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Discorsi sull'Attore
         
         
  Discorsi all'attore  
    a cura di Mario Mattia Giorgetti    
       
   

L’attore e la realtà

   
   

L’attore di teatro fino a che punto si occupa dei problemi politici, di partecipare attivamente ai fatti reali che scaturiscono dalle contese sociali? Ne ha il tempo? Le energie? La disponibilità, la volontà? Perché solleviamo questi interrogativi? Perché vorremmo spiegare come si articola la giornata, o le giornate, di un attore di compagnia.

Soltanto lavoro
Solitamente il pomeriggio viene occupato per le prove di un nuovo spettacolo fino a poche ore dalla recita serale. La sera in cui non si replica, viene impegnata dalle prove di un eventuale debutto. L’attore lascia comunque il teatro a notte inoltrata, per recarsi poi a cenare da qualche parte: chi ha una buona paga va al ristorante, chi lavora al minimo sindacale si organizza in camera di albergo, o di pensione, o a casa propria. Dipende da dove si trova: ma generalmente l’attore scritturato da una compagnia di giro è quasi sempre in trasferta, e quindi fuori casa. Quando si corica è sempre tardi, e il sonno si protrae fino a mattino inoltrato. Il tempo per un cappuccino, dare uno sguardo al giornale, il tempo di riorganizzare le valigie, se i debutti sono quotidiani, e poi in teatro, la recita, la cena e poi a nanna. Le giornate, anche se la compagnia si sofferma più giorni in una città, hanno questo rituale.
La vita dell’attore è circoscritta tra l’albergo, o la pensione, il teatro, ristorante e viaggi di trasferimento. Il tempo da dedicare ai suoi interessi culturali, turistici, anche per visitare una città che non conosce, sono limitatissimi, e a volte preferisce rinunciare per risparmiare energie e tempo. Sei mesi all’anno, cioè durante il periodo di scrittura, l’attore viene risucchiato da una professione che lo spinge sempre più ad allontanarsi dal quotidiano, dalle realtà drammatiche che coinvolgono la gente comune. Si trova in una sua realtà, fatta di sogni teatrali, di recupero delle proprie energie, di studio. Gli attori - molti lo sanno, altri si lasciano condurre da questo flusso di cose legate al rituale del teatro - vivono in un limbo tutto proprio. Anche volendo calarsi “dentro” i fatti del sociale non ne hanno materialmente il tempo.

Aldo Moro
                  Aldo Moro
                  Aldo Moro

Trovare tempo
Involontariamente nasce in ogni attore una dicotomia di comportamenti: vorrebbe essere con gli altri, offrire il proprio impegno, partecipare, prendere posizione verso i problemi che riguardano la collettività, ma si trova spinto dalla sua stessa professione a restare fuori gioco. Il disagio è ancora maggiore quando l’attore si trova coinvolto in rappresentazioni di puro divertimento i cui contenuti sono senza significato, e dove la sua attività si traduce in solo sollazzo per un pubblico disimpegnato.
Mentre altri attori, offrono la loro professionalità a rappresentazioni che si alimentano di problematiche del sociale, come fanno gli attori del teatro di contestazione, del teatro di strada, del teatro politico. Ma questi sono pochi, e anche per loro c’è il problema del tempo per aggiornarsi.
Insomma, salvo le solite eccezioni, la maggior parte degli attori rischia uno scollamento dalla realtà, e per loro diventerà sempre più difficile capire i comportamenti sociali, perché la maggioranza del pubblico spinge verso il disimpegno, perché i tempi sono bui e disperati.
Cosa deve fare allora, se la sua stessa attività, che dovrebbe essere l’avanguardia di istanze sociali, di una crescita culturale, se la sua stessa “macchina” teatrale lo fagocita relegandolo allo stupido ruolo di giullare di guerrafondai, di opportunisti, di mercanti senza scrupoli, di divoratori del niente?
È difficile dare consigli. È difficile essere nella testa degli altri.  Però ci sentiamo di suggerire: dare senso e responsabilità civile alla propria professione, opponendosi alle scelte di un repertorio ingannatorio sia per se stesso, sia per quel pubblico che ama essere consigliato, responsabilizzato.
Se il suggerimento venisse accolto dai più, sarebbe già un bel passo in avanti.    

Cosa deve fare allora, se la sua stessa attività, che dovrebbe essere l’avanguardia di istanze sociali, se la sua stessa “macchina” teatrale lo fagocita relegandolo allo stupido ruolo di giullare di guerrafondai, di opportunisti, di mercanti senza scrupoli, di divoratori del niente?

   
   

 

   
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