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Tre sorelle
di Anton Cechov
Teatro Nuovo
Teatro Stabile di Roma
regia De Lullo
scene e costumi Pier Luigi Pizzi
con Massimo De Francovich, Rossella Falk, Elsa Albani, Elena Cotta, Romolo Valli, De Ceresa, Giachetti, Tarascio, Sammataro, Carlo Giuffrè
Corriere Lombardo, 29 settembre 1965

Ah, la sazietà! Avanti dunque coi banchetti sovrani e con gli amplessi dinastici. Altre Tre sorelle. A tre a tre, in pochi anni, ne avremo già messe insieme una quindicina, ma che famiglia prolifica! E il nuovo Teatro Stabile di Roma, deciso a nascer nobile e vecchio, tanto per cambiare, è prossimo ad inaugurarsi rispondendo con un altro Giardino dei ciliegi – ormai son tante che le ciliegie sul mercato non dovrebbero costar più niente.
Volevo ben dire che, dopo un paio di stagioni di respiro non si riattaccasse con Cechov. Stavamo in pensiero. Questo teatro, qui da noi, condannatosi al capolavoro; che va avanti guardando indietro; e i nostri migliori teatranti che cominciano tutti coi vivi per finir immancabilmente coi morti! Celebrati i loro sublimi riti retrospettivi, quando escono per la strada devono rimaner stupefatti che la gente non circoli in calzamaglia e crinolina.
Visto e considerato che non han molta fantasia loro, ci guarderemo bene dall’indelicatezza di averne di più noi. E allora, bando all’irriverenza, rientriamo nei ranghi e sotto con la consueta carrettata di lodi che tutti conosciamo a memoria. Per quanto poco gusto ci sia a passar la vita nel dir bene di cose di cui non si può dir altro che bene, se non altro ci si offre il vantaggio, parola più parola meno, di continuar, anche noi, a far sempre lo stesso discorso. Niente paura, eccolo.
Sette anni (1896-1903), quattro commedie e una rivoluzione. Dal Gabbiano al Giardino dei ciliegi, attraverso Zio Vania e Tre sorelle, Cechov non fece, in fondo, che scrivere sempre la medesima commedia. Quattro cronache, quattro testimonianze della vita provinciale russa, mercé le quali lo scrittore perfezionerà la conquista di vieppiù materiale, attraverso il cristallo di una distaccata, ma non per questo meno affettuosa ironia, le proprie sensibili, delicate ed abuliche creature, di un mistero inesprimibile; circonfonderà la loro modesta realtà di arcane risonanze universali, trasformandone la comune pena quotidiana in uno sconsolato canto segreto, fino al vertice dell’elegia, raggiunta da una malinconia di lirica purità.
Più discreto nelle singole espressioni, più rigoroso, misurato e casto si fa il linguaggio estenuandosi nello sfumato fraseggiare di una perpetua, vagheggiante evasività; più contemplata e remota appare l’azione e maggiormente consapevoli, rassegnati e fatalisti. Decisioni perennemente rimandate da una volontà inerte, dramma concluso e consumato prima ancora di venir affrontato, anzi posto. Figure indimenticabilmente precisate dalla loro stessa indeterminatezza, aperte a tutte le disponibilità e incapaci di affidarsi a nessuna. Esemplari biografie intime, dei tipici destini degli intellettuali piccolo-borghesi fine di secolo, inariditi e paralizzati dallo squallore provinciale che è intorno a loro, senza accorgersi del deserto spirituale che è dentro di loro, mentre non cessano di cullarsi e stordirsi nelle vane utopie e nelle illusorie recriminazioni di aver potuto essere ciò che non sarebbero mai riusciti a essere; e, per un altro verso, nel fare un eccessivo credito a un ottimismo generico, e avveniristico, onde concludono immancabilmente i loro discorsi. Cose note.
Oh, l’indicibile tristezza che palpita come velo impalpabile, eppur grava come pesante macigno, sulle vite parallele delle tre sorelle: Olga, Mascia e Irina! Nell’angusto, grigio angolo di provincia dove si sono ridotte a vivere, non fanno che rammemorare la loro casa di Mosca, sostenute dall’anelito di tornarvi. Murate nel loro fantasticare, la capitale assume, ai loro occhi, il fascino di un paradiso perduto, reso irraggiungibile proprio dal mito prodigioso che ne è stato fatto; e il ricorrente, ognor più fievole e incerto grido di Irina, la più giovane, gabbiano dalle ali paralizzate: “A Mosca! A Mosca!” sarebbe ridicolo – e, forse, nell’intenzione dell’autore, lo fu – se, nel suo immacolato sgomento, non confessasse una sconsolata disperazione.
L’arrivo di una guarnigione, gli affettuosi rapporti che le tre sorelle annodano con gli ufficiali, il calore che, a un tratto, si propaga nella monotona esistenza, sembra, per un momento, promettere realtà al sogno. Poi il reggimento parte, la stupida, casuale circostanza di un duello, con l’uccidere uno degli ufficiali, distruggerà la speranza di uno stanco fidanzamento appena balenato, e sarà di nuovo – con un’illusione in meno anche per la sola delle tre sorelle che, forse, avrebbe potuto davvero partire – la misera, oscura, squallida vita di sempre.
Si rispondono ossessivamente i motivi che già erano risuonati nel Gabbiano: “… Fra duecento, trecento anni, la vita sarà meravigliosamente bella e gradevole… E’ ad essa che l’uomo deve prepararsi… per questo deve vedere e sapere più di quanto abbiano saputo e visto suo padre e suo nonno… e per creare questa nuova vita, noi viviamo e soffriamo”. Ritorna l’autentico, l’eterno protagonista: il mistero ineffabile e doloroso di un tempo immobile, sospeso sulle creature che, nel continuo “parlar d’altro”, in un inarrestabile, comune monologo interiore, confessano le loro vulnerabili, inibite, introverse e crepuscolari psicologie, morbidamente e compiacentemente tese verso l’ingannevole e complice ricerca di un inane gioco di echi senza risposta all’arcano perché del vivere. Si riaffaccia, sconsolato, insomma, l’eterno tema dell’interrogante infelicità leopardiana nelle pieghe di un narcisistico masochismo norale. E si parte. Negli ultimi atti di Cechov si parte sempre.
Un assoluto capolavoro, il più alto, forse, del tedio e della tristezza. Bene, ma lasciateci porre modestamente la domanda se, e fino a che punto, tutto ciò sia in sintonia con l’odierno sentire, essere e operare. Lo è? Se lo è, nulla da obbiettare. Ma se non lo fosse, è il caso di insister tanto? Questa volta vi ha insistito la Compagnia “De Lullo-Falk-Valli-Albani”, a esser giusti, finora, la meno accusabile di insistenza sul repertorio del passato. Il mirabile e acclamatisismo spettacolo presentato ieri sera al Nuovo giunge a Milano col ritardo di un anno. Sola variante all’edizione della stagione scorsa, la sostituzione di Giorgio De Lullo, malato, con Massimo De Francovich che, in quarantott’ore, è riuscito ad inserirsi nel perfetto concerto con risultati da meritargli un legittimo applauso a scena aperta.
Poche volte, forse mai, De Lullo regista è riuscito a portare i suoi valorosi compagni, i maggiori come i minori senza eccezione, a una simile armonia. Le finezze d’un’intelligenza e le eleganze d’una sensibilità eccezionali – alla casta bellezza delle scene e dei costumi ha provveduto Pier Luigi Pizzi – concorrono a creare la lirica verità di un clima miracoloso: una precisione all’indeterminato e un vigore alla morbidezza che hanno il magico incanto di un’atmosfera musicale, tanto per intenderci alla Debussy. Stupendo.

Hanno fatto spicco senza spiccare, ed è la maggior lode: Rossella Falk, indimenticabile l’interiore desolazione di quel suo devastato pallore; Elsa Albani, così dimessamente tragica nella rassegnazione; Elena Cotta, dolente spasimo di un’illusione frustrata; Romolo Valli ad ogni prova sempre più semplice e più vero, di un’umanità elevata a bellezza morale. E poi: la deserta sincerità del De Ceresa, la grettezza e la volgarità innocente della Giachetti, la patetica mediocrità del Tarascio, l’umile dedizione del Sammataro, la antipatica aggressività di Carlo Giuffrè, la piccola umanità della Marchesini e del Battaglia… Ma tutti, tutti! Cosa vuol dire una compagnia di gente intelligente, affiatata, amica e d’accordo!
   
© Sipario 2009