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Sì delle fanciulle (Il)
di Leandro Fernandez De Moratin
Corriere Lombardo, 17-18 aprile 1961

Riapertura del Teatro del Convegno con gestione clericale. E, di conseguenza, classico spagnolo. Con tante cose provocanti che, in fatto di problematica cristiana, offre il moderno teatro cattolico, forse non era il caso di fare i furbi esordendo così anodini e prudenti. Cosa c’è per non dover confessare ciò che si è?
Pochi, credo, sapranno chi fu Leandro Fernandez de Moratin (1760-1828). Eppure, poggia sulle sue spalle il prestigio del teatro spagnolo del settecento, come inventore della cosiddetta “commedia nova” – dal titolo di un uso copione – aperta reazione alla fluviale magniloquenza, alla sregolata fluvialità, all’eroismo romanzesco ed al barocchismo mistico dei grandi autori del secolo d’oro. Nel settecento, Calderon de la Barca, Lope de Vega, Tirso de Molina passarono un brutto quarto d’ora. Conseguenza in parte dovuta all’impossibilità di mantenere il teatro sulle cime tempestose alle quali essi lo avevano sollevato, e in parte al diffondersi, volenti o nolenti, anche oltre i Pirenei, di un certo  spirito illuministico al seguito degli eserciti napoleonici.
La realtà tornò ad avere un senso ed a diventare la misura dell’uomo. Si presero a modello l’ordine, l’eleganza e l’armonia dei classici francesi, si reagì alle eccessive restrizioni censorie, ci si riunì in sodalizi religiosi animati da un ragionato spirito di fronda e si tornò a guardare con nostalgia persino alle unità aristoteliche. Ne venne fuori un teatro agli antipodi di quello precedente; aperto all’osservazione ed alla testimonianza del reale quotidiano. Nacque, insomma, e sia pure di riflesso e di seconda mano – si pensi agli immortali risultati, in questo genere, di Goldoni e di Marivaux! – la commedia borghese di costume intrisa di delicati anticipi preromantici, della quale il Moratin, appunto fu il maggior rappresentante e l’unico, si può dire, in grado di sfidare il tempo. Si tratterà di una trentina di anni in tutto. Poi, dietro al deplorevole esempio di Victor Hugo, di nuovo buonanotte. Il dramma diventerà – o ridiventerà – melodramma; ed il Gutierrez ed il de Saavedra dovranno ringraziare Giuseppe Verdi se “Il trovatore” e “La forza del destino” riusciranno a stare miracolosamente in piedi ad onta della loro assurda incredibilità ed incoercibile fantasticaggine.
Il “sì” delle fanciulle (1801) è considerato il capolavoro – l’unico – del classico di turno da sabato sera. Paquita, una fanciulla sedicenne povera, orfana di padre ed oppressa da un esercito di zie monache, viene tolta dal convento dove fu esemplarmente educata per venir condotta in moglie al gagliardo, ricco, 0nesto e comprensivo Don Diego il quale contro tante ottime qualità ne conta una di pessime: ha sessanta anni. Ha detto ed ha fatto tutto la madre di Paquita, la intraprendente e risoluta donna Irene, una signora che si parla letteralmente addosso; con una memoria di ferro nella quale si stipano un’infinità di nomi di grandi di Spagna, di madri badesse, di vescovi e via discorrendo, chiamati continuamente a testimoniare il nobile lignaggio, della decaduta prosapia. Nella sua teatrale convenzionalità, essa è un personaggio umoristicamente godibilissimo.
Per obbedienza alla travolgente genitrice, Paquita è disposta al sacrificio benché il suo cuore divampi per il giovane e affascinante tenentino Don Carlos, conosciuto, guarda combinazione, proprio quando stava in collegio dalle monache, e che, nemmeno a farlo apposta, è l’unico, scappato ed amato nipote del suo promesso sposo, di Don Diego.
Naturalmente, l’amore dei due giovani avrà partita vinta. Don Diego non è il solito balordo personaggio di vecchio in fregola di ammogliarsi all’ingenua giovinetta, della tradizione comica; ma anzi – in questo l’originalità del copione – un uomo pieno di dignità, di buonsenso e di rispetto per i sentimenti altrui. Egli non tollera di essere sposato né per interesse né per obbedienza; ma solo, semmai, per sincera simpatia e per indipendente decisione. I vecchi, pensa, hanno il dovere di non sacrificare i giovani; allo stesso modo che i giovani hanno il diritto di disporre liberamente di sé, scegliendo il compagno o la compagna della loro vita. Sono idee che oggi non impressionano più nemmeno un curato di montagna ma, alla fine del Settecento, ed in Ispagna, avevano la loro piccola carica sovvertitrice e rivoluzionaria. Alla fine il bravuomo preferirà essere un nonno amato e rispettato piuttosto che un marito malvisto o peggio.
Il garbo umano, la vivace discrezione, la comica gentilezza e il nitido disegno della commedia che, nell’elegante euritmia delle sue qualità mediocri, trova la sua piccola originalità poetica, nonostante una certa prolissità, sono state fedelmente rispecchiate nella pulizia e nella misura della regia di Enrico d’Alessandro, direttore artistico del teatro, e nella chiara simmetria delle scene e dei costumi di Rosanne Fioravanti.

Ineccepibile tutta l’ottima compagnia, da Nino Besozzi, che dette una verità semplice e un’indulgenza comprensiva, sfumata di malinconia, al protagonista; a Laura Carli che fu una donna Irene di pittoresco spicco comico, a Giulia Lazzarini, a suo agio come un uccello nell’aria nelle note del candore pudico e della trepida tenerezza; all’appassionato Daniele Tedeschi, alla scaltra Wanda Benedetti, all’impertinente Bertini, al lepido Milli. Forse sarebbe stato augurabile un pochino meno di realismo e un pochino più di stilizzazione. Ma chi può dirlo? Un pulito successo.
   
© Sipario 2009