sabato, 25 novembre, 2017
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XV Festival internazionale del Teatro Romano di Volterra - Patrizia Ciofi e Simone Migliorini con "La Sposa e i suoi carnefici" di Natalia Di Bartolo

"La sposa e i suoi carnefici" di Natalia Di Bartolo. Foto Stefano Fidanzi – GIAN Volterra "La sposa e i suoi carnefici" di Natalia Di Bartolo. Foto Stefano Fidanzi – GIAN Volterra

Patrizia Ciofi e Simone Migliorini incantano Volterra
con LA SPOSA E I SUOI CARNEFICI di Natalia Di Bartolo

La sposa e I suoi carnefici
di Natalia Di Bartolo
Con Patrizia Ciofi e Simone Migliorini
Al pianoforte Laura Pasqualetti
Regia di Patrizia Ciofi e Simone Migliorini
XV Festival del Teatro Romano di Volterra, 2017

Non sempre a teatro la sperimentazione deve conferire un taglio netto al passato per essere se stessa. Si può realizzare una sperimentazione di commistione di generi che trasformi un semplice récital a due voci, una parlata e una cantata, in un un vero e proprio spettacolo in cui recitazione, musica e canto s'intersechino in maniera assolutamente inedita.

E' accaduto a Volterra, dove è andato in scena giorno 8 agosto 2017, quale serata conclusiva del XV Festival internazionale del Teatro Romano, nel monumento millenario, uno spettacolo tra Opera e Prosa: "La sposa e i suoi carnefici" di Natalia Di Bartolo.

Protagoniste due eroine immortali del teatro di tutti i tempi: Giulietta e Desdemona, accomunate entrambe dall'essere spose, ma costrette al sacrificio estremo dalla violenza cieca dei propri congiunti: il padre per Giulietta e il marito per Desdemona.

I congiunti, armati di un amore che diventa potere inconsapevolmente crudele e vessatorio, sanno diventare i più spietati carnefici e le due eroine sono accomunate dal privilegio di essere state immortalate dalla divina penna di Shakespeare e dall'essere congiunte in un unico destino di matrimonio e di morte. Ciò che il padre decide per Giulietta diventa morte; così come ciò che Otello decide per Desdemona. Il destino delle due spose, però, oltre ad essere l'effetto di due cause opposte, è il prodotto di due "riflessi" in antitesi dell'amore coniugale, entrambi fatali: quello imposto per Giulietta e quello liberamente scelto per Desdemona.

L'idea si presentava in bilico tra Opera e Prosa ed il bilico, è ovvio, può essere pericoloso: basta perdere un attimo l'equilibrio e si rischia di cadere. Mica facile, la questione, se si debbano conciliare William Shakespeare con Vincenzo Bellini e Felice Romani con Charles Gounod...per non parlare di Arrigo Boito col Bardo e di entrambi con Giuseppe Verdi. Shakespeare e Boito, in sintonia perfetta, si sa, erano in ottime mani musicali, comunque, entrambi... Ma il punto sta nel fatto che anche Boito meriti di essere recitato, come Shakespeare, non solo cantato.

Visto che il punto è questo, l'idea è nata proprio da qui, perché i libretti d'opera sono sempre dimenticati, così come i loro autori. Boito fu talmente geniale da immortalarsi anche come musicista...Ma pure Romani era un grande poeta; e Barbier e Carré, librettisti di Gounod, altrettanto e anche loro andavano d'accordo con il grande Bardo.

L'idea era quella di far "parlare" i librettisti insieme a Shakespeare, oltre che farli "cantare". La scelta della commistione dei versi dai libretti d'Opera con i versi shakespeariani ha seguito una conseguenzialità drammaturgica che ha ripercorso a tutto tondo le due vicende celeberrime e tragiche.

Un lavoro di cesello tra frasi musicali, canto e recitazione, che ha dovutro tenere conto di passaggi musicali e canori, di fiati e suggestioni, di duetti traslati dall'Opera alla Prosa. Apparentemente un semplice collage, è stato invece un gran lavoro anche di scrittura, che si è giovato di sinergia ed ha tenuto conto delle singole competenze.

Il canto lirico era tratto dalle opere di Vincenzo Bellini "I Capuleti e i Montecchi", di Charles Gounod "Roméo et Juliette" e di Giuseppe Verdi "Otello". La scelta dei brani è stata plasmata, quindi, su misura per un'ugola capace di interpretare entrambe le eroine protagoniste con la perfezione richiesta e dunque con la vocalità adeguata: l'ugola di Patrizia Ciofi.

E qui si potrebbero versare fiumi d'inchiostro per tessere le lodi di Patrizia Ciofi come soprano; ma si vuole sottolineare in questa sede soprattutto il suo amore per il teatro, in toto: non solo per l'Opera. A Volterra non si è risparmiata, ha dato tutta se stessa, ha recitato abilmente per la prima volta e la sua ben nota presenza scenica ha conferito spessore non solo sonoro ma anche credibilità attoriale alle due spose protagoniste. Il suo canto è stato sentito, emozionante ed emozionato, intenso e coinvolgente. L'artista era anche al debutto come Desdemona verdiana, in un evento nell'evento che ha conferito un valore aggiunto allo spettacolo.

La pianista Laura Pasqualetti, già collaboratrice del M° Riccardo Muti, ha eseguito le musiche al pianoforte con un tocco volutamente orchestrale ed intensa sensibilità.

Quanto ai carnefici è bastato un grande interprete per entrambi, ma anche per altri personaggi cardine delle due trame: Simone Migliorini, nella veste di "attore fine dicitore". E' una figura che va scomparendo dai teatri, questa. E' quella di colui che sa pronunciare il verso, che ne conosce gli accenti, i ritmi e i respiri, che ne sprigiona l'afflato e il canto e dunque utilizza la propria vocalità con un'impostazione simile a quella del canto lirico. Quindi, anche se Simone Migliorini non cantava, nel cambiare ruolo, toni, perfino timbro di voce, rispettava anch'egli i tempi musicali, le pause, i fiati, con in sottofondo, in momenti determinati, l'accompagnamento musicale originale dalle opere. L'interprete si è così districato tra i brani di Shakespeare e le rime dei librettisti, duettando con il soprano in un incalzare di voci, canto, parole e poesia da mettere i brividi.

Il pubblico era incantato. Gli spettatori, che colmavano la platea del meraviglioso monumento volterrano, trattenevano il respiro e seguivano agilmente le trame, riconoscendo i personaggi, nell'abile interscambio vocale, negli atteggiamenti e nelle posture, nei gesti contenuti, ma pregni di significati simbolici di entrambi gli interpreti, anche abilissimi registi.

Un pugnale e un fazzoletto ricamato, disposti su un leggio al centro del palcoscenico erano tutta la scena, ma sufficienti a definire luoghi ed azioni. Bastava che fossero sfiorati, o solo indicati dai protagonisti: null'altro. Lo splendido scenario di Volterra e del suo teatro romano, dotato d'acustica sublime, faceva da cornice ed amplificava atmosfera ed emozione.

Uno spettacolo originalissimo, dunque, in cui è stato percorso un sentiero mai battuto prima. Si parlava all'inizio di sperimentazione: si potrebbe parlare di una particolare "avanguardia". La commmistione di generi performativi in questo caso va ben al di là della commistione di generi, tecnologie e multimedialità, come oggi è tanto di moda. Qui si è trattato, invece, di un teatro "semplice", fatto di pochi mezzi e grande talento e che recupera il ruolo centrale dell'artista. Anche l'essenzialità e l'eleganza hanno fatto di questo spettacolo un unicum, ma che, auspicabilmente, avrà un seguito.

Il teatro, dunque, non muore. Per dirla con Boito e il "suo" Otello: "Si risensa".

D.G.

Ultima modifica il Venerdì, 11 Agosto 2017 23:16

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