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Messa da Requiem

Messa da Requiemdi Giuseppe Verdi
direttore: Wayne Marshall
soprano: Chiara Taigi
mezzosoprano: Maria Josè Montiel
tenore: Francisco Casanova
basso: Giorgio Surian
Orchestra Sinfonica e Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi
Milano, Auditorium, dal 19 al 22 febbraio 2009

   
 
Corriere della Sera, 24 febbraio 2009

IL «REQUIEM» DI VERDI COME LA PRIMA VOLTA
Un ritmo mozzafiato per il «Dies irae», con i contrattempi della cassa che suonano quasi jazz

Caro e grande Romano Gandolfi! La sua prematura perdita fu una sventura per il mondo musicale; nella cerchia di chi oltre ad ammirarlo gli voleva bene ci si trovò tutti un po' più soli; e vien fatto di commentare che uno dei più terribili casi della vita arriva quando tu conosci molti più morti che vivi. L' ultima e più notevole impresa di Gandolfi, e verrebbe di chiamarla sfida, fu quella di accettare, per il sol piacere di riuscire, di fondare un coro composto da dilettanti per affiancare l' Orchestra Sinfonica di Milano «Giuseppe Verdi» nell' esecuzione di partiture sinfonico-corali che si avvalgono sempre di prestazioni professionistiche. Vinse la sfida. Ricordo come gli brillavano gli occhi, e lui cercava di nascondere il brillìo per la sua profonda timidezza, dopo una memorabile esecuzione da lui diretta del Gloria di Poulenc, che del repertorio sinfonico-corale è una delle gemme ma anche una vetta quanto a difficoltà. Voleva preparare il Salmo di Florent Schmitt ma «dis aliter visum». A ricordarlo, nei tre giorni finali della scorsa settimana, un concerto all' auditorium di corso San Gottardo con l' esecuzione di una delle opere che aveva più care e che in lui era associata alla figura di Herbert von Karajan, per il quale provava una devozione sconfinata, la Messa di Requiem di Verdi. In qualsiasi occasione vi saremmo stati presenti; ma questo concerto si è rivelato un avvenimento musicale importantissimo, onde si distacca dalla sua causa prima per acquisire un' autonomia assoluta. Il concertatore e direttore è una delle personalità più rilevanti del mondo musicale attuale, Wayne Marshall, che esercita la sua autorità con una sorta di sprezzatura, senza parere, dirigendo in un modo all' apparenza rilassato. Il coro è preparato dalla bravissima Erina Gambarini, dapprima allieva e poi succeditrice di Romano Gandolfi. Il Requiem di Verdi è da sempre una crux ermeneutica per storici della musica e musicologi. Una vecchia dottrina, che in verità dottrina si stenta a definire e tuttavia è ancora dura a morire, arguisce dall' esistenza medesima della Messa e dalla riuscita di alcune sue pagine una religiosità cristiana che in Verdi non è, senza che egli facesse propaganda o professione di ateismo per via della sua orgogliosa riserbatezza. Non bisogna mai dimenticare che il criterio di valutazione d' un' opera d' arte è strettamente intrinseco, ossia la sua maggiore o minore riuscita artistica; e lo stesso è lo scopo che il creatore si prefigge. All' ermeneuta il compito di misurare non il minor o maggior grado di «sincerità» di un autore rispetto al suo testo, ma il minor o maggior grado di riuscita artistica che questi consegue. Se giudicassimo I promessi sposi alla stregua della religiosità di Alessandro Manzoni, dubbia e tormentata e autoimposta quanto panegerizzata in un modo vistoso da una personalità altamente nevrotica, dovremmo parlare d' un' opera fallita invece che di uno dei più grandi romanzi di tutti i tempi. L' essere Schubert e Berlioz fra i supremi autori di musica sacra non li rende meno atei. Il Requiem di Verdi, il che non avverrà della sua musica sacra successiva, di ben altro livello, è opera eteroclita nello stile e nella riuscita; e quanto alla «sincerità» non si valuta abbastanza il suo essere per lunghi tratti una traduzione meramente materialistica delle immagini del testo. Or la più autorevole tradizione interpretativa della Messa, rappresentata dai maestri Serafin, Karajan e Muti, conscia com' è della sua eteroclità, adopera tutti gli strumenti dell' arte per renderla omogenea nello stile, unitaria nella struttura, per lisciarne le asperità e occultarne alcune ingenuità tecniche rilevabili passim. Per questo non cesseremo di ringraziarli. Wayne Marshall imbocca coraggiosamente e originalmente una strada opposta ed estremistica: se realizza i silenzi e i pianissimo bene come suoi illustri colleghi, non attenua nulla della brutalità e del materialismo di altre pagine. Il Dies irae è realizzato a un tempo mozzafiato con i contrattempi della cassa che suonano quasi jazzistici, nel Sanctus e nel Libera me i raddoppi dei tromboni non sono nascosti, egli adopera il bassotuba invece del «trombone Verdi»... Ed è come se si ascoltasse il Requiem per la prima volta. L' ottimo quartetto di solisti è composto da Chiara Taigi, Maria José Montiel, Francisco Casanova e Giorgio Surian. Visto che è stato capace di farci ascoltare un Requiem di Verdi così fedele, chiediamo a Wayne Marshall di andare all' opposto e per il nostro piacere scrivere un Wayne Marshall' s Verdi' s Requiem pieno di sassofoni, di clarinetti in Mi bemolle, di claroni, di percussione sincopata...

Paolo Isotta

     
 
© Sipario 2009