lunedì, 27 maggio, 2019
Sei qui: Home / Attualità / I fatti / IN MEMORIA DI ALBERT FINNEY. -di Angelo Pizzuto

IN MEMORIA DI ALBERT FINNEY. -di Angelo Pizzuto

Albert Finney Albert Finney

IN MEMORIA DI ALBERT FINNEY
Note a margine della carriera di un attore, eclettico,

fra i maggiori esponenti della scena (e del cinema) d'Inghilterra
di Angelo Pizzuto

Camaleontico ma non trasformista, proteiforme ma non istrionico, 'cangiante' pur senza l'impellenza di dover fare ricorso a trucchi e virtuosismi del 'grande, inarrivabile attore' (che poteva anche essere, per geniale mistura di intelletto, 'mestiere', istinto), il caro Albert Finney, scomparso pochi giorni fa a Londra (ad 82 anni), è stato "interprete" nell'accezione più sfaccettata e "illusionistica" dell'arte scenica. Del suo quotidiano diapason (allenamento, mimesi, straneazione) che "deve essere" in sintonia con la disciplina dei palcoscenici- e di ogni altro "luogo" si spettacolo.
Non credo che egli volesse emulare nessuno, ma se un accostamento "estremo" si interseca alla sua personificazione di arte e di vita (schiva ed esuberante, debordante eccessi e ritrosie), la mente corre ad una ipotesi e iconografica che, nell'ambiente del teatro, ha il solo ed mitico nome di Edmund Kean: specie in ambito anglosassone, così come Moissi, Ruggeri, Gustavo Modena, Ermete Zacconi lo furono per la tradizione italiana e, in parte, anche mittleuropea.
Ma senza che l'excursus storico nulla tolga alla turgida, complessa prismaticità di Finney- che e stato e sarà uno degli interpreti più esemplari del teatro e del cinema inglese di tutto il novecento. Nobilitando e rilanciando lo spessore didattico ed espressivo di quella "scuola" così promiscua, incandescente, ma spesso dozzinalmente assimilata (dalle erbe al fascio) allo star system americano. Poiché, se è indubbio che almeno gli 'addetti ai lavori' non attribuirebbero nulla di yankee ad interpreti della mole di John Gielgud e Laurence Olivier, è insidioso il (invece) il rischio di far confusione con altri, specie se rivelatisi nella seconda parte del secolo. Ai quali Albert Finney si "aggrega" a pieno diritto e autonomia di estro, personalità, innato talento.
Non è da tutti, ad esempio, in un arco temporale di circa dieci anni (quelli fra i sessanta e settanta) "essere" tre ruoli diametralmente, fisiognomicamente opposti come lo smagliante, aitante avventuriero celtico di "Tom Jones", l'impareggiabile Poirot di "Assassinio sull'Orient Express" (arguta, sghemba rappresentazione dell'infallibile detective che 'ironizza' ma non scade in parodia), l'essudato e appesantito capocomico di "Servo di scena", ove Finney gareggia con il coetaneo Tom Courtenay, anch'egli attore primario delle scene britanniche. Senza poi inoltrarsi nella miriade di ruoli che, da "Spara alla luna" a "Sotto il vulcano", da "Erin Brockvich" a "The big fish" hanno reso il brillante allievo dell'Accademia Drammatica di Sua Maestà la Regina uno fra i massimi esponenti dei set e dei palcoscenici continentali. E ridando a noi lo sprone, l'opportunità di ripensare a "quanto e come" gli attori britannici della sua generazione (e di quella successiva), da Michael Caine a Peter Fink, da Dirk Bogarde, Alan Bates a Kenneth Branagh (senza dimenticare l'apicale e 'brillante' David Niven) abbiano tributato- in termini di cultura, squisitezza, sensibile aplomb- al mestiere di hystrio, interiorizzaro e poi esternato nella sua accezione più impalpabile e sopraffina.
Altro che Brexit!

Ps Come dicevamo, Albert Finney è stato versatile attore di prosa. Dove esordì Birmingham Repertory Theatre con gli shakespeariani "Machbet", "Re Lear" ed "Enrico IV" sotto la direzione di Charles Laughton.
Alll'inizio degli anni sessanta, sodale della generazione degli "arrabbiati" è "Billy il bugiardo" di Hall Waterhouse e "Lutero" di Osborne. Seguiranno, "L'ultimo addio di Armstrong" di Ardene "Black Comedy" di Shaffer, rappresentati con successo al Festival di Chicheser. Valorizzato dagli autori del "free cinema", cinque volte candidato all'Oscar ma restio alle pubbliche celebrazioni, Finney (che si tolse lo sfizio della regia dirigendo da giovane il film "L'errore di vivere"), è poi approdato all'Olivier Theatre di Peter Hall, solennizzando i ruoli di "Tamerlano il grande" di Marlowe e di nuovo "Machbet", in edizione anni novanta. Nel suo repertorio non era mancato, ovviamente, un apprezzato e molto replicato "Amleto".

Ultima modifica il Martedì, 12 Febbraio 2019 06:21

Iscriviti a Sipario Theatre Club

Il primo e unico Theatre Club italiano che ti dà diritto a ricevere importanti sconti, riservati in esclusiva ai suoi iscritti. L'iscrizione a Sipario Theatre Club è gratuita!

About Us

Abbiamo sempre scritto di teatro: sulla carta, dal 1946, sul web, dal 1997, con l'unico scopo di fare e dare cultura. Leggi la nostra storia

Get in touch

  • SIPARIO via Garigliano 8, 20159 Milano MI, Italy
  • +39 02 31055088

Questo sito utilizza cookie propri e si riserva di utilizzare anche cookie di terze parti per garantire la funzionalità del sito e per tenere conto delle scelte di navigazione. Per maggiori dettagli e sapere come negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie è possibile consultare la cookie policy. Accedendo a un qualunque elemento sottostante questo banner si acconsente all'uso dei cookie.

Per saperne di più clicca qui.