Fabbri a teatro irride il maschilismo con Lello Arena
assediato da 3 donne
Nella memoria collettiva dei teatranti italiani Diego
Fabbri è fra i pochissimi sopravvissuti della pattuglia
di autori non dialettali che fra gli anni '50 e '60 riscuotevano
grande attenzione. Fabbri sopravvive soprattutto per l'attivismo
studioso della sua Forlì, un Premio importante a
lui intitolato, e la devozione filiale di Nanni Fabbri,
regista. Al quale si deve ora il ritorno alla ribalta di
Lascio alle mie donne del 1969. In tournée, al Teatro
Italia di Roma. Sotto l'aspetto del divertissement questo
lavoro fa trasparire domande tutt'altro che futili. Collegandosi
idealmente ad una commedia di 18 anni prima, Il seduttore,
nella quale il protagonista, attingendo alla metafisica,
procura, vivendo di menzogne, che le sue tre donne – moglie
e due amanti, tenute rigorosamente separate – diventino
amiche. Ma, scoperto l'intrigo, esse si coalizzano contro
il maschio, che si suicida. Da qui inizia l'altra commedia,
e il lascito è appunto il testamento di Renato,
il seduttore. Aperto dal notaio e socio affezionato Enrico,
rivela la volontà del defunto che ripartisce il
patrimonio fra consorte e compagna d'adulterio a condizione
che si incontrino per un anno a scadenze fisse e approfondiscano
la reciproca conoscenza. Così avviene, l'armonia
sembra ritrovata nella memoria dell'amato defunto. La spregiudicatezza
del tema sollevò nel 1969 alcune proteste. Oggi
rivela tutta l'ironia e la pietà racchiuse in questa
sorta di mozartiano 'così fan tutti'. Dove, senza
scivolate nella pochade, risaltano acutamente i caratteri
femminili. Interpretati con solida classe da Angiola Baggi,
Tiziana Bagatella, Emanuela Trovato, mentre la simpatica
vivacità del notaio Lello Arena, motore comico,
a tratti eccede nei colori. Applausi vibranti.
Toni Colotta