sabato, 21 luglio, 2018
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InTeatro, viaggio fra i relitti di un mondo al tramonto. -di Nicola Arrigoni

Relic Sit - Evy Fylaktou Relic Sit - Evy Fylaktou

InTeatro, viaggio fra i relitti di un mondo al tramonto
Dal greco Laskaridis a D'Agostin quando la danza è pensiero sul presente
di Nicola Arrigoni

Ci sono artisti che non si limitano ad avere un'estetica, a frequentare un particolare linguaggio o più linguaggi, ma costruiscono mondi con cui lo spettatore entra in contatto. E' questo il caso di Euripides Laskaridis ospite di InTeatro Festival con due lavori: Titans e Relic. Due lavori per certi versi simili, con protagonista lo stesso Euripides Laskaridis, ingabbiato in un costume costruito di abbondanti e carnose escrescenze che ne fanno un essere indefinito dal punto di vista sessuale e ne deformano la figura in una sorta di ammasso di carne che si muove, danza, canta, emette suoni. Nella cronaca di un festival intenso e coerente nelle sue non semplici proposte sceniche assemblate da Velia Papa è tanto interessante l'aspetto estetico e linguistico quanto l'apporto richiesto allo spettatore, la relazione e le reazioni messe in atto nel recepire, assistere alle performance in cartellone e in particolar modo con gli spettacoli dell'attore/regista/artista greco.

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C'è il mito, il vuoto che precede l'avvento degli Olimpici, c'è la rozzezza dei Titani, c'è una impellente e urgente necessità di cambiare pelle e rotta in Titans, suggestioni elleniche come piglio ermeneutico. Ci sono un mondo chiuso, un teatro, il camerino di una divina, l'ultimo disperato affannarsi di un commediante che si pavoneggia sulla scena per esorcizzare la fine, per mettere a tacere la sua finitezza e il non senso di un'esistenza al declino. C'è un mondo lasciato fuori, forse definitivamente tramontato – il mondo dell'Occidente – che la cantante o il performer cercano di tenere vivo, di ricordare, di raccontare. E' uno sforzo di esistenza che ha lo scintillio di un sipario dorato, ma anche la traballante camminata su tacchi sbilenchi, l'accendersi e spegnersi di luci che vorrebbero essere effetti speciali sulla miserabile sopravvivenza della nostra cultura. Davanti agli occhi degli spettatori rimangono relitti e reperti di cui non conosciamo più il valore, la storia, tasselli di un puzzle che non sappiamo più comporre. Pisciare sulla testa di Apollo, piuttosto che giocare con una palla, su imitazione del Grande dittatore di Chaplin: tutto in Relic è coperto di polvere, la polvere del tempo o meglio dell'oblio. In questa soffitta la vita è sopravvivenza legata a relitti di esistenze definitivamente tramontate, o forse l'esistenza è tale solo se si può aggrappare a ricordi e oggetti consumati dal tempo, ma pur sempre relitti a cui affidare beckettianamente un brandello di memoria da condividere. In tutto questo l'occhio dello spettatore vaga, esplora ammaliato, stupito, divertito ed un po' inquietato da un performer che sa essere presente al suo pubblico, estraneo a se stesso nel suo amorfico costume, eppure potente interrogativo sulla nostra finitudine e limitatezza. Relic è uno di quei lavori destinati a rimanere nella memoria dello spettatore, a riemergere quando meno ce lo si attende come possibile chiave di lettura, stimolo di riflessione al nostro inesauribile e inappagato bisogno di senso, di trovare relitti a cui affidarci, quali naufraghi in balia della tempesta del non senso e del divenire.

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In Avalanche Marco D'Agostin e Teresa Silva si muovono in una landa desolata, entrambi alle prese con un racconto che è già accaduto, con una storia che vive nel suo essere raccontata e lo è nel miscuglio delle lingue: italiano, spagnolo, francese, inglese e portoghese. Avalanche ovvero valanga è un 'rotolare', un movimento morbido e continuo in cui gesto e parola si mischiano, per correre giù a valle, al cuore dell'ultima istanza possibile del vivere e dell'essere. Ad un certo punto i segni verbali di quella storia lasciano il loro valore semantico, la loro consequanzialità narrativa per farsi semplici brandelli di lingue, di idiomi che significano per la loro musicalità. Su questo respiro linguistico Marco D'Agostin costruisce una partitura coreografica di estrema precisione e di raffinato tecnicismo, c'è a tratti una sinergia assoluta fra il suono delle parole pronunciate nei cinque diversi idiomi e il movimento dei due danzatori, dispersi in uno spazio che si costruisce con l'intrecciarsi dei corpi. Marco D'Agostin si conferma un autore pieno di talento e di intelligenza, a tratti un po' cerebrale, ma in grado – quando si lascia andare alla creazione del movimento – di emozionare, rapire lo sguardo dello spettatore, farlo entrare nella grammatica di una danza che non è mai fine a se stessa, ma vive come connubio di pensiero e corpo. Ed è questa tensione continua che fa di Avalanche uno spettacolo non semplice, in cui si entra pian piano, si rischia a tratti di sentirsi respinti, si riceve un pugno e poi una carezza, ma alla fine scatta qualcosa. Questo qualcosa è la capacità del movimento dei due ballerini di farsi racconto, respiro agito di un pensiero che va in cerca di un non finito, di un limite, di un infinito che si palesa nel socchiudere gli occhi, nello scrutare le imperscrutabili pause fra un gesto e l'altro, fra una sillaba e l'altra, un movimento e l'altro. Si esce da Avalanche pieni di domande, consapevoli che qualcosa non funziona, ma che alla fine questo poco importa perché ciò che conta è l'intelligenza con cui D'Agostin pone le domande nel suo essere coreografo di una danza affamata di parole non per dirsi o dire, ma per essere.

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Una sfida contro il tempo e i propri limiti: questo è How To Destroy Your Dance di CollettivO CineticO in cui Francesca Pennini e i suoi performer: Simone Arganini, Niccolò Catani, Margherita Elliot, Carolina Fanti, Teodora Grano, Orlando Izzo, Fabio Novembrini, Carmine Parise, Angelo Pedroni, Ilaria Quaglia, Giulio Santolini, Stefano Sardi e Giulia Sposito danno conto della loro creatività e doti espressive. E' un gioco, un gioco a essere, a sfidarsi e a mettere alla prova le proprie capacità e resistenza: che si tratti di tenere in spalle un uomo di ottanta chili e dire l'Ave Maria in latino, oppure di fare un tot di giri di campo in un tot di tempo, o ancora di fare oltre sessanta piroette di seguito, o ancora di dire le tabelline. CollettivO CineticO gioca e si mette alla prova e lo fa con un gusto sadico ma leggero che coinvolge lo spettatore. C'è voglia di vedere fino a chi punto si può resistere, fino a che punto la sincronia dei corpi abbia una bellezza immutabile, quanto la variazione del ritmo possa influire sull'armonia di quei corpi che si muovono nello spazio come un solo elemento. Col rischio di ripetersi, non si può che osservare come il gruppo di Francesca Pennini abbia dalla sua una capacità e una voglia di mettersi alla prova a tratti unici, come sappia declinare con leggerezza e ironia le proprie capacità espressive, non prendendosi sul serio, ma agendo con una serietà esecutiva che non fa sconti né a chi è in scena né a chi assiste, chiedendo un pari impegno e partecipazione, emotiva e di intelletto. CollettivO CineticO in How To Destroy Your Dance – produzione condivisa da MarcheTeatro e InTeatro Festival – si conferma un ensemble non solo affiatato, non solo ben assortito, non solo coeso, ma soprattutto una macchina da guerra che sa fare della danza ogni volta un linguaggio nuovo, un'esperienza imprevedibile per lo spettatore professionista come per colui che vi si imbatte nulla sapendo di Francesca Pennini e i suoi ragazzi. Anche questo è il bello di un festival che ti chiede di entrare nel cuore di quell'alchimia strana e ogni volta nuova e irripetibile che è il teatro.

Ultima modifica il Sabato, 07 Luglio 2018 15:51

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