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Uno Sguardo dal ponte
di Arthur Miller
Corriere Lombardo, 9 marzo 1958

Peccato che Miller non sia Cechov. Lo stupendo spettacolo, tutto dedotto e spremuto dal testo e al testo restituito, che Luchino Visconti ha fatto di Uno sguardo dal ponte è, in tutto e per tutto, degno di quello che resta, forse, finora, il suo capolavoro di regia: Tre sorelle appunto. Regista, interpreti e copione hanno avuto, ieri sera, al Nuovo, un clamoroso successo. Non si può certo dire che in questo momento a Milano manchino i belli spettacoli, né che la gente non accorra e non batta le mani. Gli unici eterni assenti sono sempre i copioni italiani.
E così, noi ci vedremo impoverire le tempie continuando a recensire copioni americani con dei mariti ambigui che, da un giorno all’altro o, più precisamente, da una notte all’altra, senza dare spiegazioni, si rifiutano risolutamente di coricarsi al fianco delle loro legittime e indispettite consorti; e, più allarmante ancora, con dei robusti e ginnastici giovanotti i quali, sotto il ritratto della salute, non sanno più a che sesso votarsi e, nel dubbio, si astengono. Il secondo caso fu, ieri, quello della commedia di Tennessee Williams; il primo è, oggi, quello del dramma di Arthur Miller. Con questa sostanziale differenza: che, mentre l’uno, divorato dall’ossessione del sesso, rimane invischiato nell’aneddoto senza saperne tirar fuori i piedi, pago e soddisfatto di grattare la pancia alla propria gatta; l’altro, sospeso nel suo immaginario ponte ideale, intenzionalmente, almeno si garantisce una posizione di obbiettivo distacco e cerca di tirare a implicazioni di indole generale. Si tratta, in altre parole, di perseguire l’assoluto attraverso il contingente.
Il teatro contemporaneo – e, in questo, l’influenza di Pirandello è stata risolutiva – ha perso la fiducia nei fatti. Vuole vicende ed accidenti esemplari dilatati in significazioni e suggestioni, sieno poetiche, sieno morali, sieno sociali, atte a trascenderne i limiti. È un teatro, a doppio fondo anche dove meno lo confessa, – parlo, s’intende, delle sue espressioni più rilevanti – sempre, più o meno di polemica e di denuncia; che tiene d’occhio una tesi. È bene? È male? Non è, questa, la sede per un discorso che potrebbe diventare importante. Preme, qui, soltanto constatare, da parte di Arthur Miller, un ulteriore tentativo di immergere nel mistero una cronaca elementare, ecco tutto. Si ritrova nuovamente, benché, con risultati meno convincenti sia de La morte di un commesso viaggiatore, sia de Il crogiuolo, sia, anche, del precedente Erano tutti miei figli, l’ambizione, tipica di Miller, di dar vita a un protagonista significativo – e sarà un altro vinto – nel quale l’uomo comune contemporaneo, assediato ed insidiato da pressioni di ogni genere, possa riconoscersi; e in cui rispecchiare il proprio frustrato e vano miraggio verso una legittima quanto contrastata “dignità” e libertà. E l’antico sfinito individualismo – non per niente Miler è ebreo; non dimentichiamolo – piange le sue ultime lacrime. Questa volta, ecco l’uomo contro le leggi. Quelle di fuori e quelle di dentro. E né le une né le altre sono dominabili, per mancanza di chiarezza interiore e per difetto di adattamento sociale di chi le deve subire.
Siamo a Brooklyn, fra siciliani emigrati, cittadini americani ma non ancora assimilati alle abitudini, al costume, alle norme della nuova patria. I concetti generali e universali dell’onore, della giustizia, della morale, della libertà di questi elementari, semplici ed istintivi uomini – per la precisione scaricatori di porto – figli di una terra remota ed antica, non coincidono ancora con quelli degli educati e razionali cittadini del nuovo mondo. Questi uomini sono come un’isola fuori del tempo. Regolano le loro azioni e determinano le loro reazioni, eredità di lontane stratificazioni ancestrali rimaste immutate nei secoli. Esse vogliono, esempio, che l’onore offeso riconosca come strumento della propria giustizia soltanto il coltello. Meno primordiali ma egualmente rigorose, le leggi dell’omertà dalle regole non meno inesorabili. Recente, non ben assimilata, estranea come una vernice superficiale, la civile, imparziale legge della democratica confederazione condizionata dai suoi astratti principi nel loro significato trascendente e non ancora accettati nel loro meccanismo impersonale.
L’individuo dentro all’ingranaggio di tutto ciò. Il destino irreparabile e fino a un certo punto impenetrabile di Eddi Carbone si mette in moto il giorno che egli ospita segretamente, nella sua casa, due cugini emigrati clandestinamente dalla Sicilia. Denunciati ai severi uffici federali, essi sarebbero rimandati indietro a morir di fame nel loro squallido paese d’origine. Nel quartiere, tutti sanno ma nessuno parlerebbe per alcuna cosa al mondo: è un punto d’onore dell’omertà.
A denunciarli sarà proprio lui che li ha fatti venire, ossessionato dalla assurda gelosia, quando il più giovane dei due – calunniato, per la stessa ragione, di non essere un uomo sessualmente normale – si promette sposo ad una giovane nipote orfana, allevata in casa come figlia e, per la quale, lo sciagurato, sotto gli occhi, giudici muti, della moglie, coltiva un insano sentimento, giustificato anzi travisato e mascherato, nel proprio cuore, da putative esigenze paterne che tingono ambiguamente la passione di incesto.
Da quelle personali, a quelle della sua gente, a quelle della più vasta collettività, tutte le leggi scatteranno contro di lui, bloccato nello sgomento di chi non vuole, non può, e non sa comprendere la sua colpa. Una coltellata porrà fine alla vita del protagonista che, con la delazione, si è messo al bando del proprio clan. “Il dramma – uso le parole dell’autore – si propone di sottolineare lo stupore che ci dà la corsa di un uomo verso la competa rovina”. C’è, dunque, l’ambizione di collocare il “fattaccio” nella prospettiva di un’inesorabile fatalità. Facciamo pure credito alle bune intenzioni: “Pensai – è sempre lui a parlare – che fosse la ripetizione di un mito greco, l’eco del quale risuonava al fondo della mia mente. Non sono riuscito a scoprire quale mito fosse”. Francamente, nemmeno noi.
Tutta questa voglia di tragedia non la comprendiamo. Rispettabile e perfin commovente, l’impegno di voler proiettare le luci e le ombre di spessori antichi su fatti, sentimenti, istinti e psicologie, a maggior pensierosità e significazione di una cronaca contemporanea tutto considerato piuttosto banale; ma unicamente dalla visuale di quel particolare snobismo suggerito dal complesso di inferiorità che spinge certi scrittori americani – si pensi a O’Neill – a procurarsi non richiesti e non necessari quarti di nobiltà nelle riserve culturali e letterarie dell’illustre passato europeo. L’unica fatalità di questa gente è quella dell’istinto che insanguina la cronaca.
Non usciamo dalla fisiologia. È altrettanto doveroso riconoscere, però, che nella misura della dimensione melodrammatica, per uno straniero disinvolto nell’azionare dei siciliani inevitabilmente di maniera, il risultato è eccellente. Spogliato anche degli ultimi residui di indugi letterari e di compiacenze estetizzanti, Visconti ha espresso il testo col suo miglior discorso registico. Raramente ho visto identificati gli attori coi loro personaggi come in questa rappresentazione, ricreata e definita l’anima di ogni singola figura, egli l’ha, poi, letteralmente collocata in quella degli interpreti: Paolo Stoppa, stupendo con quella sua testarda, arsa, convulsa, innocenza, amalgamata alla colpa; Rina Morelli cui bastarono pochi sguardi, un passo, un gesto per esprimere un dramma; Marcello Giorda che, della rappresentazione, è stato il personaggio-coro, distaccato e partecipe nell’isolamento di una malinconica sapienza antica; il Fantoni, sorprendente per il prodigio di non so che violenta mansuetudine, il Pani così schietto e casto nella sottolineata ambiguità dei modi e dell’aspetto; la Occhini e tutti gli altri; senza escludere lo scenario dovuto a Mario Garbuglia, insieme vero e irreale, dalle improvvise e suggestive dilatazioni. Che bella serata.

   
© Sipario 2009