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96° ARENA DI VERONA OPERA FESTIVAL - “ Nabucco” di G. Verdi (12 luglio), "Aida" di G. Verdi (22 Luglio). - di Federica Fanizza

“Aida", regia e scene Franco Zeffirelli. Foto ENNEVI “Aida", regia e scene Franco Zeffirelli. Foto ENNEVI

Tra un Risorgimento percepito e un Egitto immaginato
Arena di Verona, Nabucco di G. Verdi (12 luglio), Aida di G. Verdi (22 Luglio)

AIDA
Opera in 4 atti su Libretto di Antonio Ghislanzoni.
Musica di Giuseppe Verdi
Prima esecuzione: 24 dicembre 1871, Il Cairo.

Il Re d'Egitto Romano Dal Zovo
Amneris, sua figlia Violetta Urmana
Aida, schiava etiope Maria Josè Siri
Radamès, capitano delle guardie Carlo Ventre
Ramfis, capo dei sacerdoti In Sung Sim
Amonasro, re d'Etiopia, padre d'Aida Ambrogio Maestro
Un messaggero AntonelloCerona
Sacerdotessa Francesca Triburzi
Primi ballerini Beatrice Carbone, Petra Conti, Gabriele Corrado
Orchestra, coro e corpo di ballo dell'Arena di Verona
Direttore Jordi Bernàcer
Maestro del coro Vito Lombardi
Regia e scene Franco Zeffirelli
Costumi Anna Anni
Coreografia Vladimir Vasiliev
Verona, 96° Arena Opera Festival 2018, 22 luglio 2018

NABUCCO
Dramma lirico in quattro parti.
testi di Temistocle Solera
musiche di Giuseppe Verdi
Prima esecuzione: 9 marzo 1842, Milano

Nabucco Amartuvshin Enkhbat
Ismaele Luciano Ganci
Zaccaria Rafal Siwek
Abigaille Susanna Branchini
Fenena Géraldine Chauvet
Gran Sacerdote di Belo Nicolò Ceriani
Abdallo Roberto Covatta
Anna Elisabetta Zizzo
Direttore d'Orchestra Jordi Bernàcer
Maestro del coro Vito Lombardi
Regia e Costumi Arnaud Bernard
Scene Alessandro Camera
Lighting design Paolo Mazzon
Orchestra, Coro e Tecnici dell'Arena di Verona
Verona, 96° Arena Opera Festival 2018, 12 luglio 2018

Sono proseguite in Arena le repliche degli spettacoli avviati nel corso di questo mese di luglio: Carmen, Aida, Nabucco e Turandot si alternano nella programmazione con frequentissini scambi di cast che rendono anche le repliche interessanti per gli abbiamenti vocali proposti. Manca ancora all'appello Il Barbiere di Siviglia di Rossini riproposto nella regia di Hugo De Ana, che prenderà il posto in Agosto della Turandot di Giacomo Puccini. La scelta è caduta sul Nabucco di Giuseppe Verdi, in seconda replica, con la regia di Arnaud Bernard prodotta nel 2017 e sull'Aida regia di Franco Zeffirelli, nell'allestimento del 2002, in una delle tante serate previste in cartellone. Tanto si è già scritto su queste due produzioni che qualsiasi ulteriore commento sembra superfluo. Certamente da confronto delle due regie emerge un comune atteggiamento nell'utilizzo dello spazio areniano, spazio che lancia una sfida: bravo chi la sa raccogliere capace di tener fede ai messaggi dell'opera in allestimento, ma nel contempo che sappia far filtrare il rinnovamento sia tecnico che concettuale che serpeggia nel mondo teatrale. Il tutto senza perdere di vista quel pubblico che si aspetta dagli spettacoli allestiti il piacere della sorpresa e della meravigliae nel contempo essere consapevole e conoscere gli artisti lirici che si susseguono nelle rappresentazioni, che cambiano, anche di aspetto fisico, come tener presente che le voci devono avere un loro spazio vitale perchè diano "anima" all' allestimento.
"Nella prima parte la scena fingesi in Gerusalemme, nelle altre in Babilonia" con l'incipit del libretto. Il Nabucco del regista (e costumista) Arnaud Bernard con lo scenografo Alessandro Camera mescolando date, anni e fatti, tiene per buona la leggenda popolare del Verdi eroe del Risorgimento. Ci si diverte a seguire il loro progetto allestito come un gran fumettonepopolare che estituisce il clima di ideali politici in cui ha preso forma il mito di "W V.E.R.D.-I." assieme a quella propaganda nata a ridosso dell'Italia Unita che ha fatto diventare il musicista di Busseto il cantore dei popoli oppressi dal giogo straniero. Ambientano il loro Nabucco, nelle ore e nei giorni delle Cinque Giornate (Milano, 18-22 marzo 1948) tra barricate fatte di oggetti comuni che si abbarbicano sulle gradinate e la facciata solenne del Teatro alla Scala che reca segni di cannonate, con bandiere tricolori che vendono abbattute e vessilli, con l'aquila bicipite, gialle e nere (segni della monarchia asburgica che domina il Lombardo-Veneto) che vengono issati alle finestre di una Scala perfettamente ricostruito anche negli interni perno della vicenda scenica, giusta sostituzione del Tempio di Gerusalemme e della reggia di Nabuccodonosor, re degli Assiri. Gli austriaci prendono il posto degli Assiri e gli ebrei sconfitti indossano le vesti dei milanesi insorgenti. Certo l'immaginazione creativa e storica è stata tanta se si considera che l'opera venne stampata da Ricordi che, nel suo stemma di editore, recava l'aquila asburgica e la scritta I.R. stampatore Giovanni Ricordi come sul frontespizio stesso riporta la dedicata all'archiduchessa Adelaide d'Austria, doveroso omaggio a chi aveva provveduto finanziariamente affinchè il Teatro alla Scala potesse finanziare la nuova opera. Certamente idea non nuovissima anche se non si tratta oltanto di una una trasposizione cronologia tout court, ci possiamo leggere tante citazioni da Luca Ronconi e alle sue trasposizioni spaziali e temporali, come i riferimenti cinematografici; ma quello che ne fa uno specifico sono le situazioni teatrali costituite da salti di spazio, prassi utilizzata nella tradizione cinematografica dei film di adattamento di opere lirica che giocavano con la sottile arte del teatro nel teatro.

nabucco 18

Nella lettura del Nabucco di Bernard sussistono diversi piani lettura: una storica che ci permette di ricostruire la percezione dei miti fondativi del Risorgimento italiano, una teatrale che insiste sulla pluralità di spazi nei quali un attore può agire contemporaneamente come se fosse addentro iu un'unico piano sequenza. Grazie alla struttura teatrale ruotante su se stesso gli ambienti riprodotti sono concepiti per essere attraversati in una unica sequenza scenica all'atto dei cambio scena con i passaggi dei personaggi che transitano dall'esterno all'interno nel momento della rotazione della struttura. Di grande effetto nell' atto finale in cui all'interno dello spaccato dell'aula scaligera fedelmente ricostruita con i livelli dei palchi a misura, viene allestito un Nabucco da tradizione con scene di cartapesta, ebrei e assiri nei costrumi d'epoca con il pubblico che assiste alla rappresentazione suddiviso gerarchicamente con soldati in platea, nobiltà nei palchi e il popolo in loggione:finale pieno con estensione di bandieroni tricoli e scritte W l'Italia e Viva Verdi con estensione di tricolori finali, con la stessaAbigaille/archiduchessa che vi assiste dalla platea in poltrona d'onore. Dagli spalti una voce solitaria apostrofa "Viva Cecco Beppe" alla comparsa nel Nabucco in divisa imprriale da ipotetico Francesco Giuseppe, forse sarebbe meglio da arciduca Ranieri (vicerè del Lombardo-Vento fino al 1848). Il tutto tra un gran movimento in palcoscenico e ricco di effetti speciali tra sparate di cannoni ,sputacchi di fucilate e incendi delle barricate. Il cast prescelto ha sostenuto pienamente il gioco teatrale. Protagonista assoluto il Nabucco del baritono mongolo Amartuvshin Enkhbat, (nelle vesti di un improbabile Francesco Giuseppe) già alla sua seconda stagione areniana che si sta imponendo all'attenzione come baritono verdiano dotato di voce voce piena, di impasto scuro, buon fraseggio e capace di agilità. Abigaille (in veste principessa austriaca) è stata interpretata da Susanna Branchini già presente in precedenti produzione di questo Nabucco; si tratta sempre di un artista attenta nell'interpretare il suo personaggio riuscerdo ad imporre la sua voce per i momenti di maggior irruenza vocale nonostante qualche problema quando cerca di destreggiarsi tra agilità sulla linea del belcanto e sui filati. Possente ed espressivo lo Zaccaria (un Giuseppe Mazzini rivoluzionario e barricardiero) interpretato dal basso Rafal Siwek che ben piegava la sua vocalità al carattere verdiano delineato dal gran sacerdote guida spirituale degli ebrei. Il tenore Luciano Ganci ben si disimpegnava nel ruolo ingrato di Ismaele (patriota e delatore) ed ottimamente veniva delineata Fenena (anche lei in vesti austriacanti) dal mezzosoprano Gèraldine Chauvet. Completavano il cast Nicolò Ceriani (Gran Sacerdote di Belo), gran poliziotto austriaco, Roberto Covatta (Abdallo), ed Elisabetta Zizzo (Anna). Il Maestro Jordi Bernàcer, pratico di Arena dirigeva l'orchestra della Fondazione senza particolari slanci interpretativi ma mostrando attenta professionalità e rigore attento a non coprire le voci. Bene il Coro della Fondazione diretto dal M° Vito Lombardi che ha bissato, come da copione registico peraltro, il "Va pensiero" nazionale, rituale ormai consolitato fa parte del teatro nel teatro. Replica di un giorno feriale, ma con pubblico che ha riempito tutti gli spazi dell'anfiteatro.
Se da un lato abbiamo assistito ad una rappresentazione di ricostruzione teatrale della percezione della storia nazionale, nell'Aida del 2002, riproposta da Franco Zeffirelli, ci si addentra invece nell'immaginario collettivo di un Egitto falsamente storico, monumentale fatto di sfarzo scenico e di costumi luccicanti e sfavillanti, creazioni di Anna Anni. Coreografia ripresa dall'originale di Vladimir Vasiliev, con oltre 50 danzatori guidati dalla bravissima Beatrice Carbone che, nel personaggio di Akmen appositamente creato da Zeffirelli nel 2002 per Carla Fracci, si è appropriata di una presenza protagonistica che si sovrappone alla drammaturgia verdiana. Del resto l'Aida di Giuseppe Verdi è sostanzialmente un Grand- operà in ottemperanza alla committenza internazionale di quegli anni attorno del 1870. Anche nel caso di Zeffirelli la struttuta portante è ruotante, una piramide con le facciate che riportano ricostruzione monumentali dei faraoni, e di tutto l'olimpo degli dei del Nilo, della vita e della morte: un mondo immaginario, interrotto (la cronaca si riferisce allo replica del 22 luglio) da un violento temporale, che ha decretato, dopo alcune sospensioni, lo stop al momento del duetto tra Radames e Amneris riportando tutti i presenti alla realtà oggettiva di un'Arena, spazio aperto sotto dittatura delle condizioni climatiche. In merito alla parte musicale, possiamo dire che il successo della serata, per ciò che abbiamo ascoltato,è venuto da un'eccellente direzione d'orchestra di Daniel Oren che, da gran veterano dell'anfiteatro, riesce a equilibrare l'orchestra anche se la percezione è stata di una esecuzione molto lineare senza grandi intuizioni di stile, ma sostanzialmente orginata. Per il canto motivo di interesse era l'Aida di Maria Josè Siri, presenza stabile in Arena che delinea un'Aida d'autorità, voce scura, che non lascia spazio ad eccessivi slanci lirici ma con on ottime punte in acuto, mentre il mezzosoprano Violeta Urmana si è imposta d'imperio in Amneris sia per canto che come interprete, giustamente suadente e perfida nel duetto con Aida del secondo atto, riscattando la debole prova del debutto. Nel comparto maschile si è imposto all'attenzione il basso Romano Dal Zovo (il Re) mentre il Ramfis, capo dei sacerdoti di In Sung Sim è rimasto in ombra. Sorprendente invece è stato Ambrogio Maestri che ha dato ad Amonasro un ritratto autenticamente regale delineato in mariera elegante, ma anche vigorosa con una voce potente, e omogenea nell'emissione. Non ha suscitato grandi entusiami, anche se preciso senza correre grandi rischi, il Radamès di Carlo Ventre. Troppo prudente e faticosa è stata la sua prova specie nel primo atto con il risultato di una " Celeste Aida" poco incisiva. E' stata una serata domenicale calda con un violento temporale notturno, il pubblico riempiva solo le gradinate, ampi spazi vuoti in platea.

Federica Fanizza

Ultima modifica il Mercoledì, 25 Luglio 2018 09:29

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