Fiore di cactus
di Pierre Barillet e Jean Paul Grèdy
La Notte, 13 novembre 1968
Una mano sulla coscienza e un pizzicotto alle circonvoluzioni cerebrali, reparto memoria. Quante saranno state le volte, dacché leggete i giornali, che, dando un’occhiata alla rubrica degli spettacoli, scoprite che a un autore è toccato il privilegio di figurare con due copioni contemporaneamente, in due teatri di primo rango, sulla stessa piazza? Poche, penso, da contare sulle dita di una mano. Sono onori e responsabilità riserbati soltanto a tre o quattro padreterni che hanno lasciato dei buchi da far epoca nella storia dell’arte drammatica; classici di serie A e qualche asso fuori classe come Ibsen, Pirandello, Shaw, e, ancora ancora, rarissimamente anche a loro. Mai capitato, esempio, nemmeno al Brecht il quale, pure, a duecento metri dal Duomo, col Milaner Ensemble, ha l’agenzia di collocamento che ha, magari recentemente trasformatasi in malinconico mausoleo delle ambizioni perdute per esser rimasta vedova del suo profeta, ma è sempre lì, piena di retrospettiva superbia e di polemiche bizze, e, nonostante tutto, il Brecht è sempre il Brecht, anche a non tener conto che ha dalla sua il proletariato culturale del Lombardo-Veneto, severamente esercitato da tempo immemorabile, alla premilitare dell’arte marxistica e il resto è, naturalmente, spazzatura.
Bene, anzi male, ciò che non tocca se non eccezionalissimamente ai demiurghi, per via del nuovo corso, istituito quest’anno sulla parola d’ordine: ridere ridere ridere, ad oltranza, in qualsiasi modo ed a qualsiasi costo – tanto che Roussin, del quale è prossimo l’arrivo, al paragone, vi prefigura come un classico – ora sta toccando a dei semplici fellah. Per parlar in maniche di camicia, dicendo pane al pane, da ieri sera, col varo, al vento dell’allegria, del Fiore di cactus, avvenuto all’Odeon, per parte della compagnia Alberto Lupo-Valeria Valeri, in due dei maggiori teatri milanesi – si sono ridotti, in tutto, a quattro – con due copioni confezionati con la stessa ricetta e benché cucinati con ingredienti apparentemente differenti, serviti con la medesima eleganza esteriore, interiormente volgaruccia, e, alla prova del palato, sotto il piccante agrodolce, di sapore, in ultima analisi, sciapo anzichenò, pasticceria di serie, destinata al consumo medio… uno più uno: due e due più due: quattro, sono di scena i fratelli siamesi Pierre Barillet e Jean Paul Grédy.
Figurarsi se questi nomi gallici vi dicono qualcosa! E così, oltretutto, bisogna anche spiegarvi chi sono. È presto detto, gente dalla memoria gracile. Sono gli stessi, abituati a lavorare in tandem; fino a ieri oltraggiosamente snobbati e adesso biografati, valorizzati, reclamizzati, accarezzati, spudoratamente, acquistati a scatola chiusa, sempre per via etcetera, con un altro copione dei quali, a quattro passi dall’Odeon, stanno mietendo allori Lauretta Masiero e Aldo Giuffrè. Di che si lamenta quel rompiscatole di De Gaulle? Ha perso la Citroën, ma, in compenso, sta rimpossessandosi del teatro in Italia. La bilancia morale delle sorelle latine, una volta ancora, sta ritrovando il suo equilibrio.
Beh, e se ci decidessimo, a beneficio delle anime candide, amanti del “fatto”, a spendere anche un paio di parole per accennare a quel che succede? È presto detto: si comincia con un mancato suicidio e si finisce con un matrimonio. Tutto qui? Un momento, siamo giusti. La trovata, l’originalità sta in questo: colei che ha tentato di suicidarsi non sposa colui per il quale ha tentato di suicidarsi. Ne sposa un altro. E anche lui, naturalmente, si ammoglia con un’altra. Come mai? Bisogna sapere che si tratta di un grande dentista, scapolo, il quale, a scanso di complicazioni, aveva fatto credere alla propria amante, la suicida mancata, una commessa di dischi dalle parti di Montparnasse, di aver moglie e tre bambini, due maschietti e una femminuccia salvo giustificabili errori. Di fronte alla suprema prova d’amore del tubo del gas aperto in bocca, il Don Giovanni, sopraffatto dai rimorsi, rivolta la propria psicologia come un guanto. Divorzio, dice, e ti sposo. Può essere da meno, la piccola, nella gara della generosità? Un momento, risponde, non vorrei essere la disunione di una esemplare famiglia francese. Prima di accettare, conditio sine qua non, voglio conoscere tua moglie per farmene una idea e possibilmente vedere anche i bambini.
Altro piccolo passo indietro. Il cavadenti ha per segretaria, infermiera, factotum e cerbero custode, una zitella sgraziata, refoulée, inconfessatamente innamorata, beninteso, del principale. È una, tanto per intenderci, che deve aver avuto notizia, alla lontana e per interposta persona, della Gasparotta della pirandelliana Ma non è una cosa seria. Pregata, costretta a fingere di essere la immaginaria moglie, essa rifiorisce, diventa appetibile e corteggiata, come un girasole nel deserto dopo un acquazzone; e di punto in bianco si trasforma nella autentica protagonista, tant’è vero che ad interpretarla, con caustico umorismo, è la bravissima Valeri. Conseguenza, anzi conseguenze: la discografica non si sente di privare di quella perla di consorte il suo mendace odontoiatra; e costui, innamorato e ingelosito dalla trasformazione la fa sua moglie sul serio, mentre la sacrificata si marita a un robusto commediografo in attesa di gloria.
C’è una battuta della commedia che dice: “ma neanche nelle pochades si fanno più queste cose”. Ecco, può servire da insospettabile giudizio. Bisogna riconoscere, tuttavia, che gli autori utilizzano i ferri del mestiere di una veneranda convenzione, menando il can per l’aia con spedita ed accattivante disinvoltura, per brevi sequenze subentranti; e il copione si giova di una nervosa traduzione di Gerardo Guerrieri che, nei limiti del possibile, ne rialza il tono.
Il lato migliore della faccenda è la recitazione: una compagnia di veri attori, ottimamente diretta; con un Alberto Lupo, finalmente convincente appieno per una personale comicità manifestata in virile energia compressa oltretutto, e a suo pieno vantaggio, egli è assai meglio appaiato dell’anno scorso. Che incantevole attrice è Valeria Valeri, così femminilmente insinuante nelle innumerevoli finezze di un umorismo minuziosamente controllato da una vigile intelligenza, tanto più penetrante quanto più apparentemente fragile. È stato un successo personale. E non va sottaciuta l’autentica rivelazione della giovane e già dotatissima, in ogni senso, Vanna Busoni che sostenne vittoriosamente una né facile né breve parte di vera e propria coprotagonista, egregiamente affiancata da un altro giovane sul quale il nostro teatro prossimo può già sicuramente contare: Antonio Fattorini. Assai lepidi la Facchetti, il Rocchetti e il Fenoglio, e di un sex-appeal travolgente la Rosati. Tutti fusi in toni nitidi e ritmi ben misurati nelle scene del Coltellacci, guidati con mano sicura da Carlo Di Stefano che ha fatto recitare il copione come una pochade facendo credere che non lo fosse. Il pubblico ha applaudito da matto dal principio alla fine. E si capisce. Se non altro, sono commedie che ringiovaniscono. Sembra di tornare indietro a trent’anni fa. E infatti, non è mancato nemmeno un telefono bianco. |