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Festival Primavera dei Teatri a Castrovillari XVII Edizione, 2016. - di Gigi Giacobbe

Festival Primavera dei Teatri a Castrovillari XVII Edizione, 2016 Festival Primavera dei Teatri a Castrovillari XVII Edizione, 2016

Nuovi Linguaggi della Scena Contemporanea dal 29 maggio al 5 giugno 2016

I manifesti del Festival Primavera dei Teatri di Castrovillari sono sempre singolari ed emblematici, come in questa XVII edizione, diretta con comprovata perizia e saggezza da Settimio Pisano, Dario De Luca, Saverio La Ruina. L'opera in questione è di Miles Aldridge e riproduce la foto d'una donna "formosa", intorno alla trentina, seduta a gambotte larghe su un divano di pelle color arancio in accordo, come in un dipinto di Edward Hopper, con la parete verde, il pavimento azzurro e l'abito blu finemente ricamato che inguaina la donna. Sembra dall'espressione del suo rubicondo viso dalle sopracciglia nere e labbra pittate di rosso, accarezzato da ondulati capelli platinati che finiscono con due boccoli tra collo e decolleté, che i suoi occhi guardino qualcosa, forse lo schermo d'una tv accesa o meglio, come si spera, uno spettacolo teatrale tra i quindici proposti qui al Capannone Autostazione o nel Teatro Sybaris dalle confortevoli poltroncine rosa shocking.

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Il Festival ha preso il via con Giovanna D'Arco. La rivolta di Carolyn Cage messa in scena da Luchino Giordana e Ester Tatangelo e interpretata con molta passione da Valentina Valsania per conto del gruppo Hermit Crab. La quale agghindata di nero come una parà, scalpitante su uno spazio illuminato da una sfilza di tubi di neon che scendevano tutt'intorno dalla graticcia (scena di Francesco Ghisu, costumi di Ilaria Capanna), ha precisato all'inizio che lei non era la Pulzella d'Orléans come da tradizione ma Jeanne Romée, dal cognome della madre Isabelle Romée e non quello del padre che tuttavia si chiamava Jacques d'Arc. Comunque sia la pièce ripercorre le tappe più salienti della giovane eroina che guidò vittoriosamente le armate francesi contro quelle inglesi durante la Guerra dei Cent'anni e che una volta catturata dai Borgognoni fu venduta agli inglesi che la sottoposero ad un processo per eresia conclusosi il 30 maggio del 1431 con la condanna al rogo e arsa viva a soli 19 anni.

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Non s'è capito bene, fra questi chi scrive, dove volessero andare a parare Gli uccelli migratori di Francesco Lagi, sua pure la regia, che vedeva sulla scena disseminata da lunghe strisce di juta, ad opera di Salvo Ingala, quattro protagonisti: un fratello e una sorella in uno stato avanzato di gravidanza (Mariano Pirrello e Anna Bellato) che ricevono nella loro casa di campagna l'in-aspettata visita d'un tale (Francesco Colella) che afferma d'essere colui che ha messo in cinta la donna, con evidenti dinieghi di quest'ultima e giunge pure ad un tratto un altro personaggio, in sintonia col linguaggio degli uccelli, che assieme alla donna cerca invano un esemplare che sfugge alla loro cattura. I due in-attesi intrusi andranno via e i due fratelli resteranno a parlare attorno ad un tavolo. Amen.

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Sarebbe piaciuto molto a Georges Perec, a tutti i componenti dell'OuLiPo ed è piaciuto pure a me Drammatica elementare dei fratelli Marta e Diego Dalla Via, autori interpreti e registi d'uno spettacolo che pone al centro la parola o meglio le parole dell'alfabeto dalla A alla Z. Se Perec era un maestro di lipogrammi (l'esempio più noto è il suo romanzo La dispariotion -La scomparsa- senza la vocale "e") di parole crociate e di palindromi (parole e frasi che possono leggersi da sinistra a destra e viceversa come "acetoteca" o "anilina" etc...), i fratelli Dalla Via eccellono nei tautogrammi e acrostici. Ovvero riescono ad imbastire concetti, pensieri, comizi, giornali radio etc.. utilizzando parole che iniziano con la "i" o la "a", la "c" (...chiese con case chiuse... cristo compare con cinque caduti...cari compagni chiediamoci ciò che ci crocifigge...) ma anche la "m" (... meglio mangiare macrobiotico...) o la "n" etc...oppure parlare con parole che iniziano con tutte le lettere dell'alfabeto partendo dalla "a" e finire con la "z". Uno spettacolo intelligente, certamente faticosissimo nella preparazione ma che una volta capito l'ingranaggio può odorare un po' di fior di loto, ma non più di tanto.

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Succede spesso in Italia, ma ormai un po' dappertutto che alcuni classici subiscano adattamenti, rifacimenti o delle sottrazioni, come qui a Castrovillari ha fatto la Compagnia Òyes, per cui Lo zio Vania di Cechov nell'idea registica di Stefano Cordella si chiami soltanto Vania e che a rappresentarlo siano soltanto quattro personaggi, in grado pure di elaborare una drammaturgia collettiva. La scena minimale di Stefania Corretti e Maria Barbara De Marco (loro pure i costumi) è sintetizzata da tre bianche sedie, due piantane che irradiano una fioca luce e una rettangolare cornice che funge da uscio d'entrata in casa del professore Serebrjakov, mai scena, (vedovo della sorella di Vania), di cui si odono solo affannosi respiri da un respiratore artificiale e dove la vita di coloro che ci abitano si consuma tra grigia rassegnazione e desideri inappagati. L'esuberante Sonja (nipote di Vania) di Francesca Gemma, che ama-non-amata il medico Astrov di Umberto Terruso, cerca di cambiare vita andando a fare la cameriera in un'altra città ma dopo un po' ritorna all'ovile. La civettuola giovane Elena di Vanessa Korn, seconda moglie del professore, è un vulcano apparentemente spento, in grado ad un tratto di esibirsi in una danza erotica e risvegliare in Vania e Astrov nuove smanie, rimpianti e pure amarezze e c'è il Vania di Fabio Zulli che cambia continuamente d'umore passando da atteggiamenti irascibili a quelli più pacati, segni d'una saggezza acquisita nel gestire le proprietà dell'ingrato cognato che non stima per niente.

dicimai

Contrariamente al titolo Ma perché non dici mai niente? Monologo di Lucia Calamaro, Elisa Poli in stile vintage anni '40/'50 del secolo scorso, pelliccetta di volpe su giacca marrone, stesso colore delle scarpe chiuse, camicetta senape, gonna beige plissettata in sintonia con i capelli stirati tenuti raccolti sulla nuca (i costumi sono di Sofia Vannini) parla di continuo senza fermarsi per 70 minuti, con voce talvolta che s'attenua senza che le parole giungano chiare, del suo Henry, il marito partito forse per la guerra, forse per altri motivi non escluso perché non ne poteva più di questa donna ciarliera. Lei si chiama Mary. Adesso è sola e en attendant Gogot, prima su una sedia bianca (il solo elemento in scena) poi in piedi, quasi per tutta la durata nella medesima postura, racconta solipsisticamente al pubblico i giorni felici trascorsi assieme al suo Henry. Sono ricordi, a volte confusi di quando lui al mare sotto l'ombrellone faceva le parole crociate... delle lettere e telegrammi mai arrivati... dei film visti al cinema quando erano fidanzati... ricordi rivolti in seconda persona a un lui forse nascosto nel cinema sotto casa o chissà dove in quale posto, tanto da farla esclamare che " i ricordi sono belli, ma impegnativi". Infine sedendosi nuovamente su quella sedia si spoglierà restando in sottana, tutta bagnata di sudore, scomparendo poi dietro le quinte.

littleeuropa

Di ben altra struttura la pièce Little Europa del gruppo barese Vico Quarto Mazzini da un'idea di Gabriele Paolocà pure nei panni del titolo e regista assieme a Michele Altamura che a sua volta interpreta il padre d'un figlio ammalato d'una strana malattia della pelle che lo rende simile ad un mostro, senza che la madre d'origine scandinava Gemma Carbone) riesca mettervi riparo, pace e tranquillità. Il testo è tratto da Il piccolo Eyolf di Henrick Ibsen ruotante attorno ad una coppia in continua lite per aver generato un figlio storpio al punto di non accorgersi che sta annegando in mare. Lo sventurato personaggio, per il quale risultano chiari i riferimenti attuali alla nostra piccola Europa, non potrà essere salvato neppure da una tata, in stile Mary Poppins quella di Maria Teresa Tanzarella, perché quel mostro farà saltare il banco mettendo a soqquadro l'appartamento in cui vive in coincidenza d'uno scoppio (nucleare?) oltremodo asfissiante e dannoso. Una voce fuori campo, fastidiosa e didascalica, conferisce allo spettacolo un tono di leggerezza, nell'intento evidente di rendere più digeribili i guasti esistenti all'interno dell'unione europea. Lo spettacolo si conclude con aure da day after, con due personaggi che entrano nell'appartamento, forse la coppia di prima, vestiti con tuta, bombole di ossigeno e maschera antigas, vogliosi solo di riprendere a vivere ed amarsi.

gloriusprim

Non abbiamo visto tutti gli spettacoli in programma, fra i quali certamente meritava una nota Il Vangelo secondo Antonio scritto-diretto-interpretato da Dario De Luca e Geppetto e Geppetto scritto-diretto-interpretato da Tindaro Granata, ma abbiamo partecipato alla presentazione del libro di Dario Tomasello La drammaturgia italiana contemporanea che per lo studioso e docente messinese inizia nel 1921 con la rappresentazione dei Sei personaggi in cerca d'autore di Pirandello e abbiamo assistito nottetempo al Castello Aragonese alla performance del quartetto vocalist Glorius di Messina capitanato da Cecilia Foti, Carr Agnese, Federica D'Andrea e MariaChiara MilliMiles.

Ultima modifica il Martedì, 07 Giugno 2016 10:20

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