venerdì, 21 settembre, 2018
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L'Attore prende coscienza di Mario Mattia Giorgetti

Teatro Valle Occupato Teatro Valle Occupato

Sapere che giovani attori, attori affermati, registi di chiara fama, personalità della cultura, dal mese di giugno stanno agitando le acque del sistema teatro, portando all'opinione pubblica, grazie ai media che si sono resi disponibili a parlarne, la drammatica situazione del Teatro Valle di Roma, destinato a scomparire dalla scena perché la Proprietà, il Comune di Roma, lo vuole vendere come spazio commerciale, distruggendo di fatto una memoria storica di questo bellissimo teatro all'italiana, tradizionale, un bene comune, in cui hanno recitato illustri compagnie di prosa. Da ricordare la compagnia di Luigi Pirandello, nel 1921, con "I sei personaggi in cerca di autore".

Quando si chiude un teatro significa che la società sprofonda verso tempi bui; significa che la volontà politica si fa miope; significa distruggere, far cadere nell'oblio una memoria; significa sottrarre alla città un luogo di aggregazione, di dibattito, di crescita, di sapere. Significa togliere alle compagnie di altre Regioni di farsi conoscere, di togliere ai lavoratori dello spettacolo, che sono la vera anima del teatro, un luogo di lavoro, spingendoli verso la disoccupazione; significa togliere un movimento economico ai diretti interessati e a tutto l'indotto che gravita intorno ad un teatro, perché lo spettacolo produce profitto rispetto a quanto viene investito. Insomma, si crea uno strappo nel tessuto sociale.

La giusta protesta del Valle ci induce ad una costatazione: che l'attore prende coscienza della propria precarietà qualora gli venga sottratto lo strumento principe del lavoro: il luogo teatro. In questi ultimi anni, molti teatri sono stati chiusi. Basti pensare alla città di Milano: chiuso il teatro Odeon, trasformato in sala cinematografica multimediale; chiuso tanti anni fa il Teatro Olimpia di Largo Cairoli, tempio della teatro di varietà, diventato grande magazzino commerciale; chiuso il teatro San Erasmo, il primo teatro della città a pista centrale, voluto dal regista Maner Lualdi per le novità teatrali italiane, ora garage; chiuso il Teatro Convegno, ora uffici di una banca; sono chiusi tuttora il teatro Gerolamo, vera bomboniera dove sono passati grandi interpreti (Paolo Poli, Giancarlo Cobelli, Laura Betti, Paola Borboni, e tanti altri), il teatro Lirico, da anni in attesa di un nuovo gestore, il teatro Durini, piccolo teatro di avanguardia diretto da Carlo Terron, il teatro della Commenda; spariti i teatri di quartiere. Allora, non ci fu protesta. Tutto passò sotto silenzio. I giovani attori di allora non erano attanagliati dalla disoccupazione, dalla precarietà: c'erano altre alternative: pubblicità, doppiaggio, gli studi televisivi di corso Sempione. La crisi economica, che nel mondo dello spettacolo c'è sempre stata, non era così determinante a spingere azioni di protesta. Ora, i tempi sono cambiati. E' cambiato l'attore, che vuol tornare al centro della vita culturale, sociale, che vuole riprendersi il suo ruolo di responsabile: L'occupazione del Valle ha una valenza molto più ampia della chiusura di uno spazio, anche se storico. Ha una valenza altamente politica; e giustamente il mondo dello spettacolo si è unito per stare vicino a questo atto, partito da giovani infuriati per il loro destino artistico; infuriati verso i nostri politici che con i tagli alla cultura, al teatro, stanno compiendo una strisciante dittatura di chi vede, a torto, solo profitto di mercato.

Ci auguriamo che intorno a questa protesta lunga già quattro mesi si formi una cordata di soggetti illuminati che insieme riescano a rilevare il Teatro Valle per restituirlo alla Città, agli Attori. A tutti.

TEATRO BENE COMUNE
LABORATORIO DI IDEE AL VALLE OCCUPATO

di Filippa Ilardo

La sensazione che si vive è quella di trovarsi in un momento storico, quel tempo sospeso nel presente di cui si intuisce che si delinea un’idea, un’ipotesi di futuro. È come entrare dentro un  respiro all’unisono, è come guardare con uno sguardo nuovo attraverso gli occhi di tutti, è come essere investiti dall’onda di un brivido: qui si rifonda l’idea di teatro e di cultura, o almeno ci si prova.
Perché quello che si sta arrivando a concepire al Teatro Valle, uno dei più belli, antichi e simbolici teatri di Roma, ci rappresenta tutti e non solo tutti coloro che operano nel mondo del teatro, ma rappresenta tutti coloro che si occupano di cultura, che si sentono cittadini, che vogliono sentirsi partecipi di un progetto che ha del rivoluzionario. La rivoluzione copernicana è quella che parte “dal basso”, è quella della condivisione delle scelte e delle idee, è quella che prescinde da scelte politiche, ma che dà spazio ai lavoratori stessi.
Da quattro mesi, questi sessanta ragazzi non hanno più lasciato questo teatro, erano entrati per pochi giorni, all’indomani del referendum che ha sancito il concetto dell’acqua come bene comune,  non hanno trovato più motivi per andare via, hanno poi capito che quella occupazione poteva essere qualcosa di molto più grande, la riappropriazione di uno spazio di tutti.

“Un ‘bene comune’ non è un modo di dire generico, è una figura giuridica prevista dalla nostra costituzione, che consente l’autogestione ad opera di utenti e lavoratori,  di un bene di cui viene riconosciuto il valore all’interno della collettività. Il teatro Valle non può essere privatizzato perché appartiene alla collettività, alla città, non si possono prendere decisioni senza sentire il parere dei cittadini, dei lavoratori del teatro, dei giovani.” A parlare è Manuela Cherubini, una di loro, una dei tanti, perché la forza di questo movimento è proprio questo senso della condivisone, della coralità, del non-protagonismo, del confronto. “Uno spazio pubblico è uno spazio che è di tutti, non dello Stato che ne può disporre come vuole,  il vero atto illegittimo sarebbe quello di privatizzare un teatro che appartiene alla collettività: questo si oppone all’idea di bene comune”. Come l’acqua, come l’aria, come la cultura, il teatro è bene comune, inalienabile e irriducibile alla logica del mercato e del potere, i beni comuni non devono creare discriminazioni, ne va dei nostri diritti, della base della nostra cittadinanza. Alla base c’è un forte ripensamento dell’idea di pubblico, dell’idea di politica, dell’idea di arte.

Teatro Valle

“L’arte che deve e può essere resistenza, cosi diceva anche Deleuze, l’arte ha una sua autonomia, ma deve ritrovare il dialogo con il pubblico, assumersi una funzione di opposizione, denuncia, critica, indicare un’alternativa. Non ci può essere arte senza sentimenti, senza utopia, senza libertà, senza giustizia.” Questi giovani lavoratori sono qui per riflettere, condividere, crescere, contagiare, socializzare, proporre una discontinuità. Qui si vuole creare uno spazio libero e continuamente aperto a tutti i cittadini, così come è stato in questi quattro mesi  durante i quali centinaia di persone sono entrati e hanno partecipato ad eventi e spettacoli, assemblee aperte, autoformazione, incontri con docenti di economia e filosofia. Così il teatro Valle è diventato un centro di riflessione, di studio, sede di una vera e propria lotta costituente dove sperimentare forme nuove di partecipazione e progettualità, dove delineare una gestione davvero partecipativa di un bene culturale comune come un teatro.

Stiamo ideando, insieme ad Ugo Mattei e Stefano Rodotà, una forma giuridica avanzata per una fondazione pubblica, che serva da modello riproducile, esportabile con cui decostruire e ricostruire il sistema della cultura. Vogliamo sperimentare ed esportare un modello di cooperazione e decisionalità diffuse, dirette e orizzontali. A breve verrà presentato lo statuto della futura  Fondazione Teatro Valle Bene Comune, primo passo di un processo partecipativo e condiviso per arrivare alla sua costituzione.
Oggi i teatri non sono vuoti perché la gente non vuole più andare a teatro. I teatri sono vuoti perché non rispondono più direttamente alle esigenze delle comunità, perché c’è una mancanza di attenzione al contesto territoriale, alla società civile. La direzione artistica dei teatri soprattutto di quelli pubblici in particolare degli stabili, non può, non deve essere sottomessa a logiche di potere o a scelte politiche. Qui stiamo riflettendo su un modello esportabile di direzione artistica in più possibile democratica, plurale, con garanzia di turnover, e, soprattutto senza conflitti tra chi produce spettacoli e chi programma una stagione. Chi gestisce e si assume questa responsabilità bisogna che sappia dimenticare la propria individualità. Che poi sacrificare l’individualità è il modo migliore per ritrovarla.
Ci accorgiamo di quanto questa esperienza per questi giovani sia significativa e totalizzante e chiediamo quale sia stato il momento che li ha emozionati di più.
In una delle conferenze stampa, una giornalista ha chiesto i nomi delle persone che avevano letto i comunicati. Bene, in centinaia si sono alzati e hanno detto i loro nomi …  questa lotta è una lotta di tutti, se vinceremo, sarà una vittoria comune”.

Ultima modifica il Venerdì, 22 Marzo 2013 07:44
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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