giovedì, 19 ottobre, 2017
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10ª Edizione del Napoli Teatro Festival. 11-12 giugno 2017. -a cura di Gigi Giacobbe

"Tempi Nuovi" scritto e diretto da Cristina Comencini. Foto Fabio Lovino "Tempi Nuovi" scritto e diretto da Cristina Comencini. Foto Fabio Lovino

Tempi Nuovi scritto e diretto da Cristina Comencini.
Corte d'onore del Palazzo Reale di Napoli nell'ambito della
10ª Edizione del Napoli Teatro Festival. 11-12 giugno 2017

Sino a che punto i computer, internet, i cellulari, i social-media hanno cambiato il modo di vivere degli esseri umani e delle famiglie di tutto il mondo? Era meglio quando una notizia, una curiosità, una data dovevi cercarla su un libro, un'enciclopedia di carta stampata, perdendovi chissà quanto tempo o è meglio al tempo di oggi che in un fiat, cliccando col mouse del Pc su Wikipedia o scorrendo le icone d'uno smartphone la trovi quasi immediatamente? È meglio avere una mente analitica o dinamica? Questo ed altro si chiede Cristina Comencini nella sua commedia Tempi Nuovi mettendola lei stessa in scena nella Corte d'onore del Palazzo Reale di Napoli nell'ambito della 10ª Edizione del Napoli Teatro Festival. E per fare questo la Comencini fa il blow-up ad una famiglia di cultura medio-alta come può essere un professore di storia (Ennio Fantastichini), una giornalista (Iaia Forte), una figlia che lavoricchia (Marina Occhionero), un figlio liceale (Nicola Ravaioli). All'inizio il punto debole in fatto di nuove tecnologie è il professore, più avvezzo ad una cultura umanistica acquisita su tomi e libri ampiamente visibili nei numerosi scaffali disposti a semicerchio che occupano l'intera scena (quella di Paola Comencini), ammonticchiati sotto forma di alte pile pure sul pavimento e su qualunque piano disponibile, arrabbiandosi dietro la sua scrivania quando il figlio per una ricerca sulla Resistenza gli chiede se lui l'ha fatta - impossibile vista l'età - o quando gli scompare dal Pc una cosa che sta scrivendo e viene pure preso in giro da figli e moglie, anche se quest'ultima ha un piede nel passato visto che conserva ben 23 album di fotografie, ricordi di gite e anniversari. E anche se appaiono scontati i duetti tra Fantastichini e la Forte, riescono ugualmente a far sorridere suscitando approvazione e simpatia. Il professore impara dal figlio il termine "tournazione" per indicare che sono le ragazze a decidere con chi stare, mentre i ragazzi devono solo aspettare il loro turno e impara pure che suo figlio non cerca di capire tutto ma solo ciò che gl'interessa. La sorpresa arriva dalla figlia che lasciato il suo ganzo s'è accoppiata con una donna di casa, disoccupata, 7 anni più grande di lei, in cinta di otto mesi, ingravidata dal seme datole da una relativa banca. Del fatto sembra più preoccupata la madre che non il padre, tuttavia insieme aiuteranno anche economicamente la figlia assecondando i suoi desideri. Sorpreso invece sarà il professore nell'apprendere che la moglie da ragazza ha avuto una relazione omosessuale. Domande, indagini, curiosità che non avranno conseguenze negative. All'inizio del secondo tempo la scena è completamente vuota, i libri sono scomparsi e il professore indossa una maglietta con su scritto "ciclamino 9" che è un sito dove lui si collega, sembrando adesso, dopo sei mesi di studio, un Mandrake, un esperto di tecnologie avanzate da lasciare esterrefatti moglie e figli che lo vedono smanettare senza sosta, come un drogato, sul suo cellulare, impazzendo quasi quando il figlio glielo leva dalle mani ma che lui continua a muovere come se ce l'avesse ancora fra le dita. Ma al punto in cui siamo arrivati, si può vivere senza Pc, senza telefonino, senza Facebook, senza WhatsApp, senza Messanger, senza Instagram e altro ancora? Andiamo sempre più veloci. I film d'un tempo ci sembrano lentissimi. Lo zapping è la prassi per vedere la Tv. Insomma fermiamoci un pochino e facciamo come Fantastichini quando alla fine culla tra le braccia quel bimbo nato dalla compagna della figlia.


Frame di Alessandro Serra 
per conto di Koreja al Teatro Nuovo di Napoli 
nel Napoli Teatro Festival 10-11 giugno 2017

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Ricreare dei tableaux vivants di Edward Hopper in Teatro. Non solo questo ha fatto Alessandro Serra con Frame (che significa cornice ma anche fotogramma) di cui ha curato progetto, ideazione, regia, scene, costumi e luci, utilizzando cinque interpreti tutti all'altezza (Francesco Cortese, Riccardo Lanzarone, Maria Rosaria Ponzetta, Emanuele Pisicchio, Giuseppe Semerano) e facendo compiere agli spettatori del Teatro Nuovo di Napoli un viaggio certamente artistico ma con lo sguardo rivolto alle esperienze interiori d'uno dei pittori statunitensi più significativi, scomparso a New York nel 1967, ispiratosi alla realtà americana. Fatta non da grattacieli, automobili o fabbriche, ma da solitudini raschianti rinvenibili nelle città disabitate, nei cinema e caffè che sembrano sull'ora di chiudere, nelle finestre chiuse degli appartamenti, nei capi chini su tazze di caffè, nelle mani nervose che impugnano sigarette. E dunque più che riprodurre pedissequamente i dipinti di Hopper, Serra (che certamente avrà visto al Grand Palais di Parigi a cavallo del 2012/2013 la bellissima antologica di Hopper) ha cercato di ri-creare sulla scena ciò che probabilmente i personaggi avevano potuto vivere nella propria intimità prima d'essere impressi sulla tela. Certamente un modo arbitrario di operare, ma che trova il suo milieu nel pensiero dello stesso Hopper che diceva: «Non dipingo quello che vedo, ma quello che provo». E allora ecco all'inizio una donna in rosso grattare con le unghie la quinta grigia d'una scena interamente nuda, rischiarata soltanto sul fondo da un pannello o una tela che lentamente si stacca, adagiandosi sul palco, muovendosi da destra verso sinistra e viceversa, nascondendo dietro i personaggi compreso un jolly o un fool che vedremo più avanti. Il pannello poi scompare dietro quella sorta di finestra su sfondo nero, verso la quale i cinque personaggi rivolgeranno il proprio sguardo e i propri pensieri. Adesso qualcuno adagia un lettino con rotelle di fianco alla scena e vi si siedono sopra un uomo e una donna in sottana senza mai profferire verbo - del resto nessuno mai nello spettacolo dirà una sola parola - come se avessero difficoltà a comunicare o non avessero niente da dirsi, sino a quando lui le infila un abito rosso e un paltò per poi dileguarsi entrambi nel buio. Fa capolino quindi una figura con vestito chiaro e borsalino, si siede in quel lettino di prima, legge, si spoglia e nell'oscurità più totale qualcuno lo illumina nudo con dei flash a scatto, entrando in scena subito dopo il fool che trasporta su un tavolo a rotelle i personaggi di prima. Sembra il teatro della solitudine quello di Hopper in cui gli interpreti rischiarati da una luce straniante, mostrano uno stupore quasi metafisico e si muovono senza dire nulla, somigliando a degli automi con lo sguardo perso chissà dove. Lo spettacolo di Serra è affascinante non solo per coloro che amano Hopper, ritrovandovi non tanto le iperrealistiche foto-copie dei suoi dipinti, quanto lo spirito paradigmatico che li anima. Dietro quella finestra passano defilate le donne agghindate con cappellini gialli o bordeaux anni'50, colte talvolta a ballare con i loro ganzi come un film di cui si sente il classico rumore delle macchina di proiezione, uscendo infine fuori dallo schermo come ne La rosa purpurea del Cairo di Woody Allen. Inquietante quell'immagine di donna nuda che guarda la sua ombra impressa sul muro e quell'altra in chiusura d'una donna alla finestra che fa una barchetta di carta e che adagiata sul bordo si muoverà lentamente fino a scomparire nel nulla.


Raccogliere & Bruciare di Enzo Moscato
alla Galleria Toledo di Napoli
nell'ambito della 10ª Edizione del Napoli Teatro Festival. 9-10-11 giugno 2017

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Possiamo dire che oggi l'anima di Napoli è raffigurata da Enzo Moscato. Scrittore, poeta, saggista, drammaturgo, regista, attore che si è sempre espresso in una lingua sulfurea, ricca di neologismi, accostabile a Gadda, Testori, Consolo e più vicino a Viviani che ad Eduardo. Adesso dopo averci lavorato per parecchi anni Moscato ha ultimato Raccogliere & Bruciare, un lavoro che s'ispira liberamente all'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e che lui stesso ha messo in scena con successo alla Galleria Toledo, all'interno della 10ª Edizione del Napoli Teatro Festival diretto da Ruggero Cappuccio. Non si tratta d'una semplice traduzione dei brani di Masters, anche perché tradurre è come tradire, ma d'una re-invenzione poetica operata da Moscato che ha come soggetti personaggi d'una Neapolis arcaica e sempre viva, in cui i morti non dormono più su una collina ma in luogo chiamato "Spentaluce", raffigurato qui da una serie di croci di legno con tanto di numeri, sigle e maschere nello stile di Mimmo Paladino che ha curato l'installazione scenica. Lo spettacolo invero prende le mosse da quando Moscato aveva progettato Co'stell'azioni, un testo-spettacolo dedicato a Jean Cocteau, il cui modello era Visites à Maurice Barrés, dove a parlare erano i morti che visitano i vivi, dialogando con loro e rendendosi conto di quanto fossero simili, come si evidenzia qui di seguito: «'O sfastìrio, il disincanto, è uguale a chillu vuosto, / identica è 'a fatica, 'a pena, pe' ttruva' parole / che s'incastrano, precise, cu'chello ca se prova» e di quante cose, soprattutto, avessero in comune con i poeti, con gli artisti: «Il poeta, si dice, è come Noi. 'E muorte. / Visita, invisibile, veloce, 'mmiezz' 'e vivi. / Chistu privilegio sulo lo distingue: / non farnetica, conta, non sta fermo, avanza». Come era solito fare Kantor nei suoi spettacoli, a cominciare da La classe morta, standosene sempre in scena e talvolta pure ad intervenire, anche Moscato a guisa d'un corifeo con maglietta a strisce e paglietta in testa, s'aggira tra i venti personaggi, agghindati così com'erano in vita e immortali sino a quando erano vivi. Il sax di Summertime, Joan Baez che intona Where have all the flowers gone e Marlene Dietrich che canta Blowing in the wind, fanno da contorno ai racconti di quelle anime. Intorno a Moscato che come in un rituale semina sul palco quadratini di carta rossa e che veste i ruoli di Stilitano, di Tristico, del mariuolo e dell'Uxoricida, ascoltiamo le rimembranze della Black Widov Rita Montes, della Pandora di Cristina Donadio (la Chanel di Gomorra) del Savonarolli di Massimo Andrei, il prete morto mentre era a letto con una puttana libanese, della poetessa Minerva (Caterina Di Matteo) barbaramente stuprata e deceduta fra le braccia d'una dottoressa accusata di mala sanità e poi a sua volta morta assieme al marito. C'è il padre di Minerva (Benedetto Casillo), la Mystica di Vincenza Modica, la Lorcana di Imma Villi, il giovane musico di Giuseppe Affinito, il falegname con moglie sciattona, un muratore caduto da un palazzo, un pulcinella senza maschera, due soldati, un medico, una donna che muore di tetano per essersi infilata una spilla nella mano, una sonnambula vestita di verde, una donna con veletta, la sgualdrina in rosso che ha ucciso il moroso, due ragazzini bendati e c'è tra loro una splendida Enza Di Blasio che canta una serie di canzoni napoletane delle quali s'apprezza quella ispirata al canto di Didone dell'Eneide in cui si rimpiange una Napoli d'antan colta e dorata : «'A quantu tiempo, anima mia, sì morta! / 'O cuorpo tuoio è 'nu sciore / 'O cuorpo tuoio è 'nu sciore / Arò i petali so' fiati, fatt' 'e cera!». La morte è l'unico governo democratico, esclama qualcuno e l'immortalità è una conquista, dice qualcun altro, solo coloro che lottano potranno ottenerla. E lo spettacolo chiude con tutti i protagonisti che avanzano sul proscenio cantando in coro Vivere senza malinconia, vivere senza più gelosia...


 

Amati enigmi di Clotilde Marghieri
con Licia Maglietta
al Teatro Sannazzaro di Napoli
all'interno della 10ª Edizione del Napoli Teatro Festival, 7-8-9 giugno 2017

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Dobbiamo essere grati a Licia Maglietta per averci fatto conoscere al Napoli Teatro Festival 2017 Amati enigmi, uno dei libri più belli di Clotilde Marghieri, giornalista e scrittrice napoletana, vincitrice del Premio Viareggio del 1974 quando aveva 77 anni. La Maglietta, che chiaramente è di gran lunga più giovane, ha amato all'istante questo testo al punto da metterlo in scena al Teatro Sannazzaro, curandone drammaturgia e scene e interpretarlo con la sua connaturata bravura fatta di disincanto ironia e nostalgia, avendo accanto il solo Tiziano Palladino alle prese col suo mandolino suonato ad effetto nei momenti più intensi. Lo spettacolo, di poco più di un'ora, è un esempio di romanzo epistolare architettato a guisa d'una lunga e unica lettera scritta in una notte d'un imprecisato capodanno e indirizzata ad un misterioso lui, in realtà un giovane intellettuale sensibile e raffinato, appellato con lo pseudonimo shakespeariano di Jacques, alias Luigi Baldacci che anche lui ricorre al drammaturgo di Stratford-on-Avon chiamandola Rosalinda. Trattasi d'una lucida, anche spietata riflessione della Marghieri sul suo passato e sul suo presente di donna ormai agée, che ha davanti a sé una vita che sta per giungere al capolinea senza infingimenti e illusioni e che in accordo con Simone de Beauvoir capisce che quando il corpo avvizzisce e il volto gioca tiri crudeli si scopre il significato del proprio destino e si sublimano in conoscenza dolori e sconfitte. Licia Maglietta chiusa nel suo abito scollato color blu notte scintillante, seduta sul proscenio ma anche in piedi, sciorina amicizie celebri come Sibilla Aleramo, Salvemini, Corrado Alvaro, Rocco Scotellaro, il critico e storico dell'arte Bernard Berenson, il rapporto con la famiglia, con uomini e donne non necessariamente suoi coetanei, con un linguaggio immediato, elegante, intimo e realistico, ipnotizzando gli spettatori che con curiosità e in silenzio ammirano il suo dire. Tuttavia si ha l'impressione che molti pensieri espressi siano più pensati che vissuti, non si sa se per pudore o per mancanza di coraggio. Per lei "i figli sono divorzi viventi"; "lasciarti è un dolce dolore" dice rivolta a un lui, oppure "oggi sarei capace di amare senza chiedere nulla" e "da bambina non aspettavo che le partenze" perché "il tempo si annulla in un eterno oggi". La Maglietta strappa i fogli di vari diari, brani di missive, ricevute o frammenti di conversazioni telefoniche, forse pensando a Carmelo Bene quando nel suo Amleto appallottolava i fogli del dramma e diceva che voleva andare a Parigiii, a Parigiii. Cosciente la Marghieri/Maglietta che "quando non c'è più la passione si contempla ciò che abbiamo attorno", oppure "si ascoltano i discorsi dei vicini del tavolo che parlano solo di cibo o di lavoro", aggiungendo che per un certo periodo di tempo si è sentita una "cocotte intellettuale" pur sapendo che non era così. I giorni e gli anni passano e c'è il ricordo della madre che strappava i foglietti del calendario esclamando con una dose di cinismo "è passato", concludendo la sua lunga lettera che la sua Rosalinda avrebbe preferito stare con un buffone e non con un intellettuale noioso e che farebbe un bel falò di ciò che è stata la sua vita.


I malvagi da Dostoevskij
ideato e diretto da Alfonso Santagata
nel Corte d'Onore del Palazzo Reale di Napoli
all'interno della 10ª edizione del Napoli Teatro Festival. 7-8 giugno 2017

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S'intitola I malvagi lo spettacolo ideato e messo in scena da Alfonso Santagata nel Cortile d'onore del Palazzo Reale di Napoli, tratto dal romanzo in parte biografico Memorie della casa dei morti di Dostoevskij, pubblicato tra il 1860 e il 1862, che propone un viaggio nell'inferno delle ottocentesche carceri siberiane. Sintetizzate qui in una squallida stanza con porta e finestra e un giaciglio buono per cani, dentro la quale fanno capolino sopravvissuti, esiliati e condannati, tratteggiati da Dostoevskij con doloroso realismo, anche perché lui stesso condannato a scontare una pena di 4 anni, reo d'aver fatto parte d'un circolo di giovani intellettuali di tendenze socialiste. Arrestato dalla polizia zarista era stato addirittura condannato alla pena capitale, commutata poi in lavori forzati, vivendo in un piccolo villaggio della Siberia abitato da delinquenti privi d'ogni diritto civile, brandelli recisi della società, personaggi tuttavia da cui trarrà spunto e nuove idee per scrivere negli anni successivi romanzi come I demòni e I fratelli Karamazov. Nello spettacolo, in cui prevalgono tinte oscure e ombrose, ritroviamo pazzi, cospiratori, rivoluzionari, fanatici, traditori e personaggi ammalati di nichilismo verso i quali Dostoevskij vi intravede non solo una personalità deviante ma anche esseri sventurati e sofferenti, come può essere un tale di nome Raskol'nikov, certamente folle che avrà un acceso scontro dialettico col giudice istruttore. In definitiva I malvagi è un lavoro che non lascia tranquilli in cui le ombre perseguitano altre ombre, forse pure tra il pubblico, ma è anche uno spettacolo da rivedere nella sua drammaturgia, cui davano vita lo stesso Santagata nei panni scrittore russo a fare da filo conduttore e cinque interpreti in vari ruoli che di nome facevano Sandra Ceccarelli, Carla Colavolpe, Massimiliano Poli, Tommaso Taddei, Giancarlo Viaro.

Ultima modifica il Venerdì, 16 Giugno 2017 21:31

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