mercoledì, 19 dicembre, 2018
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FESTIVAL DI MUSICA ANTICA DI INNSBRUCK 2018 - "Mondi in movimento". -di Giulia Clai

"La Semele o sia La richiesta fatale", Festival di musica antica di Innsbruck 2018 "La Semele o sia La richiesta fatale", Festival di musica antica di Innsbruck 2018

FESTIVAL DI MUSICA ANTICA DI INNSBRUCK

Come ogni anno dal 1976, nel cuore del Tirolo austriaco si è svolto il Festival di musica antica di Innsbruck, (Innsbrucker Festwochender AltenMusik). Nell'anno 1963, in occasione del seicentesimo anniversario del lascito del Tirolo ai duchi d'Austria, il musicista di Innsbruck Prof. Otto Ulf organizzò il primo concerto nel castello di Ambras. I concerti al castello di Ambras continuarono nel corso degli anni e nel 1976 fu istituito il festival stesso con Ulf come direttore artistico. Dal 1991al 2009 è stato direttore del festival il maestro belga e specialista della musica antica René Jacobs, cui è succeduto dal 2010 Alessandro De Marchi. L'edizione 2018, intitolata Bewegte Welten (Mondi in movimento), ha percorso quattro secoli del teatro barocco di varie provenienze geografiche, da Venezia, a Napoli, a Torino.
La più antica, Gli amori di Apollo e Dafne di Francesco Cavalli su libretto di Busenello rappresentata a Venezia nel 1640, è stata interpretata da Giulia Bolcato e da Sara Maria Saalmann nei ruoli dei due protagonisti, con l'orchestra Accademia la Chimera diretta da Massimiliano Toni.
Il Settecento è stato rappresentato da La Semele, la serenata di Adolf Hasse, eseguita a Napoli nel 1726, che è stata eseguita per la prima volta in epoca moderna  dall'orchestra Le Musiche Nove, diretta da Claudio Osele con le voci di Francesca Aspromonte, Roberta Invernizzi e Sonia Prina.
Gli amori di Apollo e Dafne (24/08/2018). Nato a Crema, allora nella Repubblica di Venezia, nel 1602, Francesco Caletti Bruni, poi Cavalli, nel 1616 si trasferisce a Venezia al seguito del patrizio veneziano Federico Cavalli, che lo affida alle mani di Claudio Monteverdi, allora direttore della cappella ducale. Dal 1617 entra nell'ambito della Cappella Marciana della Basilica di San Marco, nella quale ricopre i ruoli successivi di cantore, organista, secondo organo, primo organo e infine maestro di cappella dal 1668 fino alla morte nel gennaio 1676. Cavalli cominciò a scrivere per il teatro nel 1639 e la sua attività non conobbe soste per ben trentadue anni. Rispetto al suo panorama contemporaneo, Cavalli ha dato alle arie una struttura più funzionale, una forma più elegante e più accurata nei dettagli timbrici e ritmici, più ricca d'armonia, di modulazioni e di strumentazione. Forse il più significativo merito di questo musicista sta nell'avere individuato e consolidato gradualmente gli aspetti formali di quella che era divenuta tra il 1630 ed il 1650 la rappresentazione musicale di maggior interesse per il pubblico veneziano aristocratico e borghese, poi presa a modello nei maggiori teatri italiani (Napoli, Milano, Bologna, Genova) ed europei del suo tempo.
Gli amori di Apollo e Dafne, basata sulla storia dell'amore di Apollo per la ninfa Dafne raccontata nelle Metamorfosi di Ovidio, fu la seconda opera lirica di Cavalli. In questo melodramma i soggetti trattati sono essenzialmente mitologici e la libera fantasia dell'autore si dispiega in tutta la sua stupefacente grandezza, non essendo ancora imbrigliata nei cliché drammaturgici e musicali che di lì a pochi anni uniformeranno il mondo del melodramma.
Nella trama dell'opera, ricchissima di personaggi, alla vicenda principale di Dafne (il soprano Sara Maria Saalmann), che per sfuggire alle bramosie di Apollo (il controtenore venezuelano Rodrigo Sosa dal Pozzo) si fa trasformare in alloro dal padre Peneo, si affianca quella di Aurora (il mezzo soprano Eléonore Pancrazi) che inganna il vecchio marito Titone (il tenore Juho Punkeri), sedotta dalla bellezza del mortale Cefalo (il soprano Giulia Bolcato). Vi sono poi scene affidate a personaggi secondari, terreni, che fanno da contrappeso all'elemento divino dei personaggi principali: un esempio è Procri (il soprano Deborah Cachet), moglie tradita di Cefalo che piange la sua triste sorte. Le scene del saggio Alfesibeo (il basso Jasin Rammal-Rikała) e la vecchia e miserabile Cirilla (il tenore Isaiah Bell) che invitano a riflettere sulla fragilità dell'uomo e sulla imperscrutabilità del suo destino con considerazioni moraleggianti, costituiscono la chiosa tipica del melodramma barocco.
L'essenza del ruolo vocale di Giove o di Peneo sta nei declamati di quest'opera, come pure negli ariosi che impreziosiscono le lunghe dissertazioni di Apollo, ma, sebbene non assenti, sono stati inspiegabilmente contenuti, a volte quasi soffocati. Le pagine in stile drammatico invece hanno mostrato tutta laloro originalità e libertà creativa e il lamento di Procri, isolato e prezioso cameo di Deborah Cachet, a conclusione dell'Atto Primo, è stato forse l'esempio più intenso e toccante di tutta la rappresentazione. Le lunghe frasi dall'andamento asimmetrico nelle quali si snodano e si alternano i magici chiaroscuri degli accenti di Aurora, di Dafne, di Amore e di Cefalo hanno inteso conferire carattere sovrannaturale a tutta l'opera, non sempre con successo. La fusione di musica e parola, di umano e di divino, di dimensione onirica e di accenti fisici è stata raggiunta solo a tratti, come nel bellissimo e mirabile lamento di Apollo di fronte a Dafne tramutata in pianta. Pur essendo la compagnia di canto di livello complessivo abbastanza alto anche per omogeneità, la scelta di affidare più ruoli agli stessi cantanti potrebbe essere rivista. Come in precedenti edizioni, gran parte dei cantanti sono stati tra i partecipanti alla finale del Concorso Cesti del 2017, tra i quali, in questo caso, le vincitrici del secondo e terzo premio.
La regia di Alessandra Premoli, con una serie di quadri efficaci, non ha fatto sentire troppo la mancanza d'un impianto scenografico spettacolare, e con l'ausilio di abili giochi di luce, disegnati dalla compagnia alTREtracce, ha creato suggestioni coinvolgenti.
Per questa esecuzione è stata impiegata un' edizione che integra con parti strumentali la lezione del manoscritto, prevedendo un'orchestra da camera che comprenda anche legni e ottoni, oltre agli archi, ben eseguita dai giovani musicisti che compongono l'ensemble dell'Accademia La Chimera, diretti da Massimiliano Toni. Tuttavia probabilmente tutta la rappresentazione è stata penalizzata dal trasferimento improvviso dell'esecuzione dal cortile della facoltà di teologia ad una sala antistante.
La Semele o sia La richiesta fatale (26/08/2018). Nato a Bergendorf nel 1699, Johann Adolf Hasse, quindicenne si trasferì ad Amburgo, dove divenne cantante dell' Opernhaus. Nel 1722, su consiglio di amici, si recò a Napoli per affinare la sua preparazione, dove fu allievo di Nicolò Porpora e poi di Alessandro Scarlatti, che esercitarono un notevole influsso sulle opere che Hasse fece rappresentare con successo in quel periodo, diventando popolarissimo nei salotti dove cantava e suonava. Nel 1727 si trasferisce a Venezia, accettando il posto di maestro di cappella al Conservatorio degli Incurabili e continuando la sua brillante carriera teatrale. Con il titolo di maestro di cappella del Re di Polonia, dal 1730 Hasse incominciò a viaggiare attraverso tutta l'Europa per onorare gli inviti a corte e per rappresentare i lavori commissionati. Nominato Hofkapellmeister, nel 1733 si stabilì a Dresda presso il Principe Federico Augusto II, dove rimase trent'anni, ma con frequenti viaggi all'estero. A seguito della guerra dei 7 anni e dei problemi economici conseguenti, si trasferisce a Vienna, dove compose diverse opere in collaborazione con Metastasio. Il suo decesso avvenne a Venezia, all'età di ottantaquattro anni. Le sue ultime composizioni furono un Te Deum e un Requiem, che aveva destinato per se stesso e che aveva affidato a Schuster.
La Semele o sia La richiesta fatale fu rappresentata per la prima volta a Napoli nell'autunno del 1726. All' Innsbrucker Festwochender AltenMusik si è potuto assistere alla prima esecuzione in epoca moderna di questa serenata napoletana di Hasse, in due atti con una orchestra d'archi e tre soli personaggi: una produzione semiscenica, con una regia completa e costumi, in una scenografia essenziale. Il genere scelto da Hasse per rappresentare il mito di Sèmele si traduce in un'opera senza scene e costumi troppo impegnativi, prevista per un'esecuzione privata, ancorché pregiata e Claudio Osele, che l'ha diretta, ha, per così dire, riportato alla luce l'unica fonte giunta a noi, il manoscritto conservato nell' Archivio della Società degli Amici della Musica di Vienna. L'opera inizia con una ouverture dal movimento largo,che con vivacità entra nel vivo dell'azione, scandita da arie solistiche, duetti e i due terzetti che concludono le due parti dell'esecuzione, intercalati per lo più da recitativi semplici e accompagnati. Le tra voci, Sèmele di Francesca Aspromonte, Giove di Sonia Prina e Giunone di Roberta Invernizzi non hanno deluso le aspettative, mantenendo, pur nell'equilibrio mirabile, una sottile ma chiara differenziazione. Tuttavia Giove di Sonia Prina ha spiccato per vivezza e precisione nel tradurre gli accenti emotivi in varietà cromatica. Delle tre interpreti va sottolineata la forza espressiva dell'interpretazione teatrale, che ha arricchito la serata di immediatezza e freschezza.
Per la parte strumentale Osele si è affidato all'ensemble di sua fondazione Le Musiche Nove, in perfetta sintonia e simbiosi artistica con la sua direzione. Il Direttore ha puntato sul basso continuo, evitando cesure timbriche marcate, preferendo sfumare i recitativi secchi negli accompagnati, scelta che ha arricchito l'esecuzione di carattere e dinamismo, controllati e bilanciati dalla direzione precisa e attenta, con stacchi di tempo mai eccessivi, sempre ben equilibrati.
Georg Quander, Veronika Stemberger e Ralph Kopp hanno optato per la semplicità: solo pochi arredi e due costumi, settecenteschi per Giunone e Giove in apparenza divina, e abiti anni Sessanta del secolo scorso per Sèmele e Giove in vesti umane, mentre l'alternanza tra Olimpo e Terra è stata resa con gigantografie dei mobili della gonzaghesca Sala dei Giganti.

Giulia Clai

Apollo e Dafne
Dafne Sara-Maria Saalmann
Apollo Rodrigo Sosa dal Pozzo
Amore Giulia Bolcato
Procri, Ninfa, Musa Deborah Cachet
Aurora, Ninfa, Musa Eléonore Pancrazi
Itàton, Venere, Filena, Musa Isabelle Rejall
Morfèo, Cirilla, Pastore Isaiah Bell
Titone, Cèfalo, Pan Juho Punkeri
Panto, Alfesibèo, Pastore Jasin Rammal-Rikała
Sonno, Giove, Penèo Andrea Pellegrini

Teatro d'ombra alTREtracce
Attori Massimo Arbarello, Fabio Bellitti, Sebastiano Di Bella
Direttore Massimiliano Toni
Regia Alessandra Premoli
Costumi Mariana Fracasso

Accademia La Chimera

Semele
Sèmele Francesca Aspromonte
Giunone Roberta Invernizzi
Giove Sonia Prina
Direttore Claudio Osele
Regia Georg Quander
Palcoscenico e costumi Veronika Stemberger
Luci Ralph Kopp

Le Musiche Nove

Direettore del festival: De' Marchi

Ultima modifica il Martedì, 04 Settembre 2018 07:06

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