Tragedia di Re Cristoforo (La)
di Aimé Cesaire
Corriere Lombardo, 28 settembre 1964
Neri da tutte le parti del mondo, ieri sera alla Fenice: Haiti, Gambia, Martinica, Guadalupe, Guaiana, Costa d’Avorio, Guinea, Uruguay, Senegal. I “negri” di Jean Gênet erano una tragedia di neri, scritta da un bianco per spettatori biondi, La tragedia di re Cristoforo di Aimé Cesaire è un dramma eroicomico di neri, scritta da un nero per spettatori neri. Ed è curioso questo: ad onta della decadente mistificazione letteraria e del torbido soggettivismo privato, alla resa dei conti l’inquietante mistero ancestrale della negritudine risultava più fondo e conturbante nel discorso dello scrittore maledetto e criminale schedato francese, che non nella dispersa eloquenza del poeta ufficiale e uomo politico illustre martinicano. Insomma, è stato altrettanto facile al primo di imbarbarirsi, quanto al secondo di civilizzarsi. Come si sente che costui conosce il vaudeville ed ha frequentato la Comédie Française! Chiedo scusa, viene in mente la rettorica di Claudel versata nella Madame Sans Gêne di Sardou.
Il suo si potrebbe chiamare il dramma di uno staliniano deluso, ma deluso fino a un certo punto. E infatti, dopo aver compiuto gli studi superiori a Parigi, tornò nel suo paese, la Martinica, dove fece il deputato comunista. Staccatosi dal partito, rimase deputato della sua terra all’Assemblea Nazionale Francese. È sociologo e scrittore. Nella prima veste, tutto il suo impegno consiste nella formazione di una cultura nera, tesa alla difficile conciliazione dell’umanesimo africano tradizionale con le correnti più avanzate del pensiero moderno occidentale; nella seconda – piuttosto abbondante – è reputato soprattutto come poeta dei modi surreali nutriti di folclore nero. Prendendo a pretesto avvenimenti storici di Haiti al principio dell’Ottocento, il tempo della rivolta del paese contro la schiavitù e della fondazione del primo stato indipendente nero; mettendo al centro del suo dramma, lungo, verboso e dispersivo per quanto nobile e non privo di begli squarci lirici, la figura tragicomica, finita malamente, di Enrico Cristophe, ex cuoco, generale nazionalista proclamatosi sovrano assoluto e tiranno a fin di bene, già argomento di una cospicua letteratura popolare e di una pittoresca aneddotica, carica di ridicolo, l’autore intende dibattere il grave, e Dio sa quanto scottante, problema della cosiddetta decolonizzazione, parola orribile di una delle più pungenti spine nel fianco della storia odierna.
“I paesi coloniali conquistano l’indipendenza: ecco l’epopea. L’indipendenza conquistata: ecco l’inizio della tragedia”. Ed è, in fondo, la tragedia alla quale stiamo oggi assistendo a far percorrere, in un balzo, secoli di storia a infelici popoli giunti ad ottenere la libertà, applicando loro i più evoluti schemi politici, sociali e giuridici della civiltà occidentale. La democrazia, la dialettica parlamentare: ma come è possibile senza passare attraverso la fase, forse fatalmente inevitabile, dell’assolutismo? Stalin, Mao, diciamo, e figurarsi poi, quando si tratti di paesi più arretrati ancora della Russia e della Cina al momento della rivoluzione. Fallisce la tirannide perché in contrasto con la libertà, fallisce la democrazia perché la libertà non è ancora coscienza morale del diritto individuale sentito come dovere collettivo.
Ed ecco che, ad Haiti il Paese si spacca in due, la spaccatura che storicamente, com’è noto, in seguito, darà luogo, nell’isola, a due stati diversi: la repubblica di Haiti e quella di San Domingo. Da una parte il cuoco Cristoforo che si proclama re, una grottesca caricatura napoleonica con la creazione di un’aristocrazia improvvisata e di una corte scalzacani, dominata da un re ridicolo ma anche tragica mescolanza di “borghese gentiluomo e Pietro il Grande che volge, poco a poco, in Prometeo”, secondo le intenzioni piuttosto ambiziose ma anche piuttosto opinabili, attribuitesi dall’autore. Come lo sono, mi pare, quelle altre di tre diverse significazioni del dramma, una umana, una politica e una metafisica, incarnate da Cristoforo. Lasciamo correre. Semplici enunciazioni di una problematica che, in realtà, non ha un vero e proprio sviluppo chiaro e persuasivo, a causa dell’ambiguo atteggiamento assunto dall’autore nei riguardi del suo eroe, condannato con la ragione ma approvato col sentimento. Dall’altra parte, in ombra, senza spicco e simpatia, sta il suo avversario, Petion, campione del parlamentarismo parolaio e inconcludente, ecco l’ex marxista che fa capolino!
Dopo un primo atto, il migliore della sua progressività drammatica, assistiamo agli sforzi immani di un’ “opera faraonica” ai quali il ben intenzionato tiranno sottopone i suoi sudditi. Guerra civile, delitti per ragione di stato, sconfitta, abbandono, solitudine, paralisi, purtroppo senza perdita della parola. Quanto discorre quel nero! E suicidio; non senza, avvicinandosi alla fine, qualcosa che era già accaduto all’imperatore Jones di O’Neill: e cioè la regressione verso una superstiziosità primitiva che riporta il protagonista alle sotterranee radici della sua stirpe, troppo violentemente recise.
La regia di Jean-Marie Serrault, noto e benemerito propugnatore della migliore avanguardia teatrale, è visivamente spettacolosa ed esteriore, piena di movimento e sgargiante come gli squillanti costumi, stridente contrasto fra una napoleonica pompa primo impero e una straccioneria miserabile e proletaria. I migliori risultati mi sono parsi quelli di tono parodistico, ai quali, il regista, ha contribuito anche come attore.
Della numerosa compagnia va onorato primo il senegalese Donta Seck, un po’, anzi parecchio Comédie Française ma eccellente protagonista di accademica perentorietà. Subito dopo, la haitiana Jacqueline Scott d’una toccante semplicità, Henry Melon e Dora Marie. Ma, sopra tutti, Mathilda Beauvoit, autrice delle musiche e delle coreografie tratte dal folclore haitiano, e che ha cantato e danzato con lo stesso mistico trasporto. Anche il frenetico Pierre Cherira ha battuto religiosamente il tamburo. Un vivo successo presente l’autore e assente il pubblico. |