Signore va a caccia (Il)
di Georges Feydeau
La Notte, 12 maggio 1969
Georges Feydeau prosegue la sua onesta carriera di piccolo classico di serie B, senza speranza di esser promosso in A ma anche senza pericolo di venir retrocesso in C. Non son certo molti i copioni che a settantasette anni tengano ancora validamente il palcoscenico continuando a divertire da cima a fondo il pubblico, pur lasciando intravedere, sotto il belletto, le irreparabili e inevitabili rughette che li coprono come una ragnatela. Fanno venire in mente certi alacri e maliziosi nonnetti che, in mancanza di facoltà più concrete, ahimè tramontate, mantengono vivo il loro già predace libertinaggio allungando qualche innocuo pizzicotto alla serva tutte le volte che essa passa loro vicina.
Non c’è nulla che riserbi meno sorprese quanto le commedie a sorpresa. Su di esse, sul vaudeville come venne a configurarsi da Labiche a Feydeau, si potrebbe scrivere un trattato di ingegneria teatrale, alla stessa stregua di un trattato su come si costruiscono i ponti sospesi. Non si tratta tanto di arti, quanto di scienze affini, l’una e l’altra governate da precise regole matematiche. E Feydeau, in questo senso, fu poco meno d’un calcolatore elettronico, sia nell’individuarle, sia nel metterle in opera. In fondo, i materiali di costruzione son pochi e sempre quelli; la scaltrezza, la sapienza, se volete, consiste nella disposizione, nella successione e nell’incastro, virtuosisticamente esaltati, nel migliore dei casi, fino a soluzioni surrealistiche. Son macchine di precisione, autosufficienti, asettiche e narcisistiche tutte uguali e tutte diverse; che hanno in sé stesse, nel loro perpetuum motus il loro principio e il loro fine.
Il signore va a caccia (Monsieur chasse!) è del 1892 ed è, si può dire, alle origini della poetica e della fortuna di Feydeau. La sua relativa linearità, al paragone delle assai più complicate costruzioni successive, consente di cogliere allo stato puro, meglio che altrove, il meccanismo tipico dell’ingranaggio passibile di variazioni fin che si vuole e tuttavia riconducibile sempre allo stesso prototipo. Tutte le volte che Duchotel cornifica la sua fiduciosa consorte Leontine, naturalmente con la moglie di un amico di famiglia, tira fuori il pretesto d’andare a caccia. Moricet, altro amico di famiglia, ne approfitta per cercar di sedurre la restia Leontine, espugnabile solo, essa promette, qualora avesse la prova che il marito la tradisce. La prova finalmente crede d’averla e Moricet sta per cogliere il frutto agognato del suo lungo assedio. Come accade in ogni pochade, al secondo atto tutti i personaggi che non si dovrebbero incontrare mai, si incontrano di continuo, accendendo la consueta girandola di qui pro quo, di uno che entra da una porta mentre l’altro esce da un’altra, degli scambi di generalità e così via. Il tutto, alla presenza di un arnese che è come l’ara sacrificale della tragedia antica: un gran letto invitante, frequentatissimo ma senza che nessuno riesca mai a condurre a termine… il sacrificio. Corna rientrate. Virtù femminili perpetuamente in pericolo e immancabilmente salvate da un contrattempo all’ultimo momento. Al terz’atto strascico delle complicazioni ammassate nel secondo; tutti avendo qualcosa da rimproverarsi trovano opportuno il reciproco perdono. La molla si è scaricata e tutto torna come al principio.
Davanti a una salacità asessuata, puntualmente risolta in candore, a salvaguardia, benché non sembri, del baluardo familiare, mi domando come mai copioni innocenti e, tirate le somme, morali, anzi moralistici, come questi, potessero per le generazioni passate, costituire le famigerate serate-scandalo con l’obbligo di incollare uno striscione attraverso il manifesto e stampato su: “non adatto per signorine”. Cosa vuol dire il passar del tempo creature! Con quel che le signorine odierne vedono al cinematografo…!
Dentro a scene e a costumi di Mario Ambrosino, deliziosamente liberty, Mario Landi ha orchestrato uno spettacolo sciolto, arguto, scandito e ritmato in un giusto tempo di allegro fugato; dove il maggior spicco l’hanno avuto Gino Cervi e Paolo Carlini. Il primo, con una faccia tosta da onesto bugiardo, lepidamente irresistibile; il secondo assumendo, con fine ironia, i modi del classico “brillante”, soccorsi da un tempismo e da un umorismo ricco di imprevista fantasia, insospettabile considerate le patetiche pompe lacrimogene dei suoi “giovani poveri” sul video. Ecco, viceversa, un autentico, estrosissimo attor comico. Vivacissima tra i due la puntigliosa Marina Malfatti, accesamente buffa Marisa Merlini, impudentemente sornione l’ottimo Antonio Venturi, giustamente balordo Corrado Olmi, spiritoso, benché poliziotto, Giulio Platone, tutta educata gentilezza la graziosa e brava Marina Brengola. |