mercoledì, 22 novembre, 2017
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LIX Festival dei 2 Mondi di Spoleto 2016. -a cura di Niccolò Lucarelli

"Harlequino: on to freedom"
 scritto e diretto da Tim Robbins "Harlequino: on to freedom"
 scritto e diretto da Tim Robbins

Harlequino: on to freedom

scritto e diretto da Tim Robbins
con
Pierre Adeli
Cyrille Autin
Olivia Courtin
Brian Finney
Colin Golden
Simon Hanna
Lee Hanson
Adam J. Jefferis
Dora Kiss
Joshua R. Lamont
Will McFadden
Mary Eileen O'Donnell
Molly O'Neill
Stephanie Pinnock
Pedro Shanahan
Bob Turton
Sabra Williams
Jillian Yim
Paulette Zubata

suono e musiche Ken Palmer e David Robbins
direttore musicale David Robbins
maschere Erhard Steifel
luci Bosco Flanagan
direttore di scena Cihan Sahin
assistenti alla direzione di scena Dora Kiss, Stephanie Pinnock, Mary Eileen O'Donnell

una produzione The Actors' Gang
direttore artistico Tim Robbins
direttore artistico associate Cynthia Ettinger
direttore operativo Simon Hanna
in collaborazione con CRT Milano e Change Performing Arts

Visto al San Nicolò Teatro, nell'ambito del LIX Festival dei 2 Mondi di Spoleto, il 7 luglio 2016

SPOLETO (Perugia) - Il teatro è, sin dal suo apparire, uno spazio di discussione democratica e di critica sociale e politica, uno spazio, pertanto, di crescita della società. Il drammaturgo statunitense Tim Robbins omaggia questa sua caratteristica, attraverso l'analisi, fra storica e drammaturgica, di un particolare genere di teatro, la commedia dell'arte. Harlequino: on to freedom, che ha debuttato con straordinario successo di pubblico al LIX Festival dei 2 Mondi, si dimostra un testo concettualmente caustico, e artisticamente valido, capace di portare nuova linfa a un genere teatrale che si considera desueto.
Una scombinata compagnia di attori interrompe un'accademica conferenza sulla natura della commedia dell'arte; da qui, si sviluppa uno spettacolo fra il comico e il surreale, il poetico e lo scatologico, ma sempre carico di coscienza civile. Nell'inserire situazioni di teatro nel teatro, Robbins omaggia la drammaturgia pirandelliana, in particolare i Sei personaggi in cerca d'autore, e I giganti della montagna, dei quali si avverte l'analoga amarezza di fondo che permea anche questo spettacolo dalla non comune inventiva: riunendo la commedia dell'arte, la tragedia shakespeariana, il teatro canzone e la commedia sofisticata, Robbins disquisisce con intelligenza sullo scomodo tema della libertà.
Gli attori entrano in scena dal fondo della platea, e incedono verso il palco in lenta processione, cantando una sorta di "inno sacro" al teatro, "testimonianza di voci libere e scambio d'idee"; è quindi un luogo dove esercitare il pensiero critico, e di conseguenza si fa strumento di libertà. Con questo suggestivo incipit, l'autore introduce quella che sarà solo in apparenza una commedia. Subito dopo, un accademico e britannicissimo professore disquisisce sull'origine tardo cinquecentesca della commedia dell'arte, e come le sue prime maschere fossero state Pantalone, Arlecchino e Pulcinella. E proprio Arlecchino, simbolo della plebe più infima e dileggiata, interrompe la conferenza, volendo ristabilire una sorta di verità storica su questo particolare genere teatrale: non un semplice divertissement per divertire il popolo, ma un feroce strumento di satira contro il potere, e quindi una delle chiavi di volta del libero pensiero.
Fra la platea e il palcoscenico, con gli attori che cantano, corrono, danzano, recitano quasi sempre in mezzo al pubblico, si dipana la storia degli Innamorati goldoniani, i loschi intrecci di Pantalone che mira a sposare la ricca vedova Bracantini e a dare in moglie al cugino di questa, sua figlia Isabella, in realtà innamorata dell'umile ma sincero Mario. In mezzo, Arlecchino e Pulcinella, servitori, consiglieri, aiutanti, e altro ancora. Accanto ai protagonisti, un nutrito coro di personaggi della commedia dell'arte, fra cui Colombina, fedele dama di Isabella, e sua consigliera sentimentale. Fra le pieghe di questa "disquisizione in forma teatrale", si discute sulla verità dell'amore, che si giura eterno, ma in realtà volubile come il carattere degli esseri umani; si dubita della verità dell'attore, che vuole sempre essere al centro dell'attenzione, e cerca il plauso del pubblico; si raccontano aneddoti sulla nascita della commedia dell'arte e i suoi possibili significati, considerando che uno dei Duchi di Mantova, a metà Cinquecento, condannò a morte tre attori di una compagnia, perché si era sentito offeso dal loro spettacolo, o ancora si menziona come la commedia sia nata in un'epoca, il secondo Cinquecento, appunto, in cui si avevano i primi numerosi gruppi di schiavi africani in Europa, e a questo proposito emerge la figura di Arlecchino, allegoria proprio dello schiavo, di colui che sta sul gradino più basso della scala sociale, il cui nome deriva dal dèmone Alicino di dantesca memoria. Arlecchino è quindi un ribelle (come i dèmoni del resto), ma è anche uno schiavo, e la commedia dell'arte sarebbe quindi, con lui come protagonista, un attacco al potere. E il testo di Robbins è un atto d'accusa al potere come strumento di oppressione, citando non solo il caso mantovano di cui sopra, ma anche la Dum Diversas, la bolla con cui il Pontefice Niccolò V autorizzò la conquista portoghese dei territori non cristiani, ma anche la riduzione in schiavitù dei suoi abitanti. Niente di troppo diverso dalle follie dell'infame Califfato Islamico, il quale con la satira ha pessimi rapporti, come dimostra il vile attentato contro al redazione di Charlie Hebdo.
Chiave di volta dello spettacolo, Pulcinella e Arlecchino, interpretati con un misto di fierezza, rassegnazione, rabbia e umiltà, tipiche degli spiriti liberi per vocazione, capaci, per dirla con Malaparte, di rimanere "liberi in una prigione", permettendosi di disprezzare le offerte dei ricchi altolocati. Quando infatti la vedova Bracantini riconosce Arlecchino come un suo antico servitore che il marito aveva venduto a Pantalone, gli offre di sposarlo per poi affrancarlo; è questa offerta che lui rifiuta, non potendosi liberare chi è sempre stato libero, libero come gli attori, che raccontano storie che nascono dalla loro interiorità, dalla loro fantasia, mentre è il potere ad essere schiavo di sé stesso e dei suoi intrighi. È libero invece colui che è puro di cuore.
Come finisce la commedia? Il destino degli innamorati resta in sospeso, così come il matrimonio di Pantalone con la vedova Bracantini, la quale si rimette al verdetto che pronuncerà lo spirito del suo defunto consorte, evocato in una tenebrosa foresta che ricorda quella di Arden, in un intermezzo shakespeariano, con il serrato interrogarsi sulla contraddittoria natura umana; anche Shakespeare, scrisse la commedia dell'arte, seppur con contenuti più filosofici rispetto a Goldoni e Gozzi, e Robbins omaggia e riunisce idealmente questa triade di autori.
Le protagoniste femminili di questo spettacolo corale, regalano al pubblico un'interpretazione aggraziata e civettuola, in puro stile settecentesco, e alla delicatezza di Isabella fa da contraltare il pragmatismo di Colombina, e l'annoiata consapevolezza di sé e della sua bellezza, della splendida vedova Bracantini. È grazie a loro se sul palco va in scena anche una graziosa commedia sentimentale, anzi profondamente femminile, che trova riscontro negli eleganti e sensuali abiti e costumi che riproducono gli originali settecenteschi. Completa l'allestimento, la minimale ma elegante scenografia, con gustose scene di genere della commedia dell'arte, proiettate su uno schermo che ha la particolarità di essere frammentato, come una sorta di mosaico; e di fatto, è l'umanità ad essere un mosaico, di cui il teatro è sempre stato il tragicomico specchio.
Una pièce che, alla stregua della Commedia Umana di Honoré de Balzac, si configura come un acuto e penetrante affresco della società, con la sola differenza che Robbins si affida alle maschere teatrali del passato quali metafore dei caratteri contemporanei; cambiano i tempi, ma non le persone. Con questo testo, Robbins dona nuovo vigore alla commedia dell'arte, e in equilibrio fra storia, comicità e citazione dotta, offre al pubblico un esempio di mordace e acuta satira sociale e politica, in particolare sull'Italia. Pantalone, il Capitano Spaventa, l'Inquisitore, sono il volto di una classe politica inetta, ipocrita, ignorante, tuttavia tronfia e avida di privilegi, a scapito di un popolo fondamentalmente di buon cuore (Italiani brava gente, recitava il titolo di un film di Giuseppe De Santis), che affronta con coraggio emergenze quali la crescente immigrazione, la crisi economica e le mille carenze del sistema-Italia, con fantasia e senso della solidarietà, portando, di fatto, solo sulle sue spalle il peso di queste emergenze, mentre la classe politica è impegnata nei quotidiani ladrocini che le inchieste giudiziarie fanno emergere a cadenza quotidiana. È libero o è schiavo, questo popolo di Arlecchini e Pulcinella, famoso per il suo lato romantico e l'arte di arrangiarsi? Per adesso è ancora libero, ma sta pagando questa libertà a un prezzo sempre più alto.


Eugene Onegin
Capitoli scelti dal romanzo in versi
di Alexander Puškin
Vakhtangov State Academic Theatre of Russia
idea, testo e regia Rimas Tuminas
scene Adomas Jacovskis
costumi Mariya Danilova
musiche Faustas Latenas
coreografie Angelica Cholina
direttore musicale Tatiana Agayeva
disegno luci Maya Shavdatuashvili
ingegneri del suono Vadim Bulikov e Ruslan Knushevitsky
aiuto regia Natalia Menshikova e Natalia Kuzina

personaggi e interpreti
EUGENE ONEGIN
Sergey Makovetskiy
Aleksei Guskov
Eugeny Pilugin

VLADIMIR LENSKY
Oleg Makarov
Vasily Simonov

TATYANA LARINA
Eugenia Kregzhde

OLGA LARINA
Maria Volkova

ANISYA, LA CAMERIERA
Yana Sobolevskaya

LA COPPIA LARINS
Elena Melnikova
Artista Onorario della Federazione Russa
Alexey Kuznetsov

CUGINA DA MOSCA
Artista Onorario della Federazione Russa
Elena Sotnikova

PRINCIPE
Artista Onorario della Federazione Russa
Yury Shlykov

Oneginspnl

SPOLETO (Perugia) - La purezza di sentimenti dell'amore romantico, che si scontra con la freddezza di un uomo non malvagio, ma fondamentalmente narcisista, che da buon epicureo rifugge la compagnia dei propri simili, nutrendo verso di loro profonda sfiducia, nonché provando un autentico senso di noia (in questo anticipando il Principe Salina di gattopardesca memoria). Queste l'essenza della mancata relazione fra Onegin e Tatjana, attraverso la quale il regista lituano Rimas Tuminas, porta a Spoleto il suo personale adattamento del romanzo in versi Eugene Onegin di Alexander Puškin, uno dei capolavori della letteratura romantica russa, del quale sceglie alcuni capitoli, inerenti all'intreccio amoroso Onegin-Tatjana, che porta sulla scena quasi fossero parti di un'opera lirica (ispirandosi alla riscrittura di Pëtr Il'ič Čajkovskij), in questo tentando di assecondare l'afflato originale del romanzo. Un'operazione anche coraggiosa, ma che non porta i frutti sperati, offrendo al pubblico uno spettacolo interessante nella sua prima parte, ma ridondante e non coinvolgente nella seconda.
Indubbiamente pregevole l'estetica scenica, che si avvale di un grande specchio come fondale, di quelli che si usano nelle sale prova dei corpi di ballo, e che è funzionale ad alcune scene, che sembrano tratte dai dipinti di Degas, ma è anche un simbolo concettuale della doppiezza di Onegin, così come dello scorrere del tempo, quando gli avvenimenti passati si riaffacciano alla mente irraggiungibili e vagliati dall'esperienza, come osservati al negativo (sullo specchio, infatti, la scena la vediamo di spalle). Suggestiva, solenne la scena, con mobilia elegante da un interno borghese, e simulacri architettonici che rimandano al fasto delle grandi città della Russia zarista, che compare sullo sfondo della vicenda.
Puškin, poeta più che romanziere, scrive nel 1825 un'opera suggestiva, ricca di immagini e di riflessioni sull'umanità russa, della quale, in un certo senso, si erge a coscienza. Per riprodurre questa sua presenza a teatro, Tuminas introduce un numeroso coro (sull'esempio del teatro greco antico), costituito da giovani ragazze in leggiadri abiti bianchi, immagine della gioventù del villaggio ma anche simbolo della grazia e dell'esuberanza della giovinezza. Queste ragazze sono allieve di un corso di danza, e se visivamente si pensa a Degas, concettualmente il ballo è anche il momento del debutto in società, e metafora della preparazione alla vita, che però sarà gravida di amarezze (come scriverà poco dopo Leopardi nel Sabato del villaggio). E invero il romanzo è impregnato di un'insistente sensazione di rimpianto, dovuta allo spreco degli anni giovanili.
L'interessante invenzione drammaturgica di Tuminas fa coesistere sul palco il giovane e il vecchio Onegin (che ricorda il passato), in un'alternanza fra questo e il presente, senza soluzione di continuità. Si svolge quindi, agli occhi del pubblico, il doloroso bilancio di un uomo ormai anziano, pentito di aver sprecata la propria gioventù in ciniche avventure femminili senz'amore, dalle quali ricavava soltanto la sensazione dell'affermarsi della propria virilità. Per questo, a suo tempo, ha rifiutato l'amore di Tatjana, che gli si è dichiarata con una sincera e toccante lettera. Che simbolicamente, verrà stracciata, in una scena onirica, dalle stesse ragazze del villaggio, e i brandelli saranno raccolti dal vecchio Onegin, che li conserva idealmente in una cornice. Convincente commistione di passato, presente, sogno e realtà.
Lo spettacolo racconta uno spaccato della Russia di metà Ottocento, colta nella società della piccola nobiltà di campagna, dove si conserva una certa semplicità di usi e costumi, rispetto al clima ben più effervescente di città quali Mosca o San Pietroburgo. Una recitazione corale, dinamica e ben amalgamata, restituisce l'immagine di una Russia patriarcale, conservatrice e fatalista, con le sue famiglie numerose, i pettegolezzi di villaggio, i parenti lontani a Mosca, i matrimoni delle figlie. Topos caratteristici della società di quell'epoca, che al quasi dandy Onegin risultano assai noiosi e privi d'attrattiva. Così come noioso gli risulta l'amore della timida Tatjana Larina, che respinge. In forma semioperistica, non senza suggestioni, Tuminas rappresenta il tormento d'amore romantico, attraverso la brava Eugenia Kregzhde che passa dalla felicità al timore, dal sogno alla realtà, e cerca conforto nella vecchia nutrice, che però, donna anziana e disillusa, ben poco può esserle utile.
Ma Tatjana è sorella di Olga, fidanzata con Vladimir Lensky, poeta e amico di Onegin. Un dettaglio non da poco, perché quando, mesi dopo, lo stesso Lensky porterà l'amico all'onomastico di Tatjana, Onegin, per gioco e per noia, seduce la stessa Olga. Lensky sfida l'ex amico a un duello con la pistola, dal quale non uscirà vivo. È lui l'eroe romantico del romanzo (foscolianamente bello di fama e di sventura), cui il destino riserva però ancora amarezze: Olga infatti si sposerà con un ussaro, dimenticando o quasi l'antico amante.
Onegin invece andrà incontro all'amarezza quando, ani dopo, incontrata Tatjana ormai moglie di un principe, che quasi lo ignora. In un momento di profonda tristezza, fra realtà e immaginazione Onegin ha occasione di parlarle, di spiegarle come abbia sbagliato a rifiutarla, e come adesso invece la desideri. Ma la donna lo respinge, non potendo ormai dimostrargli amore sincero, a differenza di quanto accaduto anni prima, e soprattutto perché non tollererebbe di essere desiderata per la sua posizione sociale.
Questo finale sospeso, fra passato e presente, cala come un drappo nero sulla coscienza di Onegin, la quale per tutto lo spettacolo non smette di dibattersi: infatti, l'intervento del regista, come detto in apertura, affianca sulla scena il giovane, il maturo e l'ormai vecchio Onegin, e quest'ultimo interviene portando l'ormai inutile voce dell'esperienza, che rimpiange gli errori del passato, in particolare la sua freddezza e il suo egoismo.
Il regista introduce anche un personaggio non identificato, un anziano uomo sorta di coscienza del romanzo e dello spettacolo, che racconta al pubblico Onegin e gli avvenimenti, un po' come se il pubblico stesse leggendo il romanzo. E questo giova alla dinamicità della prima parte. Il recitativo è quasi continuamente accompagnato da un triste e solenne musica di pianoforte o di violino, a metà fra prosa e opera, con ritmi lenti, così come la gestualità, in accordo con l'approccio riflessivo di Puskin. La prima parte dello spettacolo ha quindi il respiro del grande romanzo europeo (sale alla mente Bel Ami), con il ritratto di Onegin, i suoi rapporti con la società, e le caratteristiche di questa. Pregi che si perdono nella seconda parte, affrontata come fosse un'opera lirica, come di fatto è nelle corde del romanzo, ma la scelta filologica si rivela controproducente ai fini del coinvolgimento del pubblico; un'eccessiva ridondanza e lunghezza delle scene, rendono difficile l'attenzione del pubblico, e poco giovano all'intelligenza dello spettacolo: la partenza per Mosca su invito di una lontana parente, i matrimoni delle amiche, quello di Olga, e infine quello di Tatjana. Tutto si svolge in scene suggestive ma concettualmente sterili, legate a un immaginario romantico che poco si adatta al sentire contemporaneo.
Esteticamente apprezzabile, tecnicamente ben recitato con una prova corale del numeroso cast, ma difficilmente apprezzabile da un pubblico contemporaneo: che applaude per stima (sollecitato anche dalla claque in quinta fila), ma non trova, nella regia di Tuminas, un linguaggio teatrale capace di parlare dell'oggi. Tuminas si dimostra in quest'occasione regista datato, impegnato con un esercizio di stile troppo legato al passato, senza spunti di avvicinamento alla società del nostro tempo.

Ultima modifica il Domenica, 10 Luglio 2016 05:54

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