sorta di spolverino di color verdastro (sotto nasconde un altro costume), con in testa foulard colorati.
Quarto: il contesto scenico: ogni tanto una spruzzata di fumo, per creare un po' di atmosfera, proiettori a terra disposti a corona per i controluci, un proiettore sempre in azione per un susseguirsi d'immagini a volte leggibili a volte astratte, ma mosse a ritmo e in armonia con quanto accadrà in scena.
Le cinque "scatenate", alternandosi, hanno cantato, suonato, recitato, passando da uno strumento all'altro; poi si sono liberate dello spolverino per mostrarsi in un completino bianco, e via ancora con la performance. Questo accade nella prima parte, per poi rientrare nella seconda parte al lume di pile incastonate in testa, vestite di un tutù nero, (se lo toglieranno solo alla fine per rimanere in body) e via ancora per riprendere con generosità, instancabili, energiche, a cantare, agire, coinvolgendo il pubblico, sprigionando ironia, voglia di giocare, di vivere.
Uno spettacolo ammirato, utile in un programma di un festival internazionale, dove miscelare linguaggi eterogenei tra loro ma tutti a supporto di un progetto, di un tema, è un segno forte e apprezzabile per il pubblico. E importante sopratutto se è giovane.


Le Voci di Dentro
Regia: Toni Servillo

Piccolo Teatro di Milano Teatro d'Europa / Teatro di Roma/Teatri Uniti di Napoli,, Italia
con Toni Servillo, Peppe Servillo, Betti Pedrazzi, Chiara Baffi, Marcello Romolo, Gigio Morra, Lucia Mandarini, Vincenzo Nemolato, Marianna Robustelli, Antonello Cossia, Daghi Rondanini, Rocco Giordano, Mariangela Robustelli, Francesco Paglino
Assistente alla regia: Costanza Boccardi
Scene: Lino Fiorito
Costumi: Ortensia De Francesco
Luci: Pasquale Mari
Suono: Daghi Rondanini

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"Le voci di dentro" di Eduardo, con Servillo,
si fanno viva ovazione al Teatro Nazionale.

Ultima replica de Le voci di dentro di Eduardo De Filippo, qui, al Teatro Nazionale dove si svolge il Festival Mitem.
Teatro esaurito in ogni ordine di posti, presente l'Ambasciatore italiano, Maria Assunta Accili e il direttore dell'istituto italiano di cultura, Gina Giannotti.
La compagnia è quella dei Teatri Uniti di Napoli, che da più di un anno porta in giro per il mondo con successo lo spettacolo, (regia e protagonista assoluto Toni Servillo, coadiuvato dal fratello Beppe Servillo, insieme ad una nutrita schiera di ottimi attori), onorando il teatro italiano.
L'ultima tappa de Le voci di dentro si concluderà tra pochi giorni a Varsavia, e poi andrà a riposo.
Lo spettacolo è stato presentato in una scena dominata dal bianco: una pedana bianca che si affaccia verso il pubblico, luogo deputato di un tavolo bianco, un armadio bianco, un fondale bianco che diventa trasparente al momento opportuno, sedie bianche e molte altre color legno disposte a grappolo quasi a formare una corona sospesa nel vuoto, sul fondo della scena, e pochi oggetti di scena, che entrano ed escono solo al momento opportuno.
Ha divertito molto il pubblico per diversi motivi: per il gomitolo della drammaturgia dipanato in un dialetto stretto che formava anche un effetto comico con i sottotitoli, la cui scrittura poteva essere letta solo per il valore semantico delle parole; per il ritmo di recitazione sostenuto, acrobatico; per la caratterizzazione un po' grottesca dei personaggi: postura e gestualità ben studiata; per la complicità mimica "ravvicinata" tra gli attori e il pubblico, offerta in un rapporto frontale, in primo piano, e d'intesa ammiccante.
Dopo l'ovazione, meritata per la bravura degli interpreti e per il valore del contenuto metaforico dell'opera, che Servillo ha fatto bene a sottrarre ad una ambientazione partenopea.
La compagnia, generosa, si è offerta anche per un confronto col pubblico. E, infine, è stata festeggiata con un bel premio riproducente la facciata del Teatro Nazionale; e poi rifocillata con un gustoso buffet. Con una accoglienza che ci onora.


The Chronic life
Director: Eugenio Barba
Odin Teatret, Denmark

Actors: Kai Bredholt, Roberta Carreri, Jan Ferslev, Elena Floris, Donald Kitt, Tage Larsen, Sofía Monsalve, Fausto Pro, Iben Nagel Rasmussen, Julia Varley
Stage design: Odin Teatret; Jan de Neergaard, Antonella Diana
Costume: Odin Teatret; Jan de Neergaard
Dramaturges: Eugenio Barba, Thomas Bredsdorff
Literary advisor: Nando Taviani
Assistant directors: Raúl Iaiza, Pierangelo Pompa, Ana Woolf

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"La vita cronica" di Eugenio Barba
entusiasma il pubblico ungherese

Lo spettacolo di Eugenio Barba, "La vita cronica", ormai in giro per il mondo da tre anni, in un festival come questo di Mitem, non poteva mancare. E la sua presenza, ora, qui, testimonia che spettacoli dal valore senza confini hanno bisogno di anni perché possano essere goduti, vissuti, appresi dal pubblico di altri Paesi. Ed è giusto così, poiché un'opera teatrale ben riuscita, ha il diritto di sopravvivere nel tempo, ripresa ogni qualvolta si affaccia una nuova generazione, e diventare repertorio. Bene comune da sostenere in tutti i sensi.
In questo nostro spazio cibernetico, avendo visto lo spettacolo più volte in altri contesti, rinunciamo alla recensione e rimandiamo il Lettore a cercare nel nostro Archivio ciò che fu detto allora; ma qui per dovere di cronaca non possiamo ignorare che l'accoglienza del pubblico è stata entusiastica, tanto da infrangere il rito rigido del numero chiuso dei posti, per non deludere alcuni voraci spettatori.
Un successo meritato anche per la semina che l'Odin Teatret ha fatto su questa piazza in tempi passati con altri spettacoli, creando un rapporto di attesa e di fiducia. Ecco un altro valore da non disperdere: proteggere una identità e l'esistenza di un gruppo portatore di cultura, di sapere.
Le due repliche previste nel programma del festival non hanno coperto il desiderio di altre persone che volevano conoscere lo spettacolo. L'organizzazione del Festival, se mette in atto un rapporto di prevendita, dovrebbe riservarsi un opzione di tempo della compagnia per fare repliche aggiuntive, onde soddisfare i richiedenti. E far ciò potrebbe costituire un buon termometro per comprendere le esigenze di un pubblico.
Ma sappiamo benissimo anche che ciò sarebbe bello se le entrate determinate del pubblico coprissero il foglio paga della compagnia e le spese logistiche di permanenza. Ma così non è: le casse degli Enti organizzatori non dispongono budget così soddisfacenti da assolvere alle sollecitazioni del pubblico.
E di questo passo, con la crisi galoppante che ci attanaglia, arriveremo a doverci accontentare di una sola recita. Come già accade per certi spettacoli di compagnie teatrali con numerosi attori e tecnici.
Speriamo che una volta toccato il fondo possa riemergere la consapevolezza nel potere politico che il teatro è un Bene imprescindibile da offrire, conservare e proteggere.


 

The Tempest (Furtuna)
William Shakespeare
Director: Alexander Morfov
"I.L. Caragiale" National Theatre, Bucharest, Romania

Actors:
Ion Caramitru, Mihai Călin, Alexandru Călin, Ioan Andrei Ionescu, Vitalie Bichir, Mihai Calotă, Mădălin Mandin, Ionuț Toader, Axel Moustache, Eduard Adam, Alexandra Poiană, Crina Semciuc, Istvan Teglas, Gavril Pătru, Andrei Finţi, Marcelo S. Cobzariu, Eduard Cârlan

Stage design: Nikola Toromanov
Costume: Andrada Chiriac
Coreographer: Florin Fieroiu
Music, dramaturge: Alexander Morfov
Light: Chris Jaeger

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Tempesta di fantasia teatrale
nella Tempesta di Shakespeare

Spettacolo magico, intrigante, trasgressivo, ricco d'invenzioni ludiche, pantomimiche, coreografiche; ricco di effetti teatrali, di modificazioni dei linguaggi da quello a rallenti al tableaux, da musiche classiche a canzonette partenopee, da risse ad abbracci, da teatro in scena a teatro fuori scena, libertà creativa e attualizzazione visiva.
La prima idea centrale su cui poi si rapportano tutte le scene è il luogo deputato: non l'isola dove vive in esilio il duca di Milano Prospero, bensì la prua di una nave, che diventa palcoscenico immerso dentro il vero palcoscenico; base circondata da macchine teatrali antiche per fare gli effetti sonori, per precisare che tutto è teatro dentro il teatro; una prua su cui due alberi-colonne ai lati rimandano anche alla scena del Globe Theatre, e poi corde, botole sparse sul pavimento dei luoghi per apparire e scomparire dei personaggi; e sul fondo una parete mobile che si apre si chiude per le entrate dei personaggi, per dar vita alla tempesta del mare; e sopra questa parete mobile un cielo in cui le nuvole sono sempre in movimento.
La seconda idea è quella di dar luogo alla festa con personaggi di oggi, mossi dalla bacchetta magica di Prospero, e poi altri personaggi della storia in costumi storici previsti dal testo, ma con contaminazioni di abiti di oggi, come a distruggere la dimensione temporale.
L'uso dello spazio: dal palcoscenico gli attori scendono in platea, perfino nei palchetti.
L'innamoramento tra Miranda e Ferdinando, figlio del re di Napoli, condotto come un passo a due di un balletto.
E poi tante trovate metafisiche, il rumore dei fogli di carta che descrivono il rumore delle onde del mare, la risacca, le conchiglie che sono portatrice di musiche in scena, fumo, sciabolate fu luce, cambi di luce, pile accese per focalizzare i volti dei personaggi, il cellulare per la foto digitale di gruppo e poi quella selfie.
Insomma, il bravo e fantasioso regista Alexander Morfov ha fatto il Prospero della situazione e là dove poteva condire la storia con la magia l'ha fatto.
Il pubblico numeroso non ha lesinato gli applausi ai 17 attori, tutti bravi e partecipi al disegno registico, scanditi ripetutamente su ritmi diversi. Uno spettacolo degno di un festival.


Verso Médea

After Euripides

Director: Emma Dante
Sud Costa Occidentale, Palermo, Italy

Actors: Elena Borgogni, Carmine Maringola, Salvatore D'Onofrio, Sandro Maria Campagna, Roberto Galbo, Davide Celona
Music and singing: Fratelli Mancuso
Lights: Marcello D'Agostino
Director, costume designer: Emma Dante

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La compagnia Sud Costa Occidentale, Palermo di Emma Dante, a questo Mitem di Budapest, era presente con lo spettacolo, già visto al Teatro Olimpico di Vicenza, dal titolo Verso Medea, di cui è autrice e regista. Non ci prese allora e non ci ha preso adesso. In fondo si tratta di raccontare, un po' alla maniera dei cantastorie siciliani, la storia dolorosa di Medea, matricida per sentirsi tradita dal marito Giasone che la ripudia, preferendola alla figlia di Creonte, re di Corinto.
Con abile alchimia, la Dante miscela musica originale, canzoni, cori frontali al pubblico con cinque attori che recitano le donne di Corinto, e al momento opportuno fanno altri personaggi: uno fa Creonte e un altro Giasone, ecc, con pochi segni distintivi sul costume di base nero; una canzone di Medea, un monologo, duetti recitati, molta mimica gestuale, azioni un po' esagitate, frammenti di narrazione rivolti al pubblico, condendo il tutto con abilità scenica; e per concludere una Medea incinta che partorisce dietro il sipario di una coperta arlecchinata che poi diventa il bimbo nato; insomma gioca a trasformare gli oggetti di scena per portare avanti il racconto.
Immersi in uno spazio neutro, una scatola nera, tenendo gli attori seduti sul fondo, con pochi effetti di luce, li porta frontali al pubblico per svolgere in dialetto stretto siciliano la storia di Medea. Un'ora e poco più di questa miscellanea di frammenti eterogenei di linguaggi, che fanno spettacolo, la Dante ci ha consegnato una giovanissima Medea bipolare, frenetica, isterica, quasi tarantolata, concludendo con lo spettacolo col duetto dei due bravi musici e cantanti, i Fratelli Mancuso, sulla parola ripetuta "mamma, mamma". Quasi a voler giustificare l'atto di Medea.
Crediamo che verrà il momento in cui si dovrà ridimensionare l'analisi critica sul personaggio Emma Dante, poiché sta correndo il rischio di inflazionare il suo lavoro e la sua personalità, molto egocentrica.
Il pubblico che ha affollato la piccola sala del Teatro Nazionale, anche se non avrà compreso tutto ciò che accadeva in scena, poiché le canzoni erano intraducibili e il testo del recitato sullo schermo dei sottotitoli era quasi illeggibile (ma la storia di Medea è ben nota), ha comunque salutato i bravi attori con ritmati e sostenuti applausi.


 

Brand

Henrik Ibsen

Director: Zsótér Sándor
National Theatre, Budapest, Hungary

Actors: Trill Zsolt, Törőcsik Mari, Mátyássy Bence, Trokán Nóra m.v., Mátray László m.v., Szatory Dávid, Horváth Lajos Ottó, Kristán Attila, Szűcs Péter Pál, Molnár Erika
Assistant director: Kolics Ágota
Stage design: Ambrus Mária
Costume design: Benedek Mari
Dramaturge: Ungár Júlia

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Provate ad assistere ad uno spettacolo, quale è Brand di Henrik Ibsen, per più di due ore e trenta, senza intervallo, senza sottotitoli in una lingua accessibile, per una lingua complessa quale è l'ungherese, e poi diteci cosa avete provato. Ma noi, per dovere professionale, abbiamo resistito, e ci siamo goduti almeno due bei momenti di teatro: quando è entrata una attrice anziana nel ruolo della Madre, esile, dal volto dolce e infantile, da una recitazione vibrata e quando è entrato il bambino nel ruolo del figlio del protestante Brand, che ha eseguito con una precisione emozionante gli atti complessi che gli erano stati affidati.
Per il resto il regista Zsótér Sándor della Compagnia Nazionale di Budapest, ha sfruttato con coraggio creativo la struttura nuda e cruda dello spazio teatrale che gli è stato assegnato, popolandolo di divani bianchi, sedie bianche, tavoli bianchi, sgabelli bianchi; e sopra questi suppellettili, quasi sempre, il regista ha fatto agire il protagonista e gli attori: è stato un sali e scendi da questi elementi, non solo ma ha sfruttato anche una parete facendo camminare gli attori sullo scrimolo del muretto e facendoli aggrappare negli interstizi della parete; e non solo: ha utilizzato il lungo terrazzo sulla parete di fondo, diviso da una vetrata, che si affaccia sui viali, portandoci dentro attori e scene e fuochi d'artificio; e poi ha mosso gli attori in una girandola di azioni, entrate velocissime, camminate su confezioni di bottiglie d'acqua, ha giocato con gli elementi scenici per creare una simbolica chiesa; insomma non ha perso occasione per teatralizzare la sua messa in scena che racconta l'ossessione alla perfezione del protestante Brand.
Poiché si tratta di un'opera poco rappresentata, anche perché è lunghissima, cinque atti, verbosa, su un tema poco sentito, quello religioso, la sintetizziamo per i nostri lettori.
Brand è un dramma in cinque atti del drammaturgo norvegese Henrik Ibsen scritto fra il 1865 ed il 1866, e rappresentato nel 1885.
Narra della storia del pastore Brand che crede nella forza della volontà, tratta tutti con astio e durezza. Estremista negli atteggiamenti finirà con il morire da solo chiedendo a Dio: «Rispondimi o Dio nell'ora in cui la morte mi investe, non è dunque sufficiente tutta la volontà di un uomo a conseguire una sola parte di salvezza?». Ottenendo in risposta: «Dio è carità».
Il pubblico, disposto su una platea di oltre un centinaio di posti, e per molte volte inserito nel contesto teatrale dall'illuminazione accesa di tutta la sala, e coinvolto dai dialoghi a esso rivolti, è stato attento e non ha lesinato gli applausi, mentre noi ci siamo defilati ubriachi di tanto teatro.


 

A Night's Lodging
Makszim Gorkij
Director Viktor Rizsakov

Actors:
Törőcsik Mari, Szűcs Nelli, Tompos Kátya, Tóth Auguszta, Huszárik Kata m.v., Trokán Nóra m.v., Kristán Attila, Rácz József, Szarvas József, Tóth László, Trill Zsolt, Varga József, Ivaskovics Viktor m.v., Pál András m.v., ifj. Vidnyánszky Attila e.h.

Stage and costume design: Maria Tregubova, Alekszej Tregubov
Dramaturge, interpreter: Kozma András
Assistant director: Tüű Zsófia
Music: Alekszandr Manockov
Coach: Komlósi Zsuzsa
Light design: Vlagyimir Guszev
Puppet movement expert: Dragovoja Ilir
Puppets: Tóth Zsuzsa

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Gran finale per la chiusura del Mitem, Festival internazionale della Primavera di Budapest, con due eventi di eccezionale importanza. Uno è lo spettacolo Bassifondi di Makszim Gorkij, già collaudato nel tempo, avendo debuttato a ottobre 2014, prodotto dal Teatro Nazionale con la sua compagnia stabile e per la regia eccezionale di Viktor Rizsakov; il secondo evento è quello offerto dai giovani allievi della scuola Studio of Moscow Art Theatre, Russia, che hanno rappresentato Faulkner.Silence con cori finali per il direttore Attila Vidnyánszky, nella cerimonia di accoglienza, che il festival riserva sempre a fine recita per le compagnie ospiti.
Noi parleremo di Bassifondi.
Scena d'apertura da mozza fiato: su una larga piattaforma inclinata di trenta gradi, ricoperta di una sorta di neve bianchissima, con sopra uno schermo grandissimo anch'esso inclinato sopra la piattaforma, a formare un cuneo, sul fondo del quale seduti 14 attori in una tenuta bianca, su sedie bianche, mentre in primo piano sul bordo della piattaforma 14 manichini a dimensione d'uomo, vestiti tutti in nero, conferendo così una contrapposizione simbolica di due fronti. Parte una musica e da questo momento, in un gioco allegorico, i personaggi in bianco si uniscono coi manichini neri sino formare 14 coppie che da questo momento agiranno in maniera corale, formando composizioni artistiche di alto livello, mentre gli attori lanciano verso il pubblico battute di Gorkij, che svilupperanno la storia. Dal fondo poi, sollevato da una piano mobile, arriva un lunghissimo tavolo bianco che viene portato al centro del palcoscenico, e anche qui il bravo regista fa interagire attori e manichini a formare bellissimi quadri. Intanto, il testo si dipana fino a che arriva una figura esile, vestita di nero, con una piccola valigetta, che s'inserisce nel coro e sviluppa il suo messaggio, funge come ruolo maschile, ma in realtà è l'attrice meravigliosa, Mari Törőcsik, che avevamo visto la sera prima in Brand di Ibsen. Parentesi: molti altri attori visti la sera prima erano presenti in Gorkij, dimostrando così che il Teatro Nazionale lavora con attori che tengono in piedi un repertorio. Chiusa parentesi.
La scenografia vista all'inizio si dimostra essere mobile: lo schermo modifica la sua posizione e accoglie una proiezione di un albero che cresce fino a diventare ombra dominante sugli attori. Poi vengono fatti sparire manichini e attori per ricomparire in una situazione opposta: una scena sinpopola di sedie a sdraio e i personaggi ora sono in accappatoio bianco, occhiali neri, a rappresentare una folla che se la gode al sole. Le idee del regista che, oltre ad essere esteticamente belle, creano una dialettica con il tessuto drammaturgica di Gorkij, che, ricordiamolo, con Bassifondi, che di certo è l'opera teatrale più potente, narra un quadro realistico di gente strappata alla propria classe.
Il successo, meritato da tutta la compagnia, si focalizza però sulla presenza di questa attrice ottantenne che non cede in nessuna battuta, sciolta e coinvolgente nella sua recitazione. Insomma, il pubblico di Budapest deve amarla molto, visto anche il percorso artistico che ha compiuto: centinai di film, commedie in televisione e pupilla dei più grandi registi locali e stranieri.
Gli applausi ritmati e calorosi da parte di un pubblico che ha esaurito ogni ordine di posti della sala principale sono da ovazione sia per questa attrice sia per la compagine tutta, attori e tecnici.


 

Mitem, un Festival
con fior fiori di Teatro

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Il bilancio di questo Mitem-Festival Internazionale di "Primavera" di Budapest è più che lusinghiero. Grande partecipazione di pubblico, numerose le proposte di generi teatrali diversi che hanno animato le quattro sale di questo enorme edificio che è il Teatro Nazionale di Budapest.

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Perfetta organizzazione e accoglienza; numerosi e ricchi i materiali informativi sia all'interno del teatro sia per le vie di questa bella città.
Ma il discorso da fare qui è sul rapporto teatro e pubblico. Abbiamo trovato sempre le sale esaurite con una forte presenza di giovani studenti; e ciò grazie alla politica dei prezzi che oscillano dai 3 ai 10 euro. Inoltre, al pubblico vengono offerti, a fine di ogni spettacolo, incontri- dibattiti- con gli gli attori delle compagnie ospiti della manifestazione, per approfondire e chiarire certi aspetti delle messe in scena. E il pubblico partecipa preparato.

Infine, importanti sono gli eventi paralleli che consistono in tavole rotonde, conferenze, proiezioni.
Una buona attenzione è stata data al teatro italiano con due spettacoli cult: Le voci di dentro di Eduardo, regia e con Toni Servillo e Verso Medea di Emma Dante. Due successi pieni. Un particolare omaggio alla scomparsa di Luca Ronconi con un commovente documentario realizzato dalla Rai in occasione dei suoi ottant'anni, al quale abbiamo dato il nostro contributo con un'analisi sulla creatività di Luca Ronconi.

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Abbiamo avuto il privilegio di essere stati scelti come stampa unici testimoni italiani grazie al prestigio e alla credibilità di Sipario conquistata con quasi 70 anni di attività.
Anticipiamo anche la notizia che per la prossima edizione è stato invitato il Piccolo Teatro - Teatro d'Europa con Lehman Trilogy di Stefano Massini, regia Luca Ronconi.

Ultima modifica il Giovedì, 30 Aprile 2015 11:04

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