giovedì, 18 luglio, 2019
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NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA 2019 - "Coltelli nelle galline", regia Andrée Ruth Shammah. -di Gigi Giacobbe

Alberto Astorri e Eva Riccobono in "Coltelli nelle galline", regia Andrée Ruth Shammah. Foto Tommaso Le Pera Alberto Astorri e Eva Riccobono in "Coltelli nelle galline", regia Andrée Ruth Shammah. Foto Tommaso Le Pera

Coltelli nelle galline (Knives in hens)
di David Harrower
Traduzione di Monica Capuani e Andrée Ruth Shammah
Regia di Andrée Ruth Shammah
al Teatro Nuovo di Napoli, 29 e 30 giugno 2019
Interpreti: Eva Riccobono, Alberto Astorri, Pietro Micci
Scene: Margherita Palli
Luci: Camilla Piccioni
Costumi: Sasha Nikolaeva
Musiche: Michele Tadini
Video: Luca Scarzella
Produzione: Teatro Franco Parenti- Fondazione Campania dei Festival –
Napoli Teatro Festival Italia in collaborazione con Spoleto 62 Festival dei due Mondi

Per la messinscena dei Coltelli nelle galline (Knives in hens) del 53enne drammaturgo scozzese David Harrower, la regista Andrée Ruth Shammah, (artefice pure della traduzione assieme a Monica Capuani), in sintonia con la scenografa Margherita Palli, ha completamente destrutturato la sala del Teatro Nuovo di Via Montecalvario, nel cuore dei Quartieri Spagnoli di Napoli, in occasione della XII Edizione del Napoli Teatro Festival diretto da Ruggero Cappuccio. Il palcoscenico è diventato un ring quasi per incontri di Judo o di Kung Fu e gli spettatori sono seduti tutti intorno su delle panche e alcune poltrone residuate. Gli interpreti, simili a dei lottatori, non sono due uno di fronte all'altro, bensì tre: lo stalliere Pony William di Alberto Astorri sposato con l'ingenuotta contadina di Eva Riccobono senza nome, per la quale il formaggio è come la luna, e il mugnaio Gilbert Horn di Pietro Micci simile a un Landru campagnolo. Trattasi del primo lavoro di Harrower, presentato la prima volta al Traverse Theatre di Edimburgo nel 1995, che nel corso degli anni ha riscosso successi un po' dappertutto. Anche se in certo modo le location contadine possono ricondurci a certi drammi veristi di Verga e Capuana scatenati dalla gelosia e dall'ossessione amorosa, qui nel lavoro di Harrower ciò che colpisce del triangolo rurale, che la Shammah puntualizza con un bel lavoro di regia, è la posizione della donna, ignara, pare, d'ogni cosa, dedita sola ai lavori dei campi e a giacere col marito quando capita, ignara soprattutto di cosa è la vita all'esterno delle sue quattro mura, isolata dal mondo e da tutti, estremamente curiosa quando si trova a contatto col mugnaio, certamente più colto di lei perché legge e s'informa, anche se carico d'una falsa storia sanguinolenta alle spalle per avere ucciso moglie e figlio. Grazie ai modellini in scala dei luoghi agiti dagli attori, il plot si sviluppa su due piani: quello reale attorno al ring quando la donna inserisce una statuina con le sue fattezze all'interno di quelle piccole strutture e quello filmato su uno schermo bianco, posto sul fronte-scena, riproducente gli stessi ambienti interni, dialoghi e movimenti. Le musiche intime e profonde di Michele Tadini, le luci chiaroscurali di Camilla Piccioni e i video prevalentemente in bianco e nero di Luca Scarzella fanno compiere allo spettatore un percorso ora reale ora vicino all'astrazione. I caratteri dei tre protagonisti, tutti all'altezza nei loro non facili personaggi, sono ben delineati: William è un villico senza pretese, spacca la legna, pensa ai cavalli, a divertirsi nella stalla con qualche femminotta, ai sacchi di grano per farne farina, quella stessa farina che farà sballare la moglie quando sogna o pensa il mugnaio che gliela scoppia con le due mani imbiancandosi il viso. Più avanti dopo averlo colpito con un pugno negandogli un bacio sarà più incline ad accettare le sue avances sino a fare l'amore con lui, forse per rendere la pariglia al marito per quelle moine che echeggiavano dalla stalla. Adesso la donna sembra che si esprima meglio e non usa più i verbi all'infinito e riprende pure a scrivere, un esercizio che aveva accantonato e pensa pure, con l'aiuto del mugnaio, a come liberarsi del marito mettendo in atto un mariticidio con la grossa macina del mulino. I due adesso pare vadano d'amore e d'accordo, forse la donna pensa che quell'uomo possa essere il passe-partout per conoscere il mondo intorno. Ma non sarà così perché il mugnaio deciderà di lasciare quel luogo che gli sta troppo stretto. Sarà lei a restare perché il villaggio ha bisogno d'un nuovo mugnaio.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Mercoledì, 03 Luglio 2019 06:32

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