sabato, 17 agosto, 2019
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Vocazioni e lontananze teatrali. Excursus politico e poetico di Vie 2014. -di Nicola Arrigoni

"You are my destiny (Lo stupro di Lucrezia)" - testo, regia, scene e costumi Angélica Liddell "You are my destiny (Lo stupro di Lucrezia)" - testo, regia, scene e costumi Angélica Liddell

Festival o rassegna? Anticipo di stagione in un autunno pieno di appuntamenti? Vie mantiene la sua denominazione di festival, ma nel decennale della rassegna inventata da Pietro Valenti e sostenuta con determinazione da Fondazione Emilia Romagna Teatri si espande, allarga le sue maglie spaziali e temporali. L'esito è qualcosa che non è più un festival – per intensità e prossimità di offerta teatrale – ma vive fuori dalle stagioni tradizionali dei teatri di Ert. L'allargamento geografico si spiega con l'acquisizione da parte di Ert dell'Arena del Sole di Bologna e dello sforzo dello stabile di offrirsi agli occhi del Ministero come una realtà di intrinseco valore nazionale. Nella recente ripartizione dei finanziamenti del Mibac Ert è preceduto solo dal Piccolo Teatro di Milano; e questo vorrà dire pur qualcosa?
Tutto ciò, ovviamente, ha influito e giocato un ruolo non da poco nel ripensare Vie, rassegna che si è sviluppata su una ventina di giorni, toccando le città di Modena, Bologna, Carpi, Vignola, Casalecchio di Reno, utilizzando le strutture teatrali di Ert. L'esito è stato che si è perso il connotato festivaliero: un concentrato di spettacoli che non va oltre i dieci giorni e prevede la possibilità di più appuntamenti di seguito nell'arco della medesima giornata in una full immersion che chiede a operatori e spettatori di sospendere il tempo ordinario e quotidiano per concedersi la festa totalizzante del teatro. Ecco questo a Vie non è accaduto, anzi le distanze fra i teatri hanno reso spesso difficile costruire percorsi che unissero più appuntamenti, costringendo pubblico e operatori a tornare più volte. Si dirà un disagio per chi scrive o per gli spettatori professionisti. Forse, ma certo una mutazione in atto della rassegna che da dieci anni rappresenta un punto di vista imprescindibile per la scena contemporanea, questo per merito di Pietro Valenti che non nasconde la mutazione stessa del festival: «Per la prima volta in Vie ci siamo sganciati dalla tirannia della prima nazionale assoluta – spiega il direttore artistico -. L'obiettivo è mostrare spettacoli che si crede possano interessare, far discutere come nel caso di You Are my destiny di Angélica Liddel che abbiamo prodotto e continueremo a produrre con il progetto Prospero. La volontà è quella di offrire al nostro pubblico un teatro che faccia discutere, ma non si limiti a provocare sterilmente. Nell'idea di Vie e della politica artistica di Ert c'è lo sforzo di seguire artisti di cui si condivide la linea estetica e il messaggio etico, farli conoscere, metterli in contatto col pubblico vero e non solo con gli addetti ai lavori». E Pietro Valenti va oltre: «Manca un ricambio del pubblico, gli spettatori si sono fermati alla fruizione del teatro di vent'anni fa – afferma -, manca nei direttori artistici la voglia di proporre nuovi linguaggi e di rischiare. E' quello che è accaduto a Ert col Servitore di due padroni di Latella la stagione scorsa, uno spettacolo che andava fatto e non escludo possa prima o poi essere ripreso. Diversificare e mettere in condizione il pubblico di vedere altro e accompagnarlo nella visione questo è il ruolo di Ert».

Deposizione e Crocifissione

Nel suo decennale il festival Vie si è offerto comunque come vetrina del teatro contemporaneo, una vetrina sempre più internazionale, grazie al rinnovo dell'accordo produttivo europeo Prospero, con scelte di campo precise: il sostegno all'estetica di Virgilio Sieni, l'attenzione - destinata a proseguire in future produzioni fermate Ert - alla drammaturgia kosovara di Jeton Neziraj, oltre alla coproduzione dello spettacolo di Angélica Liddel: e questo solo per fare qualche esempio.

Vocazione, ideazione e regia Danio Manfredini

Ciò che fuoriesce da Vie è un senso profondo di vocazione, ovvero chiamare all'azione e ad una messa in discussione la comunità teatrale che è fatta sì degli artisti e degli operatori, ma anche e soprattutto del pubblico. Così Vocazione di Danio Manfredini può considerarsi una sorta di 'allestimento' esemplare non solo di Vie ma della filosofia artistica di Ert, impegnata a seguire passo passo i 'suoi artisti', che vede nella convocazione teatrale la possibilità di un incontro, una conoscenza fra chi fa e chi assiste, conoscenza e riconoscenza che molto spesso non possono esaurirsi in un primo ed unico appuntamento. Per questo gli artisti ricorrono nelle stagioni di Ert, per questo attori e registi sono 'in pianta stabile' per raccontare di loro stessi e dei loro itinerari creativi, per la volontà di Pietro Valenti di mostrare le evoluzioni estetiche di performer ritenuti interessanti, gravidi di idee, anche nei momenti magari meno illuminanti. Anche questo ci sta nell'idea di un teatro che fa conoscere l'estetica di registi e attori e ne segue l'andamento creativo che non necessariamente deve essere sempre in ascesa.
Danio Manfredini in Vocazione mette a nudo se stesso, si interroga sulla poesia del teatro, racconta dell'umanità derelitta a cui appartiene e di cui si nutre il suo teatro e si dimostra un esemplare racconto nell'ottica d'azione artistica di Ert. In Vocazione Manfredini inanella una serie di citazioni drammaturgiche da Lear di Shakespeare al Gabbiano di Cechov, da Servitore di scena di Ronald Harwood a Minetti. Ritratto di un artista da vecchio di Thomas Bernhard, all'Amleto di William Shakespeare. Su questo centone drammaturgico Danio Manfredini, affiancato da Vincenzo Del Prete, costruisce una serie di azioni sceniche di dolente malinconia, di angosciosa fame di vita e solitaria disperazione. L'utilizzo della maschera in lattice che annulla l'espressività mimica del volto dell'attore contribuisce a svuotare d'umanità e ad accrescere di disperata vitalità l'agire in scena di Manfredini che non si vergogna nel chiedere perché si fa teatro, cosa spinge un attore ad andare in scena sera dopo sera; un interrogativo la cui risposta è affidata allo spettatore. Si assiste a Vocazione con l'attesa di quello che il peso specifico dell'humanitas di Manfredini potrebbe dare, forse tutte le attese non sono soddisfatte, anzi si esce con un senso di incompiuto, con la consapevolezza che quel discorso sulla 'vocazione' è parola segreta, intima, è incertezza d'artista, disorientamento creativo, mancanza di senso, urlo di disperata sopravvivenza. C'è il suggerimento di una parabola discendente, di una fatica dell'esistere e non solo in scena che Manfredini consegna al suo pubblico. Questo è il dato: l'attore e performer Manfredini vive di una sua sacralità, è feticcio coccolato, è creaturina fragile amata dallo sguardo dei suoi spettatori che tutte le volte convengono nella speranza di un'illuminazione. Che questo sia il segreto del teatro di Danio Manfredini, un miracolo sempre postposto ad ogni spettacolo perché la forza dei miracoli sta nel credere che possano accadere, magari nella bassa emiliana, a Rubiera e alla Corte Ospitale dove Manfredini ha trovato casa.

Pinocchio corri di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari

Al Teatro delle Albe di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari è stato chiesto di aprire e chiudere Vie, con la loro non-scuola e Pinocchio corri e con lo spettacolo Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi. C'è in entrambi i lavori un'urgenza a rompere i confini, a fare del teatro un'azione politica ed etica, e non solo perché nel caso del lavoro dedicato al Premio Nobel birmano c'è un racconto 'politico' che dice di una donna e di una comunità.

Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi

Nel Teatro delle Albe è forte la consapevolezza che il teatro sia strumento di trasformazione del mondo, accade nel lavoro della non-scuola, si esplicita come racconto negli ultimi spettacoli della compagnia ravennate: Pantani e appunto: Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi. «La Birmania è lontana» esordisce così Ermanna Montanari nei panni del Premio Nobel per la pace, una distanza che rimane, che è frequentata dall'allestimento di Marco Martinelli come chiave di lettura, come impossibilità di coprire la distanza con quella cultura e al tempo stesso l'urgenza di raccontare la storia di una donna che ha passato buona parte della sua vita agli arresti domiciliari e che incarna la storia recente di violenze subite, dittature folli del paese del Sud Esta Asiatico. Scandito in ventotto capitoli Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi racconta la storia della donna che ha incarnato il bisogno di democrazia, elezioni libere di un intero paese, scardinando una storia dittatoriale in mano ai generali che ne uccisero il padre, contadino diventato presidente. La storia di Aung San Suu Kyi è scandita da un rigoroso ordine narrativo e cronologico, è racconto a tratti didascalico che chiosa e commenta quanto accade con la caratterizzazione dei militari, con l'andamento paratattico della vicenda che a immagine accosta immagine, ad episodio episodio in un progredire fin verso il nostro oggi. Marco Martinelli frequenta con eleganza un teatro politico di stampo brechtiano, con tanto di cartelli, di icone temporali, di definizione dei personaggi con Ermanna Montanari che ora è narratore e protagonista, io narrante e narrato. L'effetto è quello di una sorta di parabola politico teatrale che si esaurisce nel compiersi della vicenda biografica della protagonista con una patina di lontananza che permane ed anzi non permette di avvicinarci facendo di Aung San Suu Kyi una sorta di emblema, una donna che è simbolo, che è idea, che è 'martire laico' nel senso di colui che si sacrifica per testimoniare un pensiero, un 'idea di mondo, una volontà di democrazia e libertà. Teatro delle Albe costruisce tutto ciò con elegante rigore e brechtiana didattica teatrale, consegnando alla platea la testimonianza civile e umana di una donna che rimane comunque lontana come la sua Birmania.
In questa lontananza che permane si è compiuto l'itinerario di Vie 2014, una rassegna che ha confermato la voglia di esperire territori inusuali e di voler offrire il teatro come esperienza del e sul mondo, come convocazione laica di una comunità, di un pubblico che all'aprirsi del sipario vuole compartecipare alla costruzione di realtà possibili e diverse, di pensieri inauditi che si possono formulare nella festa ma finiscono col condizionare anche il nostro quotidiano, una volta che il sipario è calato. E non è poco...

Ultima modifica il Giovedì, 30 Ottobre 2014 13:41

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