Testata

home rivista recensioni comunicati i fatti cyclopedia spazio regioni commedia dell'arte biblioteca teatro danza contatti
novità video sostenitori interviste link archivio primo piano cartelloni testi lavoro cerca blog


 

 
  recensioni online        
             
  cinema concerti danza lirica prosa storiche
             
             
  ricerca per titolo    
   
  A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z
             

Saison au Congo (Une)
di Aimé Cesaire
La Notte, 23 settembre 1967

Quest’anno al Festival della prosa è l’anno dei ritorni, anche se non si tratta proprio di grandi ritorni. Era tornato, per l’inaugurazione, il Teatro Nazionale di Varsavia e tentò di ripetere il grosso colpo della prima volta con lo spettacolo di un’altra sacra rappresentazione demistificata, e gli riuscì meno. È tornata, ieri sera, la compagnia dei neri di Francia di Jean-Marie Serrau “inventore del teatro africano” e Jean-Louis Perinetti, con un nuovo copione dello scrittore nero martinicano Aimé Cesaire già fatto conoscere, a Venezia, con una confusa e turbolenta Tragedia di re Cristoforo. Si intitola Une saison au Congo e il colpo gli è riuscito di più, prevalentemente a merito della regia.
Suscitar miti e creare eroi a botta calda, quando gli avvenimenti posti a loro sostegno grondano ancora lacrime e sangue, è sempre un’operazione magari generosa ma pericolosissima. Si procede su un campo minato. I recenti avvenimenti del Congo e la sciagurata fine dell’enigmatico Lumunba, figurarsi! Solo la distanza del tempo e l’impassibilità della storia, ammesso e non concesso che una storia esatta di ciò che è realmente accaduto possa essere fatta, sarebbero in grado di togliere di mezzo gli equivoci e i trabocchetti, e ancora ancora… Pensate, tanto per farvi un’idea, alla visione e al giudizio antitetici che circolarono, fino a qualche anno dalla scomparsa, su figure come i nostri Mazzini e Garibaldi o, se volete, visto il tono del discorso, come Napoleone, da parte di coloro che s’erano combattuti e dilaniati nelle loro file e contro le loro file.
Sì, perché l’autore non ha dubbi e perplessità al proposito, né usa mezzi termini. Il suo Lumumba è un impasto proprio di Garibaldi, di Mazzini e di Napoleone messi insieme; ne ha tutte le buone qualità senza averne quelle cattive, tutti i pregi senza i difetti, tutte le fermezze senza alcuna debolezza; mai un dubbio, mai un momento di incertezza e con, in più, l’aureola del martire. Diteci poco! È un eroe tutto d’un pezzo, dalla testa ai piedi, votato alla causa della “negritudine” anima e corpo; impulsivo, visionario, fanatico fin che si vuole; nazionalista ad oltranza ma limpido come un diamante e puro come un fanciullo. Lo è talmente tanto, da trascendere il già opinabile significato di eroe nazionale del Congo senza macchia e senza paura per porsi come profeta di tutta l’Africa unita, libera, concorde e felice, nella esaltazione, sia pure senza ignorare la lezione tecnologica e organizzativa dell’Occidente, dei propri valori etnici e culturali autoctoni. Bella e generosa idea, ma con le idee belle e generose non solo non si fa la storia ma neanche si domina la realtà, e, men che meno, si rispetta la verità.
Il personaggio privo, oltretutto, di una vita privata risulta, pertanto, un’astrazione generosa quanto si vuole ma disarmonizzata e falsa. Col suo inarrestabile parlarsi addosso di libertà, di democrazia, di legalità, con le sue esorbitanti perorazioni sul piedestallo del proprio monumento dà l’idea di una allarmante vocazione alla dittatura. Viene l’angoscioso sospetto che gli manchi solamente un balcone. La visione di una figura così leggendaria e mitizzata esce da una concezione inevitabilmente manichea, che separa l’umanità in due parti nette, come la lama di una ghigliottina. Da una parte tutto il bene: lui Lumumba, usbergo e simbolo del popolo; dall’altra, tutto il male: gli altri, i profittatori, i falsi amici, gli alleati infidi, i traditori. E, naturalmente, coloro che, al solito, ne fanno le maggiori spese sono i bianchi: sleali, sfruttatori, fomentatori di discordie, suscitatori di rivolte, che concedono la libertà al Congo già con la riserva mentale di metterlo in difficoltà, di creare il caos, di preparare la secessione del Katanga, la sua regione più ricca, il suo polmone economico, che sarebbe come dire privare l’Italia della pianura padana. E, a secessione avvenuta, l’Onu che si rifiuta di intervenire rendendosi complice così della plutocrazia capitalistica.
Che sarà, in parte, anche vero ma guai promuovere una parte a tutta la verità. E il dramma di un continente che, di punto in bianco, si trova a dover bruciare le tappe di centinaia d’anni di arretratezza, sia pure non per colpa sua, passando dalla semibarbarie alla civiltà tecnologica, e l’insanabile inimicizia fra le tribù? Non avranno avuto, non avranno, un’importanza determinante?
Se ne parla, a onor del vero, ma quasi di sfuggita, senza darvi soverchia importanza, degradando così a concausa secondaria quella che probabilmente è la chiave di volta di tante disastrose situazioni più o meno in quasi tutte le ex-colonie africane giunte all’indipendenza. Ma questo è argomento da sociologi e da economisti. Io mi ci perdo. Da semplice recensore drammatico c’è da prendere atto della innegabile forza d’urto di una ridondante scrittura sempre sopra le righe, emozionata ed emozionante; una demagogica retorica, ingolfata fino al collo nel sonoro priapismo lirico di una discutibile letteratura di second’ordine, epperò, alla rappresentazione, di indubbia evidenza ed efficacia popolaresca. Sembra, in altre parole, del Dumas padre rivestito dei panni di un Brecht per la povera gente.
Ed è proprio su questa specie di bastardo equilibrio che la regia di Jean-Marie Serrau, ex allievo del Berliner Ensemble, salvo qualche incomprensibile incertezza e qualche lungaggine facilmente rimediabile con un buon paio di forbici, trattandosi di una prima rappresentazione mondiale, ha fatto la sua miglior prova, in uno spettacolo curiosamente epico-estraniato e, nello stesso tempo, carico di quell’intensità emotiva arroventata, vocale, mimica e gestuale, tipico degli attori neri, e scatenata, addirittura, nelle musiche a percussione, nelle danze e nei canti a commento eseguiti da una sorta d’aedo straccione che, con le sue provocazioni e lamentazioni, mi ricorda, alla lontana l’”Innocente” del Boris. Scene e costumi di una grande coerenza e suggestivi, specie nelle sarcastiche sottolineature grottesche, sono firmati rispettivamente da Paul-Emile Simon e da Claude Lemaire.

Delle numerosissima compagnia, ottima ed eccellentemente affiatata, tra gli uomini citerò, uno per tutti, Bacher Toure, protagonista virilmente energico: e, tra le donne, Lydia Ewaude, intensamente patetica. Se mi è concesso con l’aria che tira, chiederei il permesso di poter citare anche un bianco: Daniel Dubois. Mica per altro: perché assomiglia all’inguaiato re Baldovino, da far tenerezza anche a un repubblicano incallito come me. Grazie. Non lo farò più.
   
© Sipario 2009