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Discorsi sull'Attore
         
         
  Discorsi all'attore  
    a cura di Mario Mattia Giorgetti    
       
   

Il fazzoletto di Eduardo

   
   

Vi siete mai chiesti perché un grande attore, qual è stato Eduardo De Filippo, avesse sempre, o quasi sempre, in scena un fazzoletto tra le mani?
Molti, superficialmente, avranno pensato che potesse essere uno stratagemma per occupare le mani, un gesto di timidezza, di imbarazzo, oppure per dare un tocco al personaggio interpretato. Invece no. Il fazzoletto era una protesi dell'attore. Eh sì, perché quell'oggetto di volta in volta poteva assumere valenze diverse. Un semplice fazzoletto diventava segno drammaturgico, segno visibile da inserire nel linguaggio, nella comunicazione. Diventava segno trasformabile a vista, semplice e potente insieme. Altro che elemento per occupare le mani. È vero, che molti attori non sanno dove metterle e allora trinciano l'aria pensando così di essere validi interpreti. Altro che un imbarazzo del corpo, una timidezza da controllare. Nelle mani di Eduardo, il fazzoletto diventava una penna che scrive, uno strumento che agisce, punto d'arrivo dell’Io-espressione.
Molti si chiederanno, ma era proprio necessario? Per un attore-autore la creatività sta nel linguaggio, nella comunicazione: la parola, il gesto, l'immagine, lo sguardo, l'azione. Il teatro è parola concreta, parola-azione. Cosa c'è di più forte ed eloquente, allora, che compiere un'azione sul proprio corpo. Non nello spazio, ma sul proprio corpo. Non solo parole espressive, gesti significanti, ma atti trasferiti su un oggetto - quel fazzoletto.

Edoardo
                  Edoardo
                  Edoardo
                  Edoardo

Un’emozione improvvisa, un trasalimento? Ecco il fazzoletto che entra in azione per detergere il sudore freddo. Un’improvvisa collera da controllare, contenere, reprimere? Ecco il fazzoletto che si attorciglia per raccogliere la repressione. Sta arrivando un pianto, un momento di commozione? Ecco il fazzoletto pronto per asciugare l'occhio lacrimante.
Arriva un malessere interiore, un’indisposizione fisica? Ecco il fazzoletto che raggiunge la bocca per impedire qualcosa. Un affaticamento del personaggio per una tensione drammatica? Ecco il fazzoletto raggiungere la migliore posizione espressiva.
C'è troppo caldo, manca l'aria, non si respira? Ecco il fazzoletto che diventa ventaglio, asciuga il sudore ecc. C'è un litigio in corso, un violento alterco? Ecco il fazzoletto che si trasforma in pugno voluminoso, o scudiscio per colpire. Il personaggio è un pignolo con problemi, piccole manie? Ecco il fazzoletto che si fa strofinaccio, spazzola per le pulizie. In scena c'è un bambino da intrattenere, da distrarre? Ecco ancora il fazzoletto che si fa oggetto di giochi: bavaglio, maschera… Potremmo continuare all'infinito.
Stringere, detergere, sventolare, spolverare, asciugare, tamponare sono verbi che indicano precise azioni espressive che partono dal personaggio e che aggiungono qualcosa all'azione scenica e alle parole, che quindi arrivano al pubblico potenziate e più vere.
Ma non tutti possono "giocare" con un fazzoletto, non tutti sono capaci. Occorre una figura particolare, una maschera unica come quella di Eduardo: un’immagine modellata dalla sofferenza, dal dramma interiore, forse dall’essere nel presente come uomo e come artista. Occorre essere pervasi dal teatro.

   
   

 

   
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