mercoledì, 19 settembre, 2018
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GIU' di Spiro Scimone al Palacongressi di Taormina. di Gigi Giacobbe

"Giù" di Spiro Scimone "Giù" di Spiro Scimone

Come nelle opere di Kafka con inizi lampanti, quasi traumatici, anche quest'ultimo lavoro di Spiro Scimone, titolato Giù, diretto dal suo alter-ego Francesco Sframeli, nonché attore e compagno di tutti i lavori che vanno dal nuovo corso iniziato nell'agosto di 20 anni fa con Nunzio e via via tutti gli altri (Bar, Festa, Cortile, Busta, Pali) ha qualcosa che gli somiglia. Complice quell'uomo (Gianluca Cesale) che di prima mattina s'insapona il viso per sbarbarsi e si ode una vocina, che lo chiama "papà", sopraggiungere dall'interno d'un grande cesso posto al centro della scena disegnata da Luca Fiorino (tra l'altro Premio Ubu 2012). E quando quel padre gli chiede perché se ne stia lì tutto nascosto e acquattato, il figlio (lo stesso Scimone) gli risponde che c'è finito anche per colpa sua, non in grado di risolvere i suoi problemi e che, avendo capito che nulla o poco può fare per aiutarlo a venire fuori, ha deciso di starsene in questa panciuta tazza di porcellana perché almeno lì sotto non dovrà pensare e non dovrà preoccuparsi del futuro e conclude dicendogli che se la sua presenza può dargli fastidio può tirare la catenella dello sciacquone. Sembra un inizio che ricalca l'aeterna questio del rapporto padri-figli, sennonché da quel salvifico cesso cominciano a udirsi le voci e apparire le facce di altri personaggi col solo scopo di poter prendere una boccata d'aria e chiarire loro condizione. Ecco Don Carlo (lo stesso Sframeli), un prete-scomodo costretto a pregare nel cesso, un corvo nero che bestemmia quando non trova la carta igienica ed ecco il suo sagrestano Pasquale (Salvatore Arena) che non si ribella mai e che quando trova il coraggio di farlo saprà suonare le campane e farà il verso delle pecore. C'è anche il povero cristo di Ugo che non si vedrà in scena e che preferisce cantare "Mamma" sotto un ponte per non smarrire e vendere la propria dignità. Giù sembra l'opera più "politica" di Scimone, una chiara metafora di un'intera generazione che è stata gettata nel cesso per colpa d'una società che ha più pensato ad "avere" e "sembrare" che ad "essere" e "fortificare", edificare un futuro certo e sicuro per tutti i propri figli. Una società allo sbando di cui si sono smarrite le coordinate e le cui lancette della bussola sono impazzite al punto da non capire più dove sia il nord e il sud, il bene e il male. Ha voglia Pasquale ad accendere candele e porle sul proscenio, imitare versi e mosse d'un gattino miagolante (forse questa parte è troppo scontata, quasi didascalica, direi superflua e priva di mordente), raccontare pure che tale padre Sergio ha abusato di lui sin da ragazzino, perché tanto il giorno dopo i mis-fatti passano nel dimenticatoio e somigliano a quelle gocce d'acqua d'un acquazzone che scivolano su una cerata. Il colpo di scena finale sarà che anche quel padre, dopo essersi sbarbato e messo al collo la cravatta s'infilerà in quel cesso e tirando la catenella il vortice dell'acqua lo risucchierà nel profondo degli inferi. Moltissimi gli applausi finali con ovazioni da stadio al Palacongressi di Taormina dove accanto a Giù sono state ri-proposte in un calendario ristretto tutte le altre piecès di Scimone, inserite all'interno del progetto "L'universo teatrale di Spiro Scimone e Francesco Sframeli" con una giornata di studi in loro onore, con interventi di studiosi, docenti, critici italiani e stranieri, in collaborazione con Taormina Arte, sotto forma di "evento speciale", grazie al sostegno del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, alla individuazione di fondi europei e ai proventi di biglietteria. Importante il sostegno di ERSU e del Centro Internazionale di Studi sulle Arti Performative "Universiteatrali" dell'Università di Messina.

Ultima modifica il Domenica, 21 Settembre 2014 17:00

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