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Racconto di Natale
Racconto di Nataledi Arnaud Desplechin
con Catherine Deneuve, Mathieu Amalric, Jean-Paul Roussilion, Chiara Mastroianni (Francia, 2008)
 
Il Manifesto, 5 dicembre 2008

Interno di famiglia, tra dolcezza e fiele

Arnaud Desplechin è un narratore radicale che sovraccarica le sue configurazioni spaziali e temporali di segni espliciti, legami segreti e angoscianti vuoti. Attraverso questa tecnica idraulica di pittura vivente richiama dentro lo schermo voci e immagini dal fuori campo (dalla memoria dei personaggi al semiconscio della ricezione) per svuotare,riempire o contestare le sue forme. È come se il suo cinema ci mettesse davanti al naso le cose della vita che spesso fuggiamo, invitandoci, per una volta, in sala buia, a un gesto di coraggio e responsabilità, invece che d'evasione.
Questa volta è, oltretutto, sostenuto da una ritmica speciale, cioè dalle musiche inebrianti e inquietanti di Grégoire Hetzel (in omaggio a Charlie Mingus), che spesso invade come un virus, copre del tutto ma raddoppia l'effetto armonico e pulsionale di un tessuto visuale spesso e complesso. Insomma chi non ama questo film ha qualcosa da nascondere di brutto, ha paura del lupo cattivo che ulula nel sottoscala... È come se Desplechin strumentalizzasse la tecnica della confessione cattolica - del luogo buio dove la coscienza si agita nel liquido amniotico della biopolitica senza rete, in cerca di requie - per rafforzare quegli ammonimenti morali tipici dei pastori protestanti, celati dietro l'evasione hollywoodiana. Fabbricando una differente classicità.
Migliorando via via e giunto ormai al 7° film senza mostrare complessi di sorta, anzi ambizioni da Chéreau o Bergman, Desplechin guida con maestria un cast di superstelle transalpine fino dentro a casa sua (anche Hippolyte Girardot, Emmanuelle Devos, Chiara Mastroianni...). Trascinandole tutte, al massimo della forma, sul lastricato, scomodo e polveroso, coraggioso e perfino mortale, di un dramma familiare laico non privo di salite e «muri di Grammont». Come in un'avventurosa e folta fuga da Parigi a Roubaix, abbiamo «un gruppo solo al comando». Era ora nell'era degli odiosi solisti. Una corsa da fermi, però, perché il film ha unità di tempo (Natale), di luogo (agiata magione) e coglie l'attimo magico nel quale esplode, in una famiglia, pilastro per antonomasia di una società marcia, tutta la sua angoscia esiziale e la psicosi autodistruttiva.
Film intimo e feroce fino all'autobiografia (il penultimo Desplechin, L'aimé, è un documentario su casa e genitori), corale e dickensianamente scorretto, Un conte de Noël è ambientato a Roubaix, la nordica città di Desplechin, dei cui abitanti Adriano Dezan raccontò in diretta tv, l' eroica «folle» combattività, sincerità e determinazione. Non si può barare correndo in bici su quei lastricati a pavé, ci si rompe la testa come capitava a Jean Robic, proprio come non si può barare davanti a una malattia genetica, fatale, rarissima. Che colpisce, per due volte, la ramificata famiglia borghese di Abel Vuillard, il patriarca (Jean-Paul Roussillon), e Junon, la giunonica moglie e papessa (Catherine Deneuve), che chiama attorno ad albero, presepe e messa, figli, figliastri e nipotini, quasi tutti altrettanto originali, eccentrici e pazzoidi. Come il figlioccio di Junon, Simon, un pittore innamorato di Renoir quanto di Sylvie, la moglie del cugino Ivan, ma che a lei non lo ha mai detto, rovinando così ben due vite. Tanti anni prima il secondogenito Joseph era morto a 7 anni perché nessuno in famiglia aveva il midollo osseo compatibile al «trapianto della speranza». Nemmeno Henri (Matthieu Amalric), concepito di malumore proprio e solo per quella biologica e chirurgica urgenza. E per sempre odiato, emarginato e bandito (approfittando di una bancarotta forse fraudolenta) dalla spocchiosa sorella Elizabeth, eternamente triste e dall'incurabile dolore, che mai lo ha perdonato per la sua esplicita, «banalissima inutilità» anche se è nel frattempo diventata drammaturga di fama. Ivan, il terzo fratello, bello, affascinante, fortunato e normale, addirittura deejay, ha messo al mondo con Silvie due bei figli biondi e ariani, ma un po' «dannati»... E ora che proprio Junon dovrà combattere la leucemia con il trapianto di midollo osseo e solo Henri e il nipotino Paul (figlio della spietata Elizabeth) possono aiutarla (il piccolo rischiando la vita) che succederà nella tre giorni di casa Vuillard?

Roberto Silvestri

 
Il Messaggero, 5 dicembre 2008

Famiglie, vi adoro: il veleno
sotto l'albero di Arnaud Desplechin

Una famiglia nella tempesta. Un autore bislacco e malnoto da noi, Arnaud Desplechin, che parte da uno studio psicanalitico sui trapianti di midollo tra consanguinei per farne una commedia piena di personaggi svitati e adorabili. Il prologo, tragico, è affidato alle ombre cinesi: nascita e morte prematura del primogenito per leucemia. Il resto gira intorno al risorgere del morbo nella Deneuve, matriarca di un clan espanso ma minato da caos congenito e lotte intestine. Per arrivare al fatidico trapianto bisognerà superare molte ruggini, complicate da incidenti spesso esilaranti e dalla bizzosa distribuzione di talenti in famiglia (per la scrittura, per le arti, per i guai, per la follia). Non mancano echi autobiografici visto che siamo a Roubaix, vicino Lilla, la città di Desplechin, che ha una sorella scrittrice proprio come il protagonista, il "briccone divino" Mathieu Amalric. Ma ogni pesantezza è bandita dall'elettricità di un film che scioglie il dramma in gioco e sfida. I personaggi si chiamano Faunia, Abele, Giunone, Dedalus; la nonna defunta era mezza lesbica per cui al cenone di Natale si invita la sua ex-amica; e fra adulteri e rese dei conti, anche in tribunale, Natale genera un tale tsunami di sentimenti che le dichiarazioni d'amore sembrano dichiarazioni di guerra, e l'unica a ritrovarsi in questo caos di affetti e rancori sembra essere l'ospite di una sera, l'ebrea Emmanuelle Devos, spaesata e divertita da quei cristiani così poco ortodossi. Strambo, iper-colto, a dir poco spiazzante. Eppure è raro, oggi, trovare al cinema un senso così tumultuoso della vita e dei suoi doppifondi.

Fabio Ferzetti

 
Il Mattino, 6 dicembre 2008

Melodramma natalizio con la Deneuve

All'ultimo festival di Cannes fu accolto in ginocchio: per noi «Racconto di Natale» di Arnaud Desplechin esibisce, invece, le classiche stimmate del cinema d'autore d'oltralpe. Un ritratto di famiglia durissimo e sconsolante, ma privo dell'avvolgente sensualità di uno Chabrol; un melodramma d'alta ingegneria narrativa, ma depurato di ogni romanticismo in favore di una dolciastra cupezza; recitazioni all'altezza, ma troppo compiaciute del tono algido e cerebrale voluto dall'intellettualissimo regista. Si parla di una famiglia bene di Roubaix funestata dalla malattia degenerativa toccata in sorte al piccolo Joseph, del nuovo figlio concepito dai genitori per salvare il primo con un trapianto di midollo osseo e del sordo ostracismo subito per tutta la vita da quest'ultimo perché il suo dna risultò incompatibile e non riuscì ad evitare la morte del fratellino... Dunque un groviglio familiare accresciuto da una serie infinita di eventi collaterali, sciorinati da Desplechin con grande attenzione al profilo dei vari personaggi tra cui spiccano il «brutto anatroccolo» di Mathieu Amalric e la matriarca di una sempre più odiosa Catherine Deneuve: si dice che questa partitura frammentaria, sgradevole e stridente (con l'acme del consesso natalizio del titolo risolto in una serie di assoli vagamente bunueliani) costituisca il top dello chic cinéfilo. S'accomodi chi gradisce.

Alberto Castellano

 
Corriere della Sera, 5 dicembre 2008

Incubi e confessioni Bravissima Deneuve

E' vero che le famiglie infelici lo sono sempre per ragioni diverse: in casa Vuillard c'è l'incubo della malattia (mamma Deneuve è terminale) mentre il piccolo Joseph ha segnato con la sua prematura morte il conscio e l'inconscio del gruppo. Arnaud Desplechin gioca con la materia tipica del melò senza abbandonarsi al pianto, conservando qualche vezzo cinefilo e il ciglio asciutto che lo porta ad una cinica osservazione delle cose della vita, anche agiata. Il regista, col suo attore feticcio Matieu Amalric, tiene narrativamente in pugno amici e parenti nell'identikit di una famiglia allargata bisognosa urgente di una trasfusione compatibile. Ci sono scazzottate e confessioni, silenzi e nostalgie, ma con la padronanza fredda di chi ha già fatto i conti di un prisma psicologico variabile, inedito, in cui gli attori sono tutti in sintonia, bravi, meno la Deneuve che è bravissima.

VOTO: 7,5
Maurizio Porro

 
Il Tempo, 8 dicembre 2008

Un film romanzo. Firmato da un regista, Arnaud Desplechin che, anche se poco noto da noi («I re e la regina»), si è aperto dagli anni Novanta degli spazi molto lusinghieri nel cinema francese. La provincia, una famiglia, la malattia, il Natale. Temi classici attorno ai quali Desplechin ha lavorato di fino, in equilibrio attentissimo fra amore e dolore, amarezza e ironia, suddividendo volutamente il suo testo in capitoli, un occhio, appunto, alla letteratura, ma facendo comunque sempre cinema.
Si comincia in anni lontani, con un bambino che muore in tenera età per una malattia del sangue. Poi eccoci all'oggi, e proprio alla vigilia di Natale. Un padre e una madre ormai anziani. Attorno dei figli già adulti con rapporti difficili fra loro, a tal segno che una sorella, dopo aver soccorso il fratello in una disavventura finanziaria, gli intima di scomparire. Del resto è un po' la pecora nera della famiglia tanto che la madre gli dice in faccia di non averlo mai amato e lui la ricambia dello stesso disamore. Accade però che proprio questa madre venga colpita dalla stessa malattia che le aveva ucciso a suo tempo il figlio. Ora la si può curare con un trapianto di midollo e si dà il caso che l'unico in famiglia compatibile per la donazione sia il figlio male amato. Che non si tirerà indietro.
Senza mai, comunque, un solo sospetto di retorica o, peggio, di sentimentalismi. Tra un via vai di personaggi ciascuno con i propri problemi e sempre in difficile rapporto con gli altri, fra scontri, rivelazioni, sorprese, dosati con accenti asciutti se non addirittura riservati e con modi di rappresentazione che, pur privilegiando la coralità, riescono sempre a farvi emergere in primo piano, senza mai squilibri, questo o quel caso, questo o quel carattere. Con un disegno preciso, anche se in apparenza solo sfumato, delle varie psicologie, evocate a tutto tondo grazie anche a uno stuolo di interpreti che ci propongono quanto di meglio sappia offrirci oggi il cinema francese in fatto di recitazione. La madre è, con raccolta misura, addirittura Catherine Deneuve, il padre è l'anziano ma coloritissimo Jean-Paul Roussillon, il figlio non amato, alla fine vincitore, è Mathieu Amalrio in una delle sue caratterizzazioni più intense. E così tutti gli altri. Quasi in gara fra loro.

Gian Luigi Rondi

© Sipario 2009