lunedì, 24 giugno, 2019
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Londra, Musical che passione! di Mario Mattia Giorgetti

Once Once Regia John Tiffany

Quali sono gli elementi che determinano l'attività e i generi di spettacolo in città quali Londra, New York, Parigi, Berlino e altre capitali internazionali?

Sapendo che ogni genere di spettacolo ha bisogno di un suo pubblico, ciò significa che sarà la composizione sociale del pubblico a spingere per un genere di spettacolo piuttosto che per un altro.
Sappiamo, inoltre, che le città citate sono luoghi di grande attrazione turistica; hanno un flusso di persone che va ad aggiungersi al numero degli abitanti del luogo. Quindi nasce spontaneo rivolgersi anche a quel
pubblico cosmopolita che gravita, di volta in volta, nelle metropoli d'interesse turistico e commerciale. E, come sappiamo, quel tipo di pubblico è portatore di denaro; è mosso da curiosità culturale, di confronto sociale, per ciò è giusto proporre per questo pubblico di turisti un genere di spettacolo che li possa attrarre con eventi decifrabili a tutti. Insomma: animarlo. E cosa c'è di meglio del linguaggio musicale, incorporato, intrecciato con azioni sceniche, canzoni, coreografie, dialoghi veloci carichi di sentimenti o di note umoristiche, di gag, con scene, costumi, luci, effetti che facciano spettacolo?
E' da queste modeste considerazioni che nascono spettacoli definiti "musical", perché la struttura narrativa di questo genere sconfina in tutte le discipline dello spettacolo, dei linguaggi. E' molteplice: il Musical offre elementi comunicanti vasti, sensoriali, emotivi, di facile e piacevole fruizione.
In sintesi, è la composizione del pubblico che si forma in una metropoli che detta legge sulle scelte dello spettacolo da consumare. Sono considerazioni semplici, ovvie, ma necessarie per capire se questo genere di teatro, il Musical, può attecchire per lunghe tenute in città turistiche italiane quali Milano, Roma, Napoli, Firenze ecc.
Rispondiamo subito. No, non possono avere lunghe programmazioni, ma solo brevi periodi di passaggio, anche se da tempo si è creato un forte impulso di pubblico giovanile verso le produzioni teatrali di carattere musicale.
Per comprendere meglio il nostro ragionamento, basta analizzare i tamburini dei teatri per scoprire che a Londra, in questa stagione, ci sono ben 36 musical, contro 70 di teatro prosa, 25 di balletto.
E a Milano, a Roma, a Napoli, a Firenze e nelle altre nostre città, come stiamo? Abbiamo solo una o due compagnie al massimo di passaggio per poche repliche.
Dopo aver frequentato città come Bucarest, dedita al teatro di prosa, Stoccolma, rivolta al cinema, non potevamo non fare una capatina a Londra per arricchire il nostro orizzonte e offrirlo al lettore.
Abbiamo avuto il piacere di assistere a Once, di Enda Walsh, Glen Hansard e Markéta Irglová (musica), John Carney (regista e autore del film Once), John Tiffany (regia), Steven Hoggett (movimenti), Martin Lowe (supervisore musicale), Bob Crowley (scenografo, costumista), Natasha Katz (luci), Clive Goodwin (sound design), in cartellone da marzo scorso, dopo aver ottenuto innumerevoli repliche a New York da 2102, con una media di otto recite esaurite a settimana, sempre con lo stesso cast, (Declan Bennett, Zrinka Cvitesic, Valda Aviks, Phoebe Fildes) formato da dodici attori-cantanti-musicisti, scelti in maniera eccezionale: giovani, anziani, caratteri, donne uomini, giusti per coprire tutti i diversi ruoli che, sul dipanarsi della storia, s'incontrano.
Prima di raccontare il plot su cui poggia tutto lo spettacolo, è bene dire che si tratta di una abile, intelligente, furba operazione creativa: un adattamento dall'omonimo film Once, nato in Irlanda e che ha raccolto via via un bel successo e ha fatto incetta di premi.
E poi bisogna aggiungere che quel cast è eccezionale, fondamentale; e l'arguzia di coinvolgere fin dall'inizio il pubblico, aprendo il palcoscenico come luogo d'incontro, dove poter consumare bibite, cibo, qualsiasi cosa che può mettere al proprio agio lo spettatore, significa dare subito un chiaro messaggio che sul quel palcoscenico agiranno personaggi, artisti, che si possono incontrare per strada, sfrondando subito l'idea che non sarà uno spettacolo dominato dalla teatralità, bensì un evento naturale, sincero, umile nella sua costruzione ma efficace nel porgere sentimenti d'amore, emozioni di speranza, di una storia di reale esistenza.
L'abilità dell'autore e dei realizzatori sta nel miscelare tutti i linguaggi della comunicazione: musica che fa da base, canzoni narrative legate allo svolgimento dei fatti, azioni coreografiche minimali ma potenti nel dare suggestioni, dialoghi stringati, cambiamenti di scena veloci; scena fissa, non finta, riconoscibile come luogo aperto al pubblico, come può essere un Pub, per giustificare la presenza in scena di tutti gli artisti che si alternano (in zone deputate, con pochi elementi scenici: tavoli, sedie, pianoforte, posizionati a vista sul momento) a recitare, cantare, suonare ogni volta che lo svolgimento della storia lo richieda.
La storia, in sintesi, è questa: un giovane musicista e cantante di strada, deluso, amareggiato, depresso perché abbandonato dalla fidanzata, incontra una giovane immigrata ceca, anche lei musicista e cantante, anch'essa provata dalla vita come donna con figlia, separata dal marito, con madre a carico; lo vuole aiutare a recuperare fiducia nel suo lavoro di musicista e nella vita. Stabiliscono uno scambio di collaborazione per dar vita ad un sodalizio artistico ed una intesa di sogni, ma una tenerezza di sentimenti è pronta a sfociare in una possibile storia d'amore, quando la realtà dei fatti si ricompone: lui ritroverà la fidanzata che lo aveva abbandonato, lei accoglierà il ritorno del marito per dare unità alla famiglia, sicurezza alla figlia, aiuto alla madre.
Spettacolo che si alterna tra momenti ilari, dinamici, tristi, comici; che prende per la bravura e credibilità degli interpreti, per le belle canzoni, per la semplicità dei costumi, per l'essenzialità produttiva; niente sfarzi, niente effetti spettacolari, ma tanta bella musica che ti entra dentro e che ti accompagnerà nel tempo. Ovazioni assicurate ad ogni replica.

West Side Story

WEST SIDE STORY
scritto da Arthur Laurents e musicato da Leonard Bernstein
Testi di Stephen Sondheim
Orchestrazione di Leonard Bernstein con Sid Ramin e Irwin Kostal
Regia: Robert Wise e Jerome Robbins
Coreografia: Jerome Robbins

Per soddisfare il nostro interesse per questo genere di spettacolo, abbiamo voluto vedere anche l'inossidabile West side story, anch'esso tratto dal famoso omonimo film, apparso nel '57 a New York, e che a Londra lo si è replicato per anni e adesso in tournée in provincia. Noi l'abbiamo raggiunto a Wimbledon, alla prima di dieci repliche in programma, nel teatro principale della cittadina, per verificare come è adesso l'accoglienza di un pubblico di provincia.
Teatro strapieno, almeno 800 posti tanto è la capacità del locale, molte persone anziane, ben vestite, pochi giovani in gruppo, (il prezzo dei biglietti seleziona il target). Molta aspettativa per l'evento. Accoglienza super motivata.
Lo spettacolo, anche se le dimensioni del palcoscenico non erano quelle giuste, funziona al meglio: la presenza delle due bande di giovani che si contrappongono genera tensione, energia che spruzza fuori dai pori di bellissimi corpi, coreografie geniali scolpite sui personaggi, musiche e canzoni che ormai fanno parte del nostro sapere, una storia d'amore che evoca quella di Giulietta e Romeo, incastonata tra i dissapori di due gruppi anziché tra due famiglie quali Montecchi e Capuleti; interpreti di provata bravura. Tutti ingredienti che soddisfano il palato di un pubblico che vuole sognare, vivere favole d'amore, contenuti positivi, sentimenti forti. E giù applausi a non finire.

Ultima modifica il Sabato, 23 Novembre 2013 13:27

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