Sconosciuta di Arras (La)
di Armand Salacrou
Le Rideau di Bruxelles
Corriere Lombardo, 28 maggio 1952
Traduco dalla circolare programma che il gruppo del teatro Le rideau di Bruxelles mi ha gentilmente inviato prima del suo arrivo a Milano, dove, da ieri sera, è ospite del Piccolo Teatro: “Il Rideau è nato da un desiderio di indipendenza…”. “Il teatro che pretende di rivolgersi alla élite non è un teatro d’élite…”. “Fare del teatro più puro possibile per il pubblico più largo possibile…”. “Se noi abbiamo perseguito un repertorio esigente e preoccupato della qualità è stato per estendere il nostro pubblico e non per restringerlo…”. “Checché se ne dica, occorre far credito all’istinto degli spettatori…”. “Rivelare le opere più significative del teatroattuale qualunque sia il loro paese, il loro stile e il rischio che esse comportano”. Prego notare la parola attuale e rischio. E per finire:… “La rivelazione dei giovani autori è la preoccupazione più assidua del nostro lavoro. E quando codesti autori sono belgi, la nostra gioia è ancora più grande. Essa ha qualche cosa di vivo e di rischioso, di incerto e di nuovo che ci esalta”.
Strano: finalmente un teatro d’arte che non ha il complesso dei classici, tutt’altro: non ne parla nemmeno; che persegue il repertorio moderno, che non denigra o almeno non respinge, anzi ricerca, stimola e arrischia le opere degli autori contemporanei di casa propria. Si capisce subito che non siamo in Italia. Se le parole non sono soltanto parole e se dietro alle parole sta una realtà, saremo magari i soliti ingenui, ma vorremmo che i pavidi rètori dei nostri teatri stabili e vagabondi riflettessero a lungo e profondamente sul chiaro e anticonformistico programma dei loro colleghi belgi, facendo un doveroso esame di coscienza, e traendone, se non altro, un invito al coraggio. E giacché ci siamo, giriamo in modo particolare il consiglio agli illustri e giubilati inquilini di via Rovello, svincolati maestri di esecuzioni ma accademici ordinatori di repertori, che hanno avuto il merito e la cortesia di ospitarli per queste tre sere.
Come commedia di debutto la compagnia ha scelto La sconosciuta di Arras (1935), di Armand Salacrou, della quale s’è estesamente parlato a proposito dell’interpretazione che, con la regia di Anton Giulio Bragaglia, ne dettero Diana Torrieri e Tino Carraro, quattro anni fa. Opera significativa e meritatamente celebre anche se segnata un po’ dalle tracce del tempo e dall’eccesso di una polemica prevalentemente formale; e dove l’apporto ancor vivo resta quello di Pirandello applicato per così dire all’esigenza proustiana di un tentativo di attingere l’essenza profonda delle cose e il misterioso ultimo termine della coscienza attraverso l’esasperato sentimento della memoria. Vogliamo dire che in un certo senso siamo anche qui “à la recherche du temps perdu”?
Voi già sapete di che si tratta. Una fantastica e poetica credenza è quella secondo la quale nell’ultimo istante della vita, come in una fulminea cinematografia, passano nella mente dell’uomo tutti gli avvenimenti della sua vita. È l’estremo dono che la memoria farebbe ai moribondi. Si può dire che Salacrou abbia voluto sceneggiare una serie di ricordi in tre atti attraverso quell’istante visto al rallentatore. Scoperto il tradimento della propria moglie, un uomo si spara un colpo di rivoltella alla tempia. Con una tecnica, successivamente tanto abusata, la quale mescola i vivi ai morti e il presente noto coll’ignoto passato che rivela i suoi segreti, attraverso le reminiscenze fattesi persone, vengono incontro al suicida tutti i fatti, i sentimenti e gli umori della sua esistenza. Il nonno non conosciuto, morto a vent’anni in battaglia, un po’ com’era e un po’ come egli l’ha pensato; il padre, la vecchia governante, gli amici. Ognuno un fatto, un pensiero, un desiderio, un sentimento, definitivo o fugace non importa: così con la logica tumultuosa e irrazionale come si è deposto in fondo all’anima.
E poi le donne: una mondana che lo tradiva, una mite zitella che, abbandonata da lui, tentò anch’essa di suicidarsi – ed egli nemmeno lo seppe; un dramma per lei, e per lui un pallido ricordo – e poi si maritò ed ebbe figli; madre esemplare, buona moglie, ma in fondo al cuore, sempre la dolcezza struggente di quella remota follia. Ultima, ecco una sconosciuta, l’incognita incontrata una sera durante la guerra, tra le strade bombardate di Arras. Pura, contaminata, sincera, menzognera? Colei che, forse, esprime l’impenetrabile segreto della conoscenza che accompagna la nostra vita. Ciò che si fu e ciò che si divenne, ciò che si crede sia stato e ciò che realmente è stato senza possibilità di veramente consistere.
Spettacolarmente varia e ricca di invenzioni e variazioni sceniche e dialogiche, la commedia, in apparenza mobilissima, resta in sostanza immobile. Elegia piuttosto che dramma: e, anche nell’elegia, carenza di una sintesi illuminatrice capace di ordinare un disordine esprimendo da esso quella unità ideale e quella significazione universale della quale è doveroso far credito alla superba ambizione dell’autore. Ma abbondanza di nuclei lirici, e di sottili originali e preziose notazioni psicologiche le quali, magari, presuppongono Freud, ma in ultima analisi lo trasfigurano in superiori intuizioni poetiche.
Con molta semplicità di mezzi, senza ricorrere a complicazioni meccaniche e spettacolari allo scopo di creare un falso clima magico; e appoggiandosi esclusivamente sui valori della parola, il regista André Defrez ha conferito allo spettacolo il tono di uno stilizzato anche se un po’ scoperto realismo, atto a mettere in luce i valori del testo alleggerendo anziché caricare certa sua insistita pensierosità. Claude Etienne ha recitato, con impegno, sincerità e rattenuto dolore, la sua mutevole e non facile parte; spontaneamente provocante Denyse Berger nel personaggio della moglie; giustamente ambigua Simone Barry come “sconosciuta”; precise e sicure le signore Vernal, Pariez, Jeham; e così dicasi del Varin, del Michael, del Mony, del Berger, del Degan, del Danois, del Veneau. Molte feste a tutti compreso l’autore presente alla recita. |