lunedì, 20 agosto, 2018
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68° FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI BERLINO di Gloria Reményi

Golden Bear per Migliore Film "Touch Me Not" di Adina Pintilie. Regia e Produzione Adina Pintilie. Foto Richard Hübner Golden Bear per Migliore Film "Touch Me Not" di Adina Pintilie. Regia e Produzione Adina Pintilie. Foto Richard Hübner

68° FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI BERLINO
di Gloria Reményi

Il direttore Dieter Kosslick aveva annunciato che il dibattito sul #MeToo avrebbe segnato profondamente la 68esima edizione della Berlinale, ma che si sarebbe rinunciato a uno statement simbolico come la rosa bianca dei Grammy Awards o il dress code nero dei Golden Globes per privilegiare un approccio pragmatico e rivolto ai contenuti. A giudicare dalla premiazione del Festival internazionale del cinema di Berlino, ospitata il 24 febbraio 2018 all'interno del Berlinale Palast di Marlene-Dietrich-Platz, sembra proprio che questo intento sia stato rispettato: ben 9 riconoscimenti su 15 sono infatti andati a donne, tra cui anche quello più importante, l'Orso d'oro al miglior film, quest'anno assegnato alla regista rumena Adina Pintilie per il suo Touch Me Not (Non toccarmi). Un segnale senza dubbio potente se consideriamo che il cinema è un settore storicamente a dominanza maschile, come confermano anche i dati riguardanti il programma della kermesse berlinese, e che aiuta ad addolcire l'amarezza lasciata da un'edizione piuttosto modesta quanto a opere presentate e incapace di riconoscere il valore di alcuni titoli del concorso, usciti a mani vuote dalla premiazione nonostante la loro caratura.
Stroncato dalla critica internazionale che lo ha definito "presuntuoso", "scolastico" e "superficiale", Touch Me Not è il film d'esordio della regista rumena Adina Pintilie, una riflessione sulla sessualità a metà tra documentario e finzione. Se capita sovente che i giudizi della giuria di un festival internazionale e della stampa non siano unanimi, di rado si è assistito a una spaccatura così netta tra le opinioni dell'una e dell'altra come nel caso del film di Pintilie. «Abbiamo deciso di premiare non soltanto ciò di cui il cinema è capace, ma anche quello che potrà fare in futuro»: così il presidente di giuria Tom Tykwer ha motivato l'assegnazione dell'Orso d'oro a Touch Me Not, rivelando che a colpire i giurati è stato il tocco di sperimentazione di questo film che si propone di esplorare l'intimità e i confini della libertà dell'eros, senza tralasciare la sessualità non tradizionale e il diritto al sesso dei disabili. Oltre ad essere stato designato come miglior film del Festival dalla giuria internazionale, Touch Me Not ha trionfato anche come miglior opera prima.

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Il Gran Premio della Giuria, il secondo riconoscimento in ordine di importanza, è andato a Twarz (Muso) della regista polacca Małgorzata Szumowska, un dramma satirico pungente e politically uncorrect sulle contraddizioni e l'ipocrisia del cattolicesimo in Polonia, nonché una delle più belle sorprese di questa Berlinale. L'Orso d'argento per la Miglior Regia è stato assegnato a Wes Anderson per la sua favola politica Isle of Dogs (L'isola dei cani), brillante film d'animazione in stop motion interpretato da un cast vocale d'eccezione (tra gli altri Bill Murray, Tilda Swinton e Greta Gerwig) che seppur non costituisca la massima espressione del genio del cineasta statunitense, rappresenta un'inconfutabile prova della sua fervida immaginazione.

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Gli Orsi d'argento ai migliori interpreti sono andati ad Anthony Bajon, protagonista del francese La prière (La preghiera) di Cédric Kahn, e ad Ana Brun per il paraguaiano Las herederas (Le ereditiere) di Marcelo Martinessi, film vincitore anche del Premio Afred Bauer per l'innovazione. La pellicola messicana Museo di Alonso Ruizpalacios si è aggiudicata l'Orso per la miglior sceneggiatura, mentre Elena Okopnaja quello per il miglior contributo artistico per la scenografia e i costumi del russo Dovlatov di Aleksej German Jr..

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Sono usciti a mani vuote dalla premiazione tutti e quattro i film tedeschi in concorso: 3 Tage in Quiberon (3 giorni a Quiberon) di Emily Atef, Mein Bruder heißt Robert und ist ein Idiot (Mio fratello si chiama Robert ed è un idiota) di Philip Gröning, Transit di Christian Petzold e In den Gängen (Nelle corsie) di Thomas Stuber. Una "disfatta" sorprendente se si considera che a capo della giuria c'era il regista e sceneggiatore tedesco Tom Tykwer (Lola corre, Babylon Berlin) e che Atef e Stuber avevano schierato due tra i migliori film in competizione. Riproducendo l'estetica dei famosi scatti di Robert Lebeck, 3 Tage in Quiberon ricostruisce tre giorni della vita di Romy Schneider, nello specifico quelli in cui l'attrice, già depressa e alcolizzata, a un anno dalla sua prematura scomparsa rilasciò un'intervista-confessione al settimanale tedesco Stern destinata a diventare celebre. Quantomai convincente anche per la forte somiglianza fisica con Romy Schneider, Marie Bäumer dà prova di un'interpretazione complessa e intensa che traina letteralmente tutto il film e che rende giustizia alla disperazione di un'attrice prigioniera dei suoi personaggi, vittima della sua immagine pubblica e condannata a non poter decidere della propria vita.

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Con la Shooting Star tedesca dell'anno Franz Rogowski nei panni del protagonista e i bravissimi Sandra Hüller (Vi presento Toni Erdmann) e Peter Kurth (Babylon Berlin) nei ruoli secondari, In den Gängen di Thomas Stuber racconta una storia d'amore e amicizia ambientata in un grande magazzino di provincia nella Germania orientale post riunificazione. All'esordio sul grande schermo e con un realismo magico che ricorda molto lo stile del cineasta finlandese Kaurismäki, Stuber riesce a ritrarre un mondo dimenticato e creduto senz'anima con una dolcezza, un umorismo e una poesia tali da rendere la storia eterna ed universale.

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Altra grande e ingiustificata assenza dal palmarès è stata Utøya 22. juli (Utøya 22 luglio) del regista norvegese Erik Poppe, una ricostruzione della strage perpetrata dall'estremista di destra Anders Breivik sull'isola di Utøya, a nord di Oslo, il 22 luglio 2011. Nel massacro, avvenuto mentre sull'isola si teneva un raduno dei giovani laburisti norvegesi, persero la vita 69 ragazzi e ne vennero feriti 110. Basato sulle testimonianze dei superstiti e girato quasi interamente in piano sequenza, Utøya 22. juli racconta l'attentato dal punto di vista delle vittime, riproducendone l'angoscia e la paura con incredibile forza e senza alcun patetismo. Un film che alla luce del rifiorire del neofascismo in Europa si profila come estremamente necessario, anche in virtù della potente scelta di spostare il focus della narrazione dall'attentatore alle vittime, una scelta che consente a Poppe di descrivere e riprodurre anziché spiegare o cercare di comprendere un atto che ha scosso la storia recente della Norvegia e non solo.

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Grande delusione anche per l'Italia che in concorso schierava Figlia Mia di Laura Bispuri, la storia di una bambina contesa tra due madri sullo sfondo di una Sardegna rurale che aveva lasciato sperare in un premio. Alba Rohrwacher e Valeria Golino interpretano due madri agli antipodi per carattere – una è sregolata e inaffidabile, l'altra amorevole e premurosa –, imperfette per ragioni diverse e legate da un profondo segreto: questo segreto si chiama Vittoria, la figlia comune partorita dalla prima e adottata dalla seconda che nel film si tramuta da motivo del conflitto ad anello di congiunzione tra le due donne, trasformando la loro imperfezione in complementarietà. In continuità con Vergine Giurata, presentato proprio alla Berlinale nel 2015, in Figlia Mia Bispuri indaga il tema dell'identità articolando una riflessione sull'imperfezione della maternità e della femminilità e mettendo in discussione il sistema famigliare tradizionale. Forte delle intense performance delle interpreti e della fotografia satura e calcata di Vladan Radovic, il risultato è un film in grado di rendere un'idea di femminilità e maternità fuori dagli stereotipi, capace di emozionare e soprattutto di non giudicare mai i suoi personaggi femminili, così imperfetti, ma accettati nella loro complessità.

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A Berlino l'Italia ha portato anche La terra dell'abbastanza, l'opera prima dei fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo che anche se presentata fuori concorso nella sezione Panorama merita una menzione speciale. Ambientato sullo sfondo della periferia romana, il film porta in scena la storia d'amicizia tra due ragazzi di borgata (interpretati dai bravissimi Matteo Olivetti e Andrea Carpenzano) la cui vita modesta e spensierata viene interrotta da un evento inaspettato: tornando a casa una sera in auto, i due investono involontariamente un uomo e scappano. Ciò che non sanno è che la vittima rimasta uccisa è un pentito ricercato dalla mafia locale. Ed ecco che i due ragazzi si trasformano senza volerlo da colpevoli in eroi ed entrano nelle grazie del clan della zona: quella che dapprima sembra essere una tragedia per i due protagonisti finisce per ribaltarsi in una sorta di opportunità che però li condurrà, con una facilità disarmante, nell'abisso del male. Diverso da tutti i film in circolazione sulla periferia romana, l'esordio dei fratelli D'Innocenzo promette assai bene: con la sua veridicità, immediatezza e capacità di far emergere l'umanità in mezzo al male senza cadere nel rischio di esaltare la malavita, La terra dell'abbastanza è un film prezioso che lascia ben sperare per il futuro di questi due registi senza formazione cinematografica in senso stretto e per il panorama del cinema italiano.
Della 68esima edizione della Berlinale, la penultima con Kosslick direttore dopo quasi 20 anni di mandato, si conserverà una sensazione di perplessità per il palmarès finale, in particolare per l'assegnazione dell'Orso d'oro e per i titoli inspiegabilmente ignorati. Nella duplice premiazione di Touch Me Not non è difficile intravedere una graduale metamorfosi della Berlinale da festival apertamente politico a festival politicamente corretto.
Con circa 330.000 biglietti venduti, oltre 21.000 accreditati da più di 130 Paesi, 385 film selezionati e 949 proiezioni, la 68esima edizione della Berlinale si è svolta dal 15 al 25 febbraio 2018. La giuria internazionale era composta da Tom Tykwer, Cécile de France, Chema Prado, Adele Romanski, Ryūichi Sakamoto e Stephanie Zacharek.

Ultima modifica il Mercoledì, 14 Marzo 2018 09:11

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