martedì, 25 settembre, 2018
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11ª Edizione del NAPOLI TEATRO FESTIVAL - “Una serata con Albert Camus”, regia Renato Carpentieri. - di Gigi Giacobbe

"Il malinteso", regia Renato Carpentieri. Foto Salvatore Pastore "Il malinteso", regia Renato Carpentieri. Foto Salvatore Pastore

Una serata con Albert Camus
all'11ª Edizione del Napoli Teatro Festival
Un progetto di Renato Carpentieri in due parti:
il pomeriggio La caduta nell'Istituto francese di Napoli,
la sera Il malinteso nella Galleria Toledo
Interpreti: Renato Carpentieri, Ilaria Falini, Valeria Luchetti,
Maria Grazia Mandruzzato, Fulvio Pepe

Regia: Renato Carpentieri
Scene: Arcangela Di Lorenzo
Costumi: Annamaria Morelli
Disegno luci: Cesare Accetta
Musiche: Federico Odling
Produzione: Associazione culturale Il Punto in Movimento
23 e 24 giugno 2018

Alle sei del pomeriggio a Napoli, nel giardino dell'Istituto di cultura francese Grenoble, tra fogliami accartocciati di banani, buganvillee viola e curati palmizi, s'aggira un uomo vestito di giallo paglierino con panciotto, panama in testa e barba bianca, che dice di chiamarsi Jean-Baptiste Clamence e di svolgere brillantemente a Parigi la professione di avvocato. Trattasi della prima parte del progetto Una serata con Albert Camus ad opera di Renato Carpentieri che s'è ritagliato per sé la figura di questo singolare personaggio descritto ampiamente nel romanzo La caduta scritto dallo scrittore algerino nel 1956, quattro anni prima della sua tragica scomparsa in un incidente automobilistico. Con la sua innata ironia Carpentieri ne fa uno spettacolo d'una sessantina di minuti, a metà tra la mise en espace e la lettura drammatizzata, venendo supportato in alcuni momenti dal vivo dai suoni astratti del violoncello di Federico Odling. Certamente trattasi d'un monologo che può anche sembrare un dialogo che Carpentieri instaura col pubblico che vorrebbe quasi parteciparvi attivamente, durante il quale il personaggio confessa la sua weltanschauung, la sua concezione di vita, in un mondo in cui tutto sommato sta bene con se stesso e con gli altri, come se volesse liberarsi dei suoi peccati di una vanitas innegabile, per cui se lui sta bene vuole che pure gli altri stiano bene. Un comportamento che se da un lato lo rendono stimabile alla maggior parte dei suoi conoscenti, dall'altro si rende conto che la sua vita è in realtà incentrata su se stesso, sul proprio egocentrismo, su un senso di superiorità nei confronti del prossimo. In concreto è una maschera di virtù in pubblico, uomo dedito ai piaceri dell'alcol e delle donne, in privato. Conscio di questa sua doppia personalità, Clamence decide di abbandonare la professione di avvocato e di trasferirsi ad Amsterdam, facendo del bar Mexico City il suo nuovo "studio". Qui lui svolgerà l'attività di giudice-penitente, una sorta di profeta o di santone, consapevole che non lo è, confessando a chiunque le proprie colpe (vere o fittizie), in modo da costringere colui che ha di fronte d'aver commesso le medesime colpe. In questo modo accusando se stesso, riesce a rendere colpevole l'umanità intera. Ecco perché partendo dalla posizione di penitente diventa giudice. La sua nuova condotta, però, non è un caso esemplare di redenzione, ma appunto una caduta, poiché Clamence ha certamente abbandonato la sua doppia maschera, ma non lo renderà migliore, perché non riuscirà a tenere insieme quei valori della società basata sulle apparenze additate da Albert Camus.
La seconda parte del progetto Camus si svolgeva in serata alla Galleria Toledo dei Quartieri Spagnoli con la pièce Il malinteso messa in scena sempre da Renato Carpentieri che riservava per se il ruolo inquietante del vecchio domestico: una sorta di servo muto in gilè e pantaloni neri su una camicia bianca, che pur non profferendo mai verbo, tranne nel finale con un laconico "no", appare spesso in scena nell'atto di spostare sedie e poltrone, prendere bagagli dei clienti, aprire e chiudere cassetti d'un alto secretaire situato nella sala soggiorno di un piccolo hotel d'una piccola località della Boemia, gestito da due seriali assassine, madre e figlia, rispettivamente Maria Grazia Mandruzzato senza nome e Valeria Luchetti che è Marta, le quali ammazzano e derubano i loro ospiti annegandoli in fondo al vicino fiume. Marta che lavora come una sguattera senza alcuna soddisfazione dalla vita, ha solo un'idea fissa: quella di evadere da quel luogo, sistemarsi in una casa vicino al mare, trovare un uomo che l'ami. Un giorno giunge in questa specie di lager, dopo 20 anni di assenza, un giovane elegante sulla quarantina che è figlio e fratello di queste due locandiere, parenti quasi di quelle bonnes di Genet. Sembra d'imbattersi nella parabola evangelica del figliol prodigo vista però all'inverso perché il suo epilogo sarà tragico. Si chiama Jan il giovane, è ricco e gentile, Fulvio Pepe lo veste nei modi più garbati ed è in compagnia della moglie Maria (Ilaria Falini) che andrà via subito ma che la rivedremo più avanti. Jean non rivela chi è realmente, spera solo che siano quelle due nere figure a svelare la sua identità. Il chiarimento non avviene, da qui il titolo Il malinteso. Jan berrà il te col sonnifero, le donne si sbarazzeranno del corpo e il lavoro si tinge d'un giallo hitchcockiano allorquando il servo consegnerà alle due donne il passaporto, scoprendo che trattasi del proprio congiunto. Una rivelazione ancora più chiara con l'arrivo il mattino seguente della moglie Maria che chiede dove si trovi il marito. Marta le dice freddamente, senza una lacrima, in stile kapò, che Jan è stato ammazzato e che lei può andarsene via, utilizzando un linguaggio tra i più cruenti della letteratura teatrale: «Si renda conto - dice a Maria - che né per lui, né per noi, né in vita, né in morte, esiste patria o pace...preghi Dio che la renda simile alla pietra...non ha che da scegliere fra la stupida felicità delle pietre e il letto melmoso dove noi l'attendiamo». La madre, che aveva subodorato questo terribile epilogo, si suiciderà nel fiume, stessa fine farà Marta, mentre Maria supplicando quel servo di scena d'aiutarla, riceverà come risposta un "no" che deflagra nel teatro come un tuono. Spettacolo pregevole, con un ottimo cast, diretto con asciutta eleganza da Carpentieri su una scena minimale architettata da Arcangela Di Lorenzo.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Mercoledì, 27 Giugno 2018 14:57

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