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XV Edizione di Primavera dei Teatri - Castrovillari dal 27 maggio al 2 giugno 2014 di Gigi Giacobbe

Atridi/Metamorfosi del rito, con la regia di Giorgia Cerruti. Foto Angelo Maggio Atridi/Metamorfosi del rito, con la regia di Giorgia Cerruti. Foto Angelo Maggio

L'utopia teatrale intesa come ricerca di forme e contenuti nuovi continua ancora a Castrovillari per la XV Edizione di Primavera dei Teatri, resa possibile grazie al lavoro artistico e organizzativo di Saverio La Ruina, Dario De Luca e Settimio Pisano. Un'abbuffata di spettacoli mangiati in un breve periodo, metaforicamente goduti, come quel giovane dai capelli neri della foto del manifesto di Paul M O'Connel, che affonda il suo viso in una torta di crema con granella di mandorle tutt'intorno, da cui affiorano alcune candeline di colore celeste e sul cui tavolo di plastica cerata a quadri è adagiato un bicchiere di succo di frutta con cannuccia e un piccolo cono festaiolo. Non abbiamo visto tutti gli spettacoli programmati dal 27 maggio al 2 giugno, ma soltanto una parte.

Lorenzo Gleijeses in Discorso Celeste

Ed ecco Discorso celeste della bottega d'arte Fanny & Alexander, terza tranche del progetto "Discorsi" iniziato con Discorso grigio sulla Politica e proseguito con Discorso giallo sull'Educazione lo scorso anno a Santarcangelo di Romagna, un continuum questa volta incentrato sullo Sport inteso come esperienza religiosa, che vede sulla scena Lorenzo Gleijeses solipsisticamente sostenuto nei 60 minuti dello spettacolo dalla voce registrata del padre Geppy. Certamente l'aggettivo "celeste" rievoca subito il colore del cielo in una giornata di sole, ma qui è utilizzato per rievocare qualcosa di divino, di soprannaturale, di celestiale. All'inizio Lorenzo fa alzare all'in piedi tutto il pubblico. Diamine, è pur sempre l'inno di Mameli che si sta ascoltando, mentre si sovrappongono le voci d'una radiocronaca d'una partita di calcio, quella mitica del 1970 allo Stadio Azteca di Città del Messico, e quella dell'anno scorso di Papa Francesco sui catecumeni, se si è disposti a "varcare le porte della fede". Adesso sullo schermo bianco simile ad una grande tv c'è l'ombra d'un pugile che dà pugni ad un avversario invisibile, il tutto ritmato al suono di rimbalzi d'un pallone, sino a quando non cade giù per terra sconfitto. Il gioco si complica con la visione tridimensionale d'un avatar che assume le sembianze d'un giocatore, forse di basket, alle prese con un pallone invisibile e avversari fantasmi. La voce del padre gli dà coraggio. Utilizza citazioni bibliche. Lo incita a giocare una partita che forse non potrà vincere. Adesso una lampadina dondola dall'alto in varie direzioni. Forse il gioco consiste nel non farsi toccare. Sembra un duello in cui il padre sembra l'arbitro ma anche un allenatore che lo sprona a non arrendersi. Ecco adesso quelle quindici lampade da 200 watt al centro della scena, 5mila watt in totale, colpire il pubblico più volte per assumere poi, illuminate convenientemente, delle lettere che messe insieme formeranno la scritta E ADESSO INCONTRERARI TUO PADRE. Seguirà un dialogo padre-figlio, in verità qualcosa di incomprensibile o di misterioso, in cui il figlio confesserà d'aver avuto paura di morire e il padre quella che il figlio potesse non risorgere. Sapremo dopo che il dialogo è tratto da una dramma di Giuliano Scabia titolato Visioni di Gesù con Afrodite, messo in inscena qualche anno fa dai due Gleijeses. Adesso una luce intensa a forma di porta inghiottirà Lorenzo facendolo scomparire in una luce blu, per ricomparire il suo viso ingrandito subito dopo al centro d'un grande medaglione rotondo, la cui immagine si poteva meglio mettere a fuoco inforcando occhialini adatti dalle lenti rosso-blu (consegnati ad inizio di spettacolo) apparendo le sue braccia oltremodo ravvicinate quasi a voler abbracciare il pubblico. Spettacolo astruso ideato da Luigi De Angelis (sua pure la regia, le scene e le luci) e Chiara Lagani (sua la drammaturgia e i costumi) su musiche di Mirto Baliani, di non facile comprensione, tendente ad aprire nuovi varchi in un possibile teatro cibernetico, in cui i computer e i robot saranno non più degli intrusi ma degli amici dell'uomo.
La Piccola Compagnia della Magnolia, sorta a Torino una decina d'anni fa, salita sugli scudi per aver realizzato una espressionistica messinscena de La casa di Bernarda Alba di Garcia Lorca, qui a Castrovillari ha presentato senza entusiasmare Atridi/Metamorfosi del rito, con la regia di Giorgia Cerruti che ha attinto ad un sequel di autori quali Hofmannsthal, Yourcenar, Eschilo, Sofocle, Euripide, Maraini, Manfridi, Giraudoux, Kane, Sartre, Pasolini, riferendo sull'opuscolo di sala che lo spettacolo di 105 minuti ( in realtà è durato di più) è "una riflessione sui rapporti familiari nell'attimo esatto in cui degenerano, collassano, trasformano la forza proficua dell'amore in incontrollata passione...un affresco di famiglia (quella degli Atridi) nel quale è possibile scorgere la piccola e la grande storia dell'umanità e una parte di noi stessi in ogni vissuto dei protagonisti..." . Boom e ancora boom verrebbe da dire! Come è noto il capitolo degli Atridi è trattato - in particolare- da Eschilo nella sua Orestea: un trittico che comprende l'Agamennone, Le Coefore e Le Eumenidi. E' una storia in stile tarantiniano, con molto sangue, lutti e ammazzamenti, causati in primis da Agamennone che per ringraziarsi gli dei all'inizio della guerra di Troia sacrifica la figlia Ifigenia, trovandosi contro la moglie Clitemnestra che aspetterà dieci anni per vendicare quell'uccisione. Un vendetta che la donna compirà con la complicità del suo amante Egisto uccidendo Agamennone e la di lui nuova concubina troiana Cassandra. E la faida continua con Oreste, che per vendicare l'uccisione del padre Agamennone, ucciderà la madre e il suo ganzo, procurandosi l'ira delle Erinni che diventeranno mansuete Eumenidi quando la dea Atena instituirà il tribunale ateniese, il noto areopago, e il suo voto decisivo salverà la vita di Oreste. Punto. Succede qui, forse per gli eccessivi riferimenti teatrali, che le storie s'ingarbugliano, i personaggi si sdoppiano, ne intervengono di nuovi come la sorella di Elettra, Crisotemi (Virginia Ruth Cerqua), naturalmente c'è Oreste (Matteo Rocchi) e sua sorella Elettra (Camilla Sandri), c'è la vigilante (Ksenija Martinovic) in nero che guarda sempre di sottecchi in modo torvo e colui che interpreta Agamennone (Davide Giglio) diventa pure Egisto e si muove sulla scena come se fosse un maestro di arti marziali con codino e costume consono, venendo poi sommerso da palate di bruno terriccio sotto i versi d'una Medea pasoliniana. Per non dire d'un banchetto in stile Rodrigo Garcia con i sei protagonisti che si prendono a colpi di lattuga, insalate varie e cibarie d'ogni sorta, cui faranno seguito rapporti incestuosi e stilizzati accoppiamenti in stile kamasutra. Uno spettacolo kitsch che vedrà nel finale Clitemnestra (Giorgia Coco) con capelli elettrizzati contornati da un diadema mentre il suo petto nudo trattiene un piccolo coccodrillo e tutto il gruppo avrà sul naso una palletta nera.-

Tutto è bene quel finisce

Hanno lasciato il segno Roberto Scappin e Paola Vannoni, pure registi e autori di Tutto è bene quel finisce. Uno spettacolo in cui la coppia, agghindata da cow-boy con relativo cappello in testa e fazzoletto al collo, per 60 minuti spara e sciorina in stile English un'infinità di calembour e di luoghi comuni ricchi di nonsense. Come tutte quelle cose che potrebbero morire: dalla bandiera rossa al Natale, dalla flemma degli operai comunali alle colorate guardie svizzere, non però le suore perché sono state un'eccellente scuola di ateismo. "E che differenza c'è tra Teatro e Spettacolo? Per fare Teatro bastano anche uno o due coglioni che parlano, per lo Spettacolo ci vuole un Tir, facchini e tutto quel segue. E noi che facciamo? Teatro. Perché? Perché non vogliamo guidare un Tir". I due bravi protagonisti riminesi si muovono sulla scena con fare bislacco, al ralenti quasi, e qualunque argomento trattino ( politica, società, mass-media, sport etc..) è sempre visto con un'angolazione surreale, dando così motivo di far emergere una realtà squallida, degradata, inquinata, diventando così motivo di ilarità e divertimento mentale per il pubblico. Lo spettacolo pare che avrà un seguito visto che dei "tre capitoli per una buona morte" – si legge nel titolo- questo è il "Capitolo Uno" ed è incentrato su "L'anarchico non è fotogenico". Chi vivrà vedrà.-

Pitur

Dopo il suo trionfale Un bès della passata stagione, Mario Perrotta (Premio Ubu quale migliore attore nel 2013 per questo suo spettacolo) si presenta alla "Primavera dei Teatri" di quest'anno con lo spettacolo Pitur incentrato sempre sulla figura di Ligabue e vede coinvolti sulla scena otto danzatori/attori con Perrotta, per rendere ancora più manifesta l'anima e il mondo interiore del grande pittore vissuto tra Zurigo e Gualtieri, simbolo dell'arte naïve italiana. Nel suo insieme è uno spettacolo di Teatro-Danza in cui sette pannelli bianchi con rotelle con su impresse immagini degli anni '50 e '60, vengono fatti roteare all'inizio sulle note della Traviata di Verdi. Questa volta Perrotta nella sua postazione laterale con microfono e spartito fa il puparo e le sue parole servono a far muovere a suo piacimento le sue sette marionette (Micaela Casalboni, Paola Roscioli, Lorenzo Ansaloni, Alessandro Mor, Fanny Durel, Anaïs Nicolas, Marco Michel). Le danze sono astratte e molto ritmate, ma anche il charleston e il valzer sono presenti con la complicità dei sax e dei clarinetti. Movimenti, che diventano più gioiosi appena si nomina il nome d'un animale o quello d'un insetto come quello d'una farfalla. I personaggi maschili sono dei multipli di Ligabue e quelli femminili mimano il movimento delle lavandaie al fiume. Vuole una donna Ligabue, come quel Ciccio Franco dell'Amarcord felliniano che salito sulla sommità d'un albero lo gridava ai quattro venti. Non l'avrà purtroppo. Ed ecco tutti insieme mimare la più lunga masturbazione vista in teatro, ottenuta solo sventolando gli ampi pantaloni bianchi accanto al sesso. Energie sessuali che certamente Ligabue, che si vedrà in video nel finale, ha trasferito sulle sue tele ricchi di felini e animali della giungla.
Ha deluso Padre figlio e sottospirito nella drammaturgia di Mario Santopietro e interpretato e diretto da Luca Fiorino, Filippo Gessi e Teresa Timpano che si muovevano su un spazio circolare quasi da circo o da box per bambini, raccontando in modo farraginoso la loro solitaria e confusa esistenza orfana dei genitori. Fiorino, molto positivo in altri lavori, qui appare fuori ruolo, spaesato e sopra le righe: vorrebbe arruolarsi volontario per combattere una guerra che non gli appartiene, pensando di guadagnare 5 mila euro a mese e aprire poi un'azienda di pomodori. Resterà lì dov'è, come gli altri due personaggi che hanno sperato di dare una svolta alla loro esistenza, senza però riuscirci. Amen.
Il gruppo della napoletana "Punta Corsara" nel presentare con successo e molti applausi Hamlet travestie è partita dalla riscrittura burlesque settecentesca di John Poole, cui si deve la prima parodia d'un testo shakespeariano, per approdare al Don Fausto di Antonio Petito. Trattasi d'un Amleto in salsa napoletana, in cui il personaggio del titolo, orfano di padre, se ne va in giro come il Linus di Schulz con la copertina di lana sulle spalle, dissociato depresso e pieno di dubbi. Lo spettacolo di cui Marina Dammacco ha curato la drammaturgia e Emanuele Valenti la regia, pure nei panni del "professore", diventa un canovaccio perché la famiglia Barilotto con tutti i problemi di lavoro, casa, debiti e figli, possa fare rinsavire il proprio figlio che ha lo stesso nome del bel tenebroso di Elsinore. Lo spettacolo, in dialetto napoletano, ha l'andamento d'una farsa tragica e amara e pure divertente senza tradire le suggestioni del testo originale. Con Valenti tutti da citare gli altri bravi interpreti: Giuseppe Cervizzi, Christian Giroso, Carmine Paternoster, Valeria Pollice, Gianni Vastarella.-

Va pensiero che io ancora ti copro le spalle

Come era già successo per lo spettacolo Morir sì giovane e in andropausa dell'edizione passata, Dario De Luca, per conto di Scena Verticale, è salito sul palco del Teatro Sybaris per dare vita ed esternare alla sua maniera, ovvero parlando e cantando, le cronache tragicomiche della nostra società contemporanea, presentando questa volta il secondo capitolo della cosiddetta "Trilogia del fallimento" titolata Va pensiero che io ancora ti copro le spalle scritto da Giuseppe Vincenzi e mixato dallo stesso De Luca che cerca di rinverdire il genere del teatro-canzone inventato da Gaber-Luporini. Con De Luca sulla scena e sotto forma di ombra dietro un paravento bianco, c'è Paolo Chiaia alle tastiere, pure nel ruolo di spalla e di figurante, che gli fornisce gli attacchi musicali per esternare il suo disincantato e straniante stile di show-man. De Luca condendo con ironia le sue cronache, racconta che il nostro Paese è fondato sul reality, i suoi abitanti ormai privilegiano i rapporti virtuali a quelli reali e che tutti, grandi e piccoli esprimono le loro emozioni con le faccine nei messaggi su WhatsApp.-

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Giovedì, 05 Giugno 2014 22:04
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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