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MEIN HERZ: Drodesera XXXIII, Centrale Fies - UNTITLED_I will be there when you die di Alessandro Sciarroni

Drodesera XXXIII Centrale Fies Drodesera XXXIII Centrale Fies

con Lorenzo Crivellari, Edoardo Demontis, Victor Garmendia Torija, Pietro Selva Bonino
musica originale, casting, training Pablo Esbert Lilienfeld
consulenza drammaturgica Peggy Olislaegers, Antonio Rinaldi
osservazione dei processi creativi Matteo Ramponi
cura del progetto Lisa Gilardino
direttore di produzione Marta Morico
organizzazione Luana Milani
organizzazione casting Benedetta
ufficio stampa Beatrice Giongo]
produzione Teatro Stabile delle Marche - Corpoceleste_C.C.00#
coproduzione Comune di Bassano del Grappa / Centro per la Scena Contemporanea - Biennale de la danse / Maison de la Danse de Lyon - AMAT - Mercat de les Flors/Graner, Barcelona - Dance Ireland, Dublin
realizzato nell'ambito del progetto europeo Modul Dance e promosso dall'European Dancehouse Network con il sostegno del Programma Cultura 2007-13 dell'Unione Europea, Centrale Fies, Santarcangelo dei Teatri •12 •13 •14 Festival Internazionale del Teatro in Piazza
Centrale Fies, Dro, TN 28 Luglio, 2013

Untitled di Alessandro Sciarroni
Foto Andrea Pizzalis.

Al primo birillo schizzato in aria, ho pensato fosse giocoleria.
Al secondo, che le braccia sono potenti come balestre.
Al terzo, ho appeso, insieme a loro, gli occhi al cielo.
C'è sempre un certo senso di smarrimento quando si prova a definire quello che dovrebbe essere considerato teatro. Ogni deriva concettuale ha dimostrato, lentamente, il suo carattere inconciliabile con l'irriducibile invisibilità del patto col pubblico. C'è un elemento, una molecola piccolissima, che non è soggetta al calcolo, che non può essere argomentata, che è un segreto innominabile seminato nell'occhio e che trova corrispondenza solo in un'affinità elettiva: è l'istante irripetibile di un incontro e quell'amara felicità nel salutarsi; forse un compagno di viaggio trovato a metà strada, in cui ti imbatti una notte scandita da una stanchezza senza parole, con cui ritrovarsi sbronzi in un punto desolato del mondo, sdraiati sopra un prato a fissare le stelle.
Non dico che il teatro sia indiscutibilmente questo, ma che sia necessario ripristinarlo a luogo di scambio gratuito, non solo un aperitificio dove salutarsi in sala ma esperienza rituale, di vita, che sappia celebrarla in tutto lo sforzo della resistenza.
Ci ricorda, Alessandro Sciarroni, che il teatro può essere al contempo semplice, un gesto minimo portato alle estreme conseguenze, il contrario dell'ostentazione superficiale e narcisista dell'attore a cui siamo abituati: un sinonimo di umanesimo.
Non è richiesto altro che fare ciò che si sa fare, ai quattro performer disposti sul palco (forse la richiesta più difficile nella sua essenzialità), in assetto basic come il set di una pubblicità di American Apparel.
Non ci sono fronzoli, non ci sono accessori, non c'è nulla che agghindi l'estrema sintesi a cui stanno dando corpo i quattro ragazzi (Lorenzo Crivellari, Edoardo Demontis, Victor Garmendia Torija, Pietro Selva Bonino).
Hanno i loro strumenti, quelle clavette che incantano, che avranno manipolato per anni, con cui avranno sudato, bestemmiato, parlato, riso, lanciato ad ogni errore, detestato ogni volta che si sono rese testimoni di un fallimento, di un'evoluzione mancata, di un disegno che si è spezzato sul più bello; ed ora che l'illusione è quella di padroneggiare la materia, stanno di fronte a noi, nell'asciuttezza di un'umiltà sportiva, appassionata come una gara agonistica in cui la sfida non è mai con il prossimo ma sempre contro il limite della nostra imperfezione, per condividere con noi il senso profondo dello sforzo e della costanza.
Mi torna in mentre un passo di Wolfgang Goethe: "Nella lontananza dell'oggetto amato ci sembra di diventare tanto più padroni di noi stessi, quanto più forte è il nostro amore, perché costringiamo interiormente tutta la forza della passione che si espandeva verso l'esterno; ma quanto rapidamente siamo subito strappati da questo errore, quando colui al quale credevamo ormai di avere rinunciato, all'improvviso ci sta innanzi di nuovo, indispensabile".
Si forma così un piano trasversale che taglia, all'altezza della testa, la scena in due riquadri: quello intento a dialogare con il basso, legato alla terra, lì dove i giocolieri poggiano i piedi e su cui tutti noi camminiamo, luogo della fatica, dove goccia il sudore, dove si irrigidiscono i muscoli, dove frullano vorticose le braccia, in cui l'attenzione si fa peso specifico contro la forza di gravità e si cerca un senso al proprio operare. Quel luogo in cui si esprime l'errore, ogni volta che il gioco si fa somma di complessità e scivola dentro l'ingestibile ironia del caso.
E poi in alto, molto sopra la linea d'orizzonte, lì dove non c'è più alcun controllo, dove il solo limite è l'atmosfera, quegli attrezzi si fanno atomi d'aria, in una danza ipnotica che pennella forme, tratteggia l'invisibile e restituisce il ritmo di un polmone che scopre, di nuovo, come si possa respirare lentamente. E nell'aria che sorregge queste figure vuote, si espande la musica scritta dal quinto in scena, Pablo Esbert Lilienfeld, isolato nella parte destra, oltre il perimetro di palco a dirigere e incoraggiare questo delicatissimo castello di carte.
In quel piano trasversale, punto in cui le due dimensioni per un istante si incontrano, si generano storie, ipotetiche e impossibili, che sono il dialogo tra due tendenze che stanno agli antipodi: si parla di amore, si scorgono lucciole che corrono tra i rami, si va veloci, in macchina, con le braccia tese fuori dal finestrino; si vede la fine ma sempre nel punto di rinascere. Sono tante le storie immaginarie, tante quante le possibili combinazioni di pattern e di tricks: questo vuol dire padroneggiare la disciplina, fare delle regole un campo picchettato di limiti in cui sperimentare le infinite varianti della libertà.
Mi guardo intorno, dopo un'ora di spettacolo, siamo tutti con gli occhi rivolti oltre le sopracciglia, con un sorriso un po' ebete e la testa che ballonzola seguendo i birilli, e penso: saremo ancora qui quando morirete.

Andrea Pizzalis

Ultima modifica il Lunedì, 19 Agosto 2013 23:02

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