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Tram che si chiama desiderio (Un) di Tennessee Williams, traduzione di Masolino D'Amico regia di Antonio Latella, scena di Annelisa Zaccheria, costumi di Fabio Sonnino, luci di Robert John Resteghini, suono di Franco Visioli, assistente alla regia Brunella Giolivo con Laura Marinoni, Vinicio Marchioni, Elisabetta Valgoi, Giuseppe Lanino, Annibale Pavone e Rosario Tedesco produzione Ert e Teatro Stabile di Catania visto il 17 gennaio 2010, allo Storchi di Modena |
E' un feroce, impietoso scavare nell'anima di Blanche Dubois, la protagonista di Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams, riletto con vocazione psicoanalitica da Antonio Latella. Lo spettacolo prodotto da Ert e dallo Stabile di Catania conferma la capacità di Latella non solo di leggere ma soprattutto di de-costruire i testi e di trarre da essi quell'eternità che li invera nella scena, li rende contemporanei, interrogazioni sul nostro esserci, anche nel caso della drammaturgia un po' mélo dell'America del dopoguerra. Ciò è quanto accade in Un tram che si chiama desiderio. In scena scheletri di un interno borghese: una porta sul fondo che dà sul nulla, un letto, un frigo, una vasca e pochi altri elementi, tutti bianco laccati. Ogni elemento d'arredo è illuminato da fari a vista che accendono l'attenzione dello spettatore, delineando lo spazio, rendendo astratto quel luogo che è proiezione della mente, visione della realtà raccontata dalle parole di Blanche, storia di un'anima che soffre e intensamente vuole desiderare ricostruita come in un'anamnesi clinica. L'apertura è affidata al racconto/voce in campo del dottore, che ha in cura Blanche Dubois, interpretato da Rosario Tedesco, presenza secca, accademica, straniata, ma alla fine forse l'unico elemento che mostra pietà, affetto per la storia di Blanche. La descrizione dettagliata e naturalistica dell'interno borghese, la recitazione analitica di quanto fa Blanche, la restituzione al pubblico di una sorta di sceneggiatura cinematografica a cui non corrisponde la reazione della diretta interessata sono i mezzi con cui Antonio Latella chiede allo spettatore di percepire e di condividere la dissociazione, la vita immaginata della protagonista, ma anche la fredda messa in atto di un dolore che batte con insistente crudeltà. Ciò soprattutto nella prima parte dello spettacolo in cui le luci accese in sala, impediscono allo spettatore di trovare cesura alcuna fra ciò che è il suo tempo e spazio e quello dell'azione o meglio del racconto che si svolge davanti ai suoi occhi. Laura Marinoni è Blanche Dubois che nel primo tempo dell'allestimento e del testo vive del mistero di quella donna elegante, di famiglia aristocratica caduta in rovina, che arriva a casa della sorella, Stella (Elisabetta Valgoi) che ha sposato Stanley, un giovane immigrato polacco (Vinicio Marchioni, di possente e maschile fisicità). Perché Blanche è andata dalla sorella, cosa l'ha indotta a fuggire da New Orleans? Antonio Latella gioca tutta la parte migliore dello spettacolo in questa attesa di svelare il perché Blanche Dubois sia lì, insofferente nei confronti della vita modesta di Stella e prigioniera della nostalgia di un benessere passato, attratta e respinta al tempo stesso dalla sessualità animalesca del polacco. Tutto ciò si realizza in un continuo spiazzamento della narrazione, in un tracciare la storia senza permettere appigli di realtà. Ciò è reso con intensa e straziante verità da Laura Marinoni che è corpo teso e che freme nelle parole del dottore, è interrogativo muliebre così come lo è per certi versi la rassegnata femminilità di Elisabetta Valgoi. Ciò che accade in scena è un racconto che si sostanzia di parole, quelle parole che illudono, dietro cui Blanche Dubois costruisce il suo presente e dietro cui nasconde il suo passato: un matrimonio con un ragazzo bello e delicato che andava con gli uomini, l'alcolismo, la relazione con un minorenne nella scuola in cui insegna, l'insoddisfatta ninfomania che la porterà nelle braccia di Stanley, a rifiutare il dimesso e complessato Mitch (Giuseppe Lanino che fatica a dare spessore alla disperazione esistenziale del suo personaggio) e alla fine a rifugiarsi definitivamente nella follia, assistita dall'infermiere (Annibale Pavone) che la segue, la illumina con quei fari che sanno di finzione teatrale, che danno all'intera vicenda una fredda e immobile condanna a un presente senza prospettiva. Su quel tram che si chiama desiderio Antonio Latella carica un'angoscia che si stempera nello svolgersi della trama, ma che s'incide con impietosa intensità senziente nello spettatore, grazie soprattutto a una potente Laura Marinoni e a una non meno forte Elisabetta Valgoi. Imperdibile.
Nicola Arrigoni






