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The Kingdom
The Kingdomdi Peter Berg
con Jamie Foxx, Chris Cooper, Jennifer Garner
 
Il Giornale, 2 dicembre 2007
Jamie Foxx guastatore in Arabia

La chiave di The Kingdom (Il regno) di Peter Berg è nella frase sussurrata all'orecchio due volte, all'inizio e alla fine del film, per consolare chi ha subito un grave lutto. A pronunciarla e ad ascoltarla sono persone di razze, nazioni, religioni, culture diverse; l'effetto è lo stesso, ma non è la pace.
Prodotto da Michael Mann e scritto da Matthew Michael Carnahan, The Kingdom evoca il confitto di civiltà come dato di fatto: non l'esalta, non lo condanna. Prende solo atto che lo spettatore del film sarà americano o comunque occidentale o occidentalizzato e tenga per i suoi. In effetti è improbabile che questo film sull'Arabia Saudita vi possa esser proiettato, per la sua polemica contro le locali autorità. Per quanto alleata degli Stati Uniti, l'Arabia è pur sempre un Paese che non ama Israele, che a suo modo è anch'esso un Regno - non più quello latino, ma ebraico - di Gerusalemme, principale agente degli Stati Uniti in un'area dove molte concezioni del Dio unico s'intrecciano a molti interessi del combustibile quasi unico: il petrolio. Carnahan s'è ispirato a un attentato del 1996, ma il film si svolge oggi. Vediamo così che in Arabia arrivano agenti dell'Fbi, irrispettosi delle procedure internazionali da seguire in un Paese alleato, non soggiogato. Il capo del gruppo (Jamie Foxx) agisce come se si trovasse nel cinquantunesimo Stato dell'Unione e la sua disinvoltura sarà premiata dal successo, ma sarà pagata cara da popolazione e agenti locali. E così i fautori della vendetta saranno origine di una controvendetta... In tale ambiguità sta la forza del film. Ognuno leggerà come vuole, facendoselo piacere.

 
Il Manifesto, 1 dicembre 2007
«The Kingdom», inferno senza retorica a Riyadh

Un film «alla» Michael Mann senza la genialità creativa del filmaker americano(che però produce), è un patinato, violento, politicamente bizzarro, oggetto di «genere» che fa da antidoto alla retorica ponderosa ma sfuggente di Nella valle di Elah o alla guerriglia urbana da splatter/spot pubblicitario di Black Hawk Dawn di Ridley Scott (ampiamente citato nel finale). Il reame del titolo, The Kingdom, è quello dell'Arabia Saudita e alla regia è l'attore Peter Berg (già dietro all'incompleto ma interessante Cose molto cattive e a Friday Night Lights). Anthony Lane (a cui non è piaciuto), sul New Yorker, lo ha definito Rambo diretto da Frank Capra. Forse per via del calibrato quasi equilibristico, dosaggio di pc distribuito nella struttura di base, articolata, in Usa, nella differenza tra eroici, impulsivi e competenti agenti Fbi (promossi dal film ad azioni generalmente di competenza dei Marines) e pavidi, cinici burocrati del governo e, in Arabia Saudita, tra poliziotti buoni ma con le mani un po' legate e fanatici terroristi con le mani prive di qualche dito a forza di fabbricare bombe, e che non esitano a fare dei loro nipotini i testimoni di un massacro di infedeli. Solo che Berg (e qui è complice la più spietata visione del mondo di Mann) mette nel film una furia che polverizza quell'aritmetica fin dall'inizio, per poi mandarla definitivamente a farsi benedire negli ultimi minuti, con un finale altrettanto implausibilmente simmetrico.
Insomma, partito per non offendere nessuno, alla fine offende un po' tutti. Il che di per sé fa di The Kingdom un film curioso, che sfugge suo malgrado (piuttosto che intenzionalmente, come fa De Palma) i codici, i paletti e le ipocrisie di quasi tutto quello che Hollywood e i suoi dintorni off, stanno facendo sul Medio Oriente.
L'attacco è una sorta di 11 settembre ambientato in un campo americano di Riyadh. Con una doppia mossa a sorpresa, un gruppo di terroristi sauditi irrompe nel tranquillo pomeriggio trasformando un tranquillo week end per famiglie a tragica carneficina. Il morto chiave della scena è un agente Fbi. Testimoni in diretta telefonica del misfatto, i suoi colleghi a Washington (Jamie Foxx, Jennifer Garner, Jason Bateman e l'ottimo Chris Cooper), dopo aver aggirato con efficacia i timori del pauroso ministro della giustizia (Danny Huston) si fanno portare sul campo. «L'America non è perfetta ma queste cose le facciamo bene», taglia corto Foxx con il capo delle polizia locale (l'attore arabo israeliano Ashfar Barhom, già visto in Paradise Now) assumendo il controllo delle indagini tra i crateri ancora fumanti. In breve, sauditi e americani «buoni» lavorano a quattro mani contro i fondamentalisti arabi e quelli di Washington.
E l'intervento di Jamie Foxx a Riyadh diventa una storia parallela e catartica di quella di George Bush a Baghdad. Sul New York Times, A.O. Scott ha definito The Kingdom, un «Syriana per i sempliciotti». E va assolutamente inteso come un complimento.

Giulia D'Agnolo Vallan

 
Il Messaggero, 30 novembre 2007
Yankee iperattivi,
un pugno nell'occhio

Con Nella Valle di Elah, arriva dagli Usa anche The Kingdom. Come dire: animo ragazzi, a Hollywood non siamo tutti disfattisti, in Medio Oriente è dura ma ce la faremo, tanto i più forti siamo sempre noi... Difficile concepire messaggi più pericolosi, visti i tempi, ma è quanto fa questo filmaccione. Che prima finge di ricostruire la tela di rapporti che unisce americani e sauditi, poi si trasforma in un forsennato sparatutto. Atto primo: terroristi sauditi camuffati da poliziotti (vatti a fidare degli arabi) irrompono in un residence abitato dai dipendenti americani di una società petrolifera e sterminano adulti e bambini. Raddoppiando la dose con una potentissima bomba che esplode al momento dei soccorsi. Atto secondo: vinti i soliti politici pusillanimi, un manipolo di super-agenti Fbi si catapulta sul posto per indagare. Non è facile: benché alleati, per i rigorosi sauditi quegli yankee iperattivi e parolacciari sono un pugno nell'occhio, nonché una minaccia visto il sostegno popolare di cui godrebbero (nel film: godono) i terroristi. Per farcela dovranno conquistare un principe saudita e allearsi a un intrepido ufficiale locale. Fino a pareggiare i conti punendo i colpevoli (giù un'altra strage). Ciliegina, la battuta-chiave che risuona su ambo i fronti: «Li uccideremo tutti». Complimenti vivissimi davvero.

(F. Fer.)

 
L'Unità, 30 novembre 2007
FBI corpo di polizia mondiale

Sulla ormai non più nuova paranoia nazionale americana – il nemico arabo – Hollywood negli ultimi anni ha espresso tutte le sfumature possibili. The kingdom, scritto da Matthew Michael Carnahan e diretto da Peter Berg (nomi che non vi diranno niente), si colloca in una posizione per lo meno ambigua. Dopo titoli di testa molto esplicativi, con un excursus sulla presenza Usa specie in Arabia Saudita (e i rapporti complessi con la gerarchia principesca), il film sembrava promettere un'analisi per lo meno problematica sul ruolo dei migliori alleati americani in Medio Oriente. Che appaiono allo stesso tempo foraggiatori della guerriglia e doppio-giochisti. Ma è un film d'azione, ci vuole solo un po' di spara-spara senza troppi pensieri. Così dopo il terribile attentato in un accampamento di civili americani a Riyadh entra in gioco l'FBI: l'agente speciale Fleury (Jamie Foxx) e la sua squadra (Chris Cooper, Jason Bateman, Jennifer Garner) ottengono 5 giorni in terra saudita per indagare. Visti con diffidenza dalla polizia e le gerarchie saudite ma aiutati da un colonnello arabo "buono", i quattro finiscono, naturalmente, per scaricare chili di piombo in mezzo a quella che la ragazza del gruppo definisce "la giungla".
L'indagine orchestrata da Carnahan non convince fino in fondo perché resta ambigua, non specifica se propende per la semplice diffidenza degli alti strati sauditi o la collusione con i terroristi. Tanto più il colonnello arabo, che passa da contro a pro indagine Usa nel giro di una notte. Così la parte interessante è la seconda, quando esplode l'azione pura, con autobomba, scontri a fuoco, rapimenti. Gli agenti FBI sono infrangibili e tornano a casa dopo avere bucherellato mezza capitale saudita. Come dire: l'agenzia Usa non ha limiti territoriali, non conosce ostacoli. E vorrebbe portare giustizia laddove gli americani stanno pagando lo scotto per la loro decennale ingerenza, per aver giocato con gli equilibri politici e militari, per aver scoperchiato il vaso di Pandora. Si tratta di una cultura dell'ostilità all'"invasore straniero", allo "sfruttatore delle ricchezze nazionali" che adesso esplode come bombe in faccia a civili e militari Usa mentre nei board delle grandi compagnie petrolifere i potentati fanno conti e cercano nuovi modi di ricollocarsi. The Kingdom quindi è un film d'azione che non avremmo preteso eticamente corretto ma meno sciovinista. Si può costruire una storia con tante implicazioni politiche e fare finta di niente? Tanto valeva ambientarlo altrove.

Pasquale Colizzi

 
La Repubblica, 30 novembre 2007
The Kingdom, terrore
con la camera a spalla

Dopo un micidiale attentato che ha fatto strage di una comunità di residenti occidentali a Ryhad, un gruppo di agenti dell'Fbi conduce l'inchiesta in Arabia Saudita, dovendo affrontare un ambiente tra i più ostili dell'odierno scenario mondiale. Non ultima difficoltà, quella d'instaurare una collaborazione con la polizia locale. Prodotto dall'ottimo Michael Mann, The Kingdom osa penetrare nelle regioni del terrorismo islamico (ma la maggior parte del film è stata girata in Arizona), per realizzare un "action movie" che sposa lo stile concitato e ipercinetico delle più recenti serie poliziesche tv con le convenzioni formali del film politicamente impegnato, alla "Syriana". Qui, a onor del vero, l'intenzione si limita a un intrattenimento spettacolare; però la macchina da presa "a spalla" e il tipo d'inquadratura mirano a suggerire un realismo di stampo documentaristico. La qualità della regia, in ogni caso, supera abbondantemente il prodotto di confezione. Peter Berg, soprattutto, è bravissimo a giocare di contrappunto tra il "campo" (quel che si vede) e il "fuoricampo (quel che non si vede ancora), rendendo palpabile il senso del pericolo incombente su Jamie Foxx e i suoi.

© Sipario 2009