mercoledì, 19 settembre, 2018
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InTeatro e quella voglia di 'essere comunità pensante' - Danza e performance nel quarantesimo della kermesse di Polverigi. -di Nicola Arrigoni

Quarant'anni di InTeatro Festival Quarant'anni di InTeatro Festival

InTeatro e quella voglia di 'essere comunità pensante'
Danza e performance nel quarantesimo della kermesse di Polverigi
di Nicola Arrigoni

Quarant'anni di InTeatro Festival e avere ancora voglia di mettersi in gioco e invitare gli spettatori del festival di Polverigi e Ancona a fare lo stesso. Ed è quanto succede fra Villa Nappi, il teatro della Luna e gli altri spazi di Polverigi nel fitto cartellone della kermesse, diretta da Velia Papa. Nessuna celebrazione fine a se stessa, ma la voglia di confermare come il teatro sia un linguaggio per sua natura attuale e - quando chiamato a riflettere sulla sua semantica e potenza relazionale – uno straordinario strumento per sollecitare il pensiero, creare comunità, aprire scenari su una ritualità laicamente sacra.
Ecco allora che l'urgenza comunitaria, la necessità di dirsi rispetto ad un sé e a un 'altro da sé' trovano una loro elementare suggestione nel lavoro di Gary Stevens, Uno di noi, esito laboratoriale di un'esperienza di coralità e voglia di dirsi condivisa da Francesco Benanti Vitale, Elena Biagini, Valentina Bonci, Chiara Buzzone, Marco Celli, Leonardo Delfanti, Saverio Fabbri, Fonte Fantasia, Giulia Francia, Paola Foresi, Eleonora Greco, Dalia Reas e Lorenzo Vanini. Gli attori/performer si 'confondono fra il pubblico', escono allo scoperto, si raccontano per brandelli di parole, si mostrano, si palesano mettendosi al centro dello spazio quadrangolare. Il pubblico assiste a storie che vengono interrotte sul più bello da un tocco leggero. E' come se si assistesse a brandelli di conversazioni che poi sta ai singoli spettatori immaginare nel loro prosieguo. Gary Stevens mette in atto le dinamiche tipiche di ogni laboratorio espressivo/performativo, ne mostra l'efficacia e fa in modo che quei ragazzi e quelle ragazze possano essere parte del coro che assiste, in un rispecchiamento quasi naturale fra vita reale e vita raccontata. In Minior Place di Giorgia Nardin è il pubblico a essere protagonista sulla scena. La danzatrice e coreografa guida i sessanta spettatori in una sorta di condivisione di spazi e di sensazioni. In questo senso il teatro e la danza – siamo sempre in un contesto esperienziale e laboratoriale – divengono strumenti per costruire relazioni, cercare pretesti di contatto o semplicemente farci capire che quello o quella che è a fianco a noi ha le stesse paure, gli stessi timori, la medesima timidezza, ma anche le voglia di sconfiggere la solitudine, di farsi 'noi'.
Richiamandosi a una coerente esigenza di elaborare un pensiero sul sé e l'altro da sé che diventa noi e quindi comunità, Green Leaves Are Gone di e con Tommaso Monza, Giovanna Rovedo, Ibrahim Abdo, Shady Abdelrahman rappresenta l'esito di un incontro di mondi e culture, la nostra occidentale e quella egiziana, mediterranea, un incontro avvenuto al Cairo nel 2015 fra danzatori e coreografi. Quell'incontro si è sviluppato in una serie di opportunità residenziali a Polverigi, Pordenone, Faenza e nuovamente al Cairo e nel 40mo del Festival InTeatro ha mostrato il suo esito. Il gesto, ora aspro e teso, ora dolce e velato di malinconia racconta di incontri e scontri, definisce lo spazio e le geometrie dei corpi. C'è in Green Leaves Are Gone la sfida al maschile che si fa lotta, ma c'è anche la tenerezza dell'abbraccio che però rischia di soffocare, c'è un lasciarsi e riprendersi, uno scontrarsi e incontrarsi che si fanno godere dall'occhio dello spettatore per la loro fluidità coreutica, lasciando in secondo piano qualsiasi pur inconsapevole tentazione narrativa. L'effetto è quello che sa regalare una danza non innovativa, non sconvolgente, ma armonica, ricca di sentimento e di passione, aspetti questi che dicono la sorpresa e la voglia di incontrarsi, di superare confini, spazi, tempi per conoscere e riconoscersi.
Perdersi e offrirsi come corpo sacrificale d'una femminilità ancestrale che si nutre nei muscoli e nella mascolinità di Francesco Marilungo, giovane performer marchigiano. Il festival di Polverigi ha ospitato e supportato Love Souvenir, una installazione dark che vive più di suggestione che di un esito estetico compiuto. Marilungo striscia con una lunga parrucca di capelli neri che gli copre il volto, striscia su un tappeto da danza bianca, fra tubi innocenti neri con corvi imbalsamati, mentre sullo sfondo viene proiettata la procedura di tassidermizzazione degli uccelli. Nella performance del danzatore si procede per suggestioni in cui a emergere è una sorta di mostruoso archetipo femminile che va dalle grandi figure tragiche a Maria Maddalena. La potenza del femminile per contraltare vive soffocata e umiliata dall'azione maschile della lapidazione, pena con cui vengono condannate le adultere ed anche l'adultera per eccellenza: Maria Maddalena. C'è nel contrasto nero/bianco che domina la scena, nella femminilità androgina del danzatore i fascino di un lavoro ambizioso ma che rischia di rimanere in superficie. Nel vestirsi finale da dark lady si avverte lo scivolare in un estetismo che rischia di rimanere fine a se stesso, che è evidentemente una suggestione che Francesco Marilungo non riesce a dominare e a sviluppare in pieno. Rimane comunque forte l'impressione di un viaggio che si compie dentro il 'mito del femminile', un viaggio da esperire ancora fino in fondo e che nel binomio e contrasto fra femminile evocato e maschile agito ha il suo punto di forza e possibilità di sviluppo.
Nel segno del rito, un rito contemporaneo costruito nel conteso della suggestiva chiesa di Villa Nappi si pone Shibari di CollettivO CineticO, uno sviluppo del lavoro Benvenuto Umano, produzione coreografica di cui Francesca Pennini – insieme ai suoi ragazzi: Simone Arganini, Carmine Parisi, Angelo Pedroni e Stefano Sardi – estrapola alcuni momenti e li restituisce come atti performativi indipendenti, a sè stanti. E allora eccola tutta di nero dipinta Pennini è sacerdotessa di corpi, in cui gli antichi saperi della medicina cinese si fondono a suggestioni artistiche, a iconiche e plastiche posture dei lottatori/danzatori, toy boys della coreografa impietosa. Ma il momento più bello, forte, simbolicamente evocativo è l'offerta sacrificale del corpo di uno dei danzatori, appeso, legato, umiliato, costretto a farsi capro sacrificato, San Sebastiano... le suggestioni sollecitate dal contesto sacro rendono Shibari una immagine potente che ci si porta via nel cuore di una notte marchigiana di inizio estate.
E dopotutto un festival è fatto anche di questo: suggestioni, immagini, incontri, pro-vocazioni e dialoghi che chiedono solo di avere il tempo per riemergere il giorno dopo, la settimana dopo, in un tempo indefinito in cui germoglia il teatro che sa farsi pensiero.

Ultima modifica il Martedì, 26 Giugno 2018 10:29

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