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Ratatouille
Ratatouilledi Brad Bird Art director Robert Kondo. Supervisione tecnica Michael Fog
Animazione
Usa, 2007
 
Il Manifesto, 17 ottobre 2007
Arriva «Ratatouille», l'anti-Mickey Mouse
Il film d'animazione digitale da oggi nelle sale italiane.

Storia di un topo che sogna di diventare un grande chef francese. Sfida pericolosa al simbolo Disney

Lo slittamento della realtà nel meraviglioso digitale può dare un effetto più forte del «vero». Ma se il movimento si inverte e il cartoon imita la vita, il wonderland scompare. Il mondo parallelo è una dimensione dell'esistente invisibile, è un fatto politico, prefigura metamorfosi, trasformazioni, e se scompare, il film d'animazione diventa un esercizio di stile. La grande fortuna del cinema d'animazione degli ultimi anni, che ha trascinato il pubblico adulto a specchiarsi in Shrek, sta proprio qui.
Il paradosso è che l'arte dell'impossibile che affascinò Eisenstein, rapito dalle linee in fuga di Walt Disney, segnò la nascita del cartoon come esperimento visivo, rivolto a grandi e piccoli. L'animazione riprendeva il lavoro delle avanguardie e apriva a nuove forme in movimento. Era il «cinema». Ora, invece, le grandi produzioni puntano alle sit-com più o meno satiriche come I Simpson, che hanno sbancato il botteghino con i loro pupazzi gialli che fanno il verso alla famiglia tipo americana.
Da sempre fa eccezione la Pixar/Disney, che ha sfornato capolavori digitali a cominciare da Toy Story. Un' eccezione chiamata John Lasseter, ora responsabile creativo della Disney che ha inglobato la Pixar. C'è il rischio però che la politica produttiva della major sia tentata dai mega-successi degli avversari come la Dreamworks e perda la sua forza innovatrice. Gli Incredibili era già pervaso di realismo, commedia urbana, «modernizzata» con i tic adolescianziali, le mode, i miti dei suburbs, storia di una famiglia di supereroi costretta a indossare abiti «civili».
Premiato con l'Oscar, gli Incredibili era diretto da Brad Bird, regista amato di Il gigante di ferro, molto disneyano. E infatti Bird ha lavorato negli Studios di Burbank, allevato da Milt Kahl, uno dei «nine old men», i magnifici nove di Walt. Ed è Bird che firma l'ultima opera Pixar/Disney, Ratatouille, da oggi sugli schermi italiani.
Un topo di nome Remy è l'antagonista ideale del simbolo Disney. Tanto Mickey Mouse era «fuori da sé», dalla sua natura di roditore, tanto Remy è decisamente un ratto. Topolino trasfigurava l'americano della Depressione, il povero e il ribelle, l'intraprendente piccolo anarchico, capace di far fronte alle ingiustizie e a mettere all'opera creatività e ingegno, proprio come Charlot, il suo modello. Remy, invece, è un animaletto dalle ambizioni umane, vuole diventare lo chef di un grande ristorante francese e il suo idolo è Auguste Gusteau, rotondo fantasma che aleggia nei sogni del topo, nato per mangiare immondizia e non per cucinare ratatouille.
Remy sa trasformare Parigi nel regno delle opportunità e contro il monito severo del padre sfida la natura e il disgusto delle sue zampette rosa e dei suoi «30.000 peli fondamentali» disegnati al computer. Si dà ai flambé e ai sauté stringendo un sodalizio con lo sguattero di origine italiana Linguini, che manovra da sotto il cappuccio da cuoco tirandogli i ciuffi di capelli rossi.
Il film è pieno di gag, di invenzioni, e la ville lumière ha il sapore della Belle Epoque dal color pastello. C'è il potente critico gastronomico Anton Ego disegnato come Dracula e infatti il suo ufficio è a forma di bara. C'è il capo-cuoco Skinner, ometto perfido (un po' troppo maghrebino nell'aspetto). E mille tocchi raffinati come la nouvelle cuisine... E poi ci sono migliaia di ratti arrampicati sui fornelli, nelle pentole, tra i piatti che assomigliano a quelli di Lilli e il Vagabondo, topi di fogna dagli occhi rossi. Addio Mickey Mouse.
Un azzardo. «Una specie di commedia fisica sullo stile di Buster Keaton e Max Sennett» dice il regista, o una favola diventata commedia dell'assurdo in corso d'opera? Infatti, il film è passato dalle mani di Jan Pinkawa, autore del soggetto originale, a quelle di Brad Bird. La maionese, evidentemente, era impazzita e Lasseter ha sostituito Pinkawa, importante animatore Pixar, vincitore dell'Oscar con il corto Geri's Game (1997).
Vittoria del topo che conquista la Francia e rivincita del trash-food sulla raffinata città del gusto. L'americano con l'hamburger è capace di creare «il cibo più bello del mondo», se solo lo vuole. Eppure alla famosa zuppa di Remy manca un ingrediente, la fuga dal mondo così com'è.

Mariuccia Ciotta

 
La Stampa, 19 ottobre 2007
Grandioso Ratatouille
anche i topi sognano

Vivace e tecnologicamente perfetta la storia del topolino Remy che contro ogni logica vuole diventare chef

Nessuna forza umana riuscirà a far amare un topo (o più topi) in cucina, ma Ratatouille (è una pietanza spesso ottima di varie verdure stufate) è un film d'animazione della Disney-Pixar fatto benissimo, anche grandioso, e con varianti inedite. Il topo Remy non è antropomorfo, non vuol somigliare a un uomo come Topolino o Topo Gigio, ma è un vero topo: peloso, con zampette, orecchie e una lunga coda rosa, muto rispetto al linguaggio umano ma in posizione eretta, con un odorato e un gusto più fini rispetto a ogni uomo. I suoi simili, famiglia e tribù, topi invasori della cucina sia per rubarne il cibo (con spiccata preferenza per il formaggio, naturalmente) e per cucinare, sono meno intelligenti e dotati però uguali. L'uomo con cui il topo chef si allea per far valere il proprio talento è uno sguattero, Linguini, quasi schiacciato dalla celebrità che i due insieme conquistano. I luoghi dell'avventura sono Parigi, splendente di luci dorate, e la grande cucina del miglior ristorante, governata da una gerarchia implacabile e dalla memoria dello chef-Maestro Auguste Gusteau.

Morale? C'è: il motto del maestro, «chiunque può cucinare»; e la certezza così americana che lavorando senza mai perdersi d'animo si può arrivare ovunque, anche quando si parte con un handicap. Dipende dai singoli spettatori la capacità di superare il disgusto del topo in cucina; il film è vivace, dinamico, tecnologicamente perfetto, e l'animazione è ottima (bisogna vedere l'efficiente velocità con cui il topo taglia a dischetti carote o zucchine). Il tipo di soggetto non predispone forse Ratatouille ad essere la prima puntata di una saga: una volta che il topo chef abbia raggiunto la fama, il suo sogno è compiuto. Nell'edizione originale, la voce del temibile critico gastronomico sedotto dalle pietanze del topo, Anton Ego, è quella di Peter O'Toole.

Lietta Tornabuoni

© Sipario 2009