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Sotto l'albero del sicomoro
di Sam Spewack
Corriere Lombardo, 17 dicembre 1952

Sarebbe erudizione sprecata citare Aristofane e chiamare in causa “Gli uccelli” oppure “La rane” soltanto perché nella spiritosa paraboletta di Sam Spewack – autore americano di origine russa al suo primo successo internazionale ma più volte recidivo in reato di copioni scacciapensieri – spiritosamente rappresentata dalla compagnia Calindri e soci ieri sera all’Odeon, si racconta una storia di formiche. Semmai, potrebbe essere più che sufficiente ricordare un non ignobile copione del primo dopoguerra, sovraccarico di simbolistiche pretese, dovuto alla penna del cecoslovacco Ciapek e intitolato La vita degli insetti.
Anche a non essere entomologi – mi pare che si dica così, e se no, pazienza – tutti abbiamo sentito raccontare che la società delle formiche è una meraviglia di disciplina, di razionalità, di ordine gerarchico, di positivismo economico dalla quale il consorzio umano avrebbe tutto da imparare. Quello di insultare i cristiani in nome delle api e delle formiche è un vecchio sport largamente praticato dai filosofi e dai moralisti. Una volta tanto, dobbiamo essere grati al signor Spewack il quale, introducendoci nei misteri dell’esistenza di questi bitorzoluti animaletti abitanti Sotto l’albero del sicomoro, per due atti capovolge la vecchia situazione mostrandoci dei formiconi, stavo per dire dei personaggi, frenetici di scimmiottare gli umani; e riserbandoci il rossore e le brutte figure soltanto per l’ultimo atto, il che è già un progresso. Ma procediamo con ordine come è il caso di dire trattandosi delle ordinatissime formiche.
Non so se per uno di quei favori a doppio taglio che la provvidenza riserba solitamente ai popoli cosiddetti eletti che le stanno particolarmente a cuore, caricandoli di guai; oppure per un diabolico scherzo del demonio, ammesso che la religione delle formiche contempli un’istituzione del genere, fatto si è che un bel giorno, nella colonia delle formiche rosse, assolutisticamente governate da una gagliarda e feconda regina, capace di scodellare fin 330 uova in un… parto solo, nasce un individualista. Ma sì. un formiconcello morto di fame, magro come Ernesto Calindri e scarso di muscoli come una formica operaia malnutrita, addetta ai più bassi servizi della colonia, comincia a dedicarsi al pericoloso gioco dei perché. E perché questo, perché quest’altro; perché così invece di cosà… E’ la solita storia dello spirito di ricerca che fa capolino e della scienza che si prepara ad “elevare” l’umanità, l’umanità delle formiche, bensintende.
Dal giorno che, attraverso la scoperta della radio, l’intraprendente insetto è riuscito a  sorprendere i segreti della vita e della convivenza, della civiltà insomma degli uomini, è il caso di dire che, avendo acquistato il cervello, ha perduto la testa. Per prima cosa, come è destino di tanti intellettuali, egli fa subito lega col potere costituito, anzi con la tirannide. Nel suo caso, si mette al servizio della regina, la quale, volgendo la scienza a proprio vantaggio, gli consente di introdurre nel tranquillo regno delle formiche tutte le novità che lui vuole, a cominciare da quella comodissima di adottare, per esempio, il D.D.T., che le consente di sterminare in battaglia una colonia nemica, quella delle formiche brune, senza colpo ferire. Alla conquista delle armi, segrete e no, fa seguito naturalmente un mucchio di altre delizie, complicazioni e malizie come il controllo sulle nascite che esclude tutte le uova le quali, contenendo il germe di una nuova regina, potrebbero costituire un attentato al felice regno della sovrana in soglio. Fra le proteste dei conservatori e lo sdegno dei militari tradizionalisti, fedeli ai vecchi metodi di sterminio con mucchi di cadaveri da ambo le parti e imbandigione dei prigionieri divorati vivi sul campo, vengono introdotti: l’alfabeto, la navigazione, la luce elettrica, le macchine, i vaccini, le relazioni diplomatiche tra formicaio e formicaio e così via.
Il più difficile consiste nella conquista del sentimento: l’amore, la gioia e il dolore; l’altruismo, il matrimonio, la monogamia, lo spirito di solidarietà, la fedeltà coniugale, il piacere dell’adulterio, la democrazia; e di conseguenza: la libertà individuale, la proprietà privata, l’assistenza sociale, l’istruzione obbligatoria, la difesa della prole eccetera, eccetera. Il bravo scienziato, divenuto nel frattempo principe consorte, riesce anche a questo. Ora le formiche posseggono tutto quanto è retaggio degli uomini. Ma non  avendo mai perduto il loro originario buonsenso esse vanno anche molto più in là. Scoprono il modo – mica molto chiaro nel copione, a vero dire; e limitato a una asserzione che chiede di essere creduta sulla parola – di non fare più guerre, di essere felici e di vivere tranquille. Per loro, ora si tratta di restituire il favore e regalare agli umani il frutto di queste conquiste. Ma evidentemente, con noi non c’è niente da fare. Un viaggio dello scienziato alla Casa Bianca per dare dei consigli al Presidente degli Stati Uniti fallisce miseramente. Il povero formicone deluso ritorna dalla sua regina. Ormai sono vecchi ed è venuta l’ora di ritirarsi dalla vita pubblica e lasciare il regno a una loro figliola sposandola a un bravo giovane, pardon a un bravo formicone studente di ingegneria e amante dello sport.
La singolare commedia ha per così dire i vantaggi de suoi difetti. Riesce divertente perché si mantiene superficiale accontentandosi di raccontare una serie prevista di variazioni o, se volete, di gags più o meno sempre sulla medesima trovata, accortamente ma anche monotonamente ripetuta, l’applicazione cioè di una scoperta umana alla vita del formicaio.  Anziché impegnarsi in una ironia che avrebbe potuto risultare penetrante, provocante e aggressiva satira se non della società, almeno dei costumi umani, si accontenta di una generica garbata e simpatica presa in giro limitata alla divertita ed estrosa spiritosità di un dialogo aforisticamente brillante e amabilmente pizzicante, ma, a gioco lungo, sostanzialmente gratuito.

Del sagace amalgama delle scene  fantasiose e degli araldici e coloratissimi costumi disegnati da Onorato, con la regia intelligente, calcolata e caricaturale di Ernesto Calindri, e con l’elegante impegno di tutti gli attori, è uscito uno spettacolo mobile ed estroso permeato dall’arguzia festosa e dalla leggerezza maliziosa che il copione richiedeva. L’umorismo svagato e riflessivo e insinuante del Calindri attore ogni anno più consapevole e minuzioso; la recitazione semplice e sicura di Isa Pola; l’originale e squillante sapore grottesco di Giulio Stival; l’amena svagatezza del Volpi e della Valeri; la caricaturale lepidezza del Pertile e del Pandolfini, la diligenza del Valli e della Sorlisi hanno ottenuto per la commedia un successo con qualche riserva ma che avrebbe meritato di essere incondizionato specie se si considerano gli entusiasmi che perseguitano l’avanspettacolo di piazza Castello.
   
© Sipario 2009