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TUTTI QUELLI CHE CADONO
GIOCO
ATTO SENZA PAROLE

di Samuel Beckett
al Teatro Odeon
regia Beppe Menegatti
scene e costumi di Lorenzo Ghiglia
con Paola Borboni, Virginio Gazzolo, Francesca Benedetti, Sandro Merli, Bianca Galvan, Piero De Santis
CORRIERE LOMBARDO 07/05/64

Il Teatro Stabile di Firenze ha gli slanci e le avventatezze degli organismi in crescita. Sempre meno confusamente e con risultati sempre più apprezzabili, di anno in anno va salendo i gradini di quel livello a cui una città dalle tradizioni illustri di cultura non conformista e di intelligenza proteiforme come Firenze, ha insieme il diritto e il dovere. Nato per generosa, benché un po’ confusa iniziativa di singoli, è il momento che gli enti pubblici lo aiutino con maggior solerzia, larghezza ed amore che non abbiano fatto sino ad oggi.
Due trasferte a Milano nella stessa stagione non sono un fatto trascurabile. Dopo il Don Pilone del Gigli, portato al Durini un paio di mesi fa, ieri sera ha presentato, all’Odeon, quello che è forse il suo spettacolo più originale certo il più provocante, dedicato a colui che resta l’artista più puro, il vero e probabilmente unico poeta del teatro d’avanguardia che ci affligge e ci consola: Samuel Beckett, messaggero della disperazione di questo nostro tempo bruciato.
Ha voglia Beckett di essersi fatto francese. Egli rimarrà sempre un inconfondibile scrittore irlandese, ossessionato dall’assoluto e dal trascendente, dove il dato reale, sia pure il più preciso, comune e banale, si manifesta naturalmente in dimensioni di iperbolica favolosità, investito da un sentimento tragico dell’esistenza tanto profondo ed inquietante da impregnare di sé le più umoristiche fantasticherie. Magari blasfemo, arrabbiato, iconoclasta, il più ateo e maledetto degli irlandesi celerà sempre un cattolico tormentato, anche se, come nel suo caso, si tratti di un protestante. Non mi stupisce affatto, quindi, che a proposito delle sue algide farse metafisiche, vere e proprie scatole cinesi a doppio fondo e a triplo taglio, si sia potuto parlare di religiosità.
Per il teatro egli non ha scritto molto, ma ha lasciato il segno. Di fronte alla conturbante alchimia e alla surreale misteriosità del suo linguaggio, aperto ed informale, magro, rarefatto, apparentemente illogico ed elementare, per non dir automatico o medianico, eppur denso ed elaborato come una scrittura musicale; dove ogni parola è una scoperta vergine ed ogni periodo un’invenzione magica, e che, bisognerà pur azzardarsi a dirlo, ha per diretto riscontro Joyce, altro grande irlandese del quale, non per niente, egli fu segretario, ci si rende conto quanto siano superficiali ed approssimativi i termini avanguardia, incomunicabilità, alienazione coi quali si cerca di accomunarlo ad altri clamorosi commediografi e narratori di punta e di rottura dell’ultimo decennio; e di quanto egli li sopravanzi.
Peggio che totale pessimismo, il suo è del nichilismo cosmico, che diffonde i fosforescenti bagliori di un livido e macabro umorismo; negato nel momento stesso in cui viene affermato ed affermato nel momento stesso in cui viene negato. Sull’ambigua altalena del caos, la parabola dell’ “uomo senza senso”, annaspante nell’assurdo.
Incubo patito come gioco e gioco patito come incubo, ecco la condizione umana dei suoi pagliacceschi personaggi, già “aldilà del diluvio”, abbandonati al centro di sideree solitudini da astri morti e gelidi, negli “sterminati deserti” leopardiani; apocalittici paesaggi lunari, senza tempo e senza forma: “L’infinito vuoto sarà intorno a te, tutti i morti di tutti i tempi, resuscitati, non riusciranno a colmarlo”. Vanitas vanitatum. Trionfante vertigine del nulla. Angoscia di un universo atomizzato? Qui, si faccia attenzione, in quest’aggettivo può venir individuata la chiave di una tragica poesia.
Estreme e assurde sopravvivenze di un’apocalisse universale, quei ridicoli eroi, trasformati in vermi in attesa dell’ultima metamorfosi che li muterà in fossili se già non lo sono, stanno lì, cieche e vaneggianti testimonianze della più assoluta disperazione coabitante col più stupido e impermeabile ottimismo, sordi come sassi e presuntuosi come re, difesi dalla corazza della loro imperterrita mediocrità, assorbiti, intestarditi e incretiniti nel futile cerimoniale della banalità quotidiana; decisi a resistere e a durare come nulla fosse. Non c’è più niente, non c’è mai stato niente da dire, da dirsi? Non importa. Si parla egualmente, o si tace che è lo stesso.
Aggrappato alla zattera dell’assurdo, immobile sullo sterminato oceano dell’indifferenza universale, si avverte lo sgomento che, lì, a due passi, esiste l’estremo baratro, lo scivolone definitivo che metterà fine a tutto; specialmente che stiano per venir balbettate le ultime parole rimaste all’umanità: logore, vane, estenuate, prive di senso, inservibili strumenti arcaici, pallide sopravvivenze del tessuto sfilacciato della memoria che sta per lacerarsi nella imminenza del silenzio universale.
 “Alle volte, sembra che tu stia farfugliando una lingua morta”, si sente dire la protagonista di Tutti quelli che cadono, il lungo atto unico – originariamente scritto per la radio e lo si avverte – che costituisce la parte preponderante della serata. C’è una donna incapace di reggersi dritta: non più che una torpida massa di carne ridotta allo stato vegetativo e dotata del minimo di opaca coscienza sufficiente a farla dolere e gemere fastidiosamente, che, da casa sua, si reca alla stazione, come tutte le sere, incontro al marito che torna dal lavoro. Incontri fugaci, indifferenza e crudeltà di presenze allucinanti con le quali è impossibile qualsiasi umano contatto. E il breve caotico percorso di andata e ritorno, è lungo, pesante, faticoso peggio del cammino della vita. “Hai mai avuto voglia di uccidere un bambino? Stroncare un disastro sul nascere”: sono le parole con cui viene accolta dal marito, un cieco, sarcastico e inaccessibile e forse omiciida per aver gettato dal treno un fanciullo. Così, legato l’uno all’altra come estranei non da altro che da imperscrutabili paure.
Gioco, conserva ancora qualche appiglio con una vicenda e con delle psicologie, se così si può dire, ma è meglio che se non le conservasse. Allineati alla ribalta, tre personaggi rinchiusi in tre anfore di pietra; un uomo nel mezzo e, una ogni lato, due donne che se lo contendono. Uno scroscio, un diluvio, una babele di discorsi incoerenti e contemporanei, fatti per non capirsi: un breve, sardonico vaudeville surreale.
In Atto senza parole, infine, siamo al silenzio totale, ma inevitabile. Dramma muto, pantomima di un tale, irretito in un’assurda danza di oggetti senza senso, impedito, per quanto si dia da fare, di stabilire anche un qualsiasi coerente contatto fisico col mondo concreto e reale. Ma esiste poi un mondo concreto e reale? L’incomunicabilità ha investito anche il mondo fsico. È la fine di tutto.
Beppe Menegatti, con una solerzia forse discutibile ma teatralmente assai opportuna, ha messo in scena queste tre allucinazioni metafisiche, sfruttando ogni pretesto atto a conferir loro consistenza scenica; ha cercato, in altre parole, di tirar dentro al teatro l’antiteatro. Spicca, nel provocante spettacolo che ha scene e costumi di una fantasia ricca e suggestiva firmati da Lorenzo Ghiglia, un’interpretazione superba di Paola Borboni, masochisticamente compiaciuta, si direbbe, di una sorta di  autodenigrazione: un automa di piombo, carnalità informe, vaneggiante nelle vuote vischiosità di una memoria ridotta a macerie. Sinistramente agghiacciante Virginio Gazzolo; freneticamente petulanti: il Merli, la Benedetti, la Galvan; mimo esatto ed inquietante, Piero De Santis.

   
© Sipario 2009