martedì, 21 novembre, 2017
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Un ballo in maschera da Verdi al nero. -di Errico Centofanti

La Sala Rossa del Teatro con le macerie della volta affrescata La Sala Rossa del Teatro con le macerie della volta affrescata

Un ballo in maschera da Verdi al nero
di Errico Centofanti

È un trattenimento danzante – dicono i dizionari – con la partecipazione di persone rese irriconoscibili dalle maschere indossate sul viso. Un che d'innocuo, apparentemente, se il pensiero va al ballo in maschera del Don Giovanni di Mozart-DaPonte, oppure d'inquietante, se viene in mente quello che nel 1999 Kubrik compone in Eyes Wide Shut per la sua reinvenzione del Doppio sogno di Schnitzler. E la maschera, poi, non di rado allude a una finzione ipocrita, a chi, al riparo d'un viso di bambola, alleva vermi.
Era stata la magnificenza scenica d'un ballo in maschera, cento e quarantaquattro anni fa, a patrocinare il primo levarsi di sipario, mentre adesso è la trivialità inscenata da un altro e ben diverso ballo in maschera che quel medesimo sipario rinserra a tempo indeterminato. Il sipario è quello del Teatro Comunale dell'Aquila e l'avversa sorte che non da oggi molesta l'intera casa abitata da quel sipario affonda le radici in tempi e luoghi remoti.
Mentre l'Europa è scossa dagli sviluppi della Rivoluzione Francese, che sta virando verso l'abolizione della monarchia e gli anni del Terrore, a Stoccolma, nel corso di un gran ballo in maschera, decenni di contraddittorie vicende istituzionali e politiche culminano nell'assassinio del re Gustavo III. Era il 1792 e quarant'anni dopo Eugène Scribe e Daniel Auber assumono il regicidio svedese a motore creativo per la loro opéra historique "Gustave III". Scorrono un po' d'anni e il medesimo soggetto prende a vagabondare nella mente di Giuseppe Verdi.
Le cose si muovono nel 1857. Verdi propone la sua idea al San Carlo di Napoli, ma un profluvio di traversie fa slittare tutto. Pure i censori si frappongono, perché in tempi di nuovi e dilaganti fermenti rivoluzionari un regicidio in scena rischia di far esplodere situazioni già fin troppo effervescenti. Finalmente, l'opera debutterà a Roma il 17 Febbraio del 1859, però con l'ambientazione traslata dalla reggia svedese al governatorato di Boston, l'azione anticipata alla fine del Seicento, il titolo deprivato del nome del re e i manifesti annuncianti Un ballo in maschera.
Ancora nel 1857 si svolge all'Aquila la cerimonia per la posa della prima pietra di quello che sarà il Teatro Comunale. Però, a differenza del Ballo in maschera, che tra il suo affiorare sul pentagramma e il suo farsi in scena vede scorrere meno d'un anno e mezzo, per il primo levarsi del sipario nel nuovo teatro di anni ce ne vogliono sedici. S'arriva al 14 Maggio del 1873 e per un ghiribizzo della Storia l'opera inaugurale è quella stessa la cui ideazione primigenia era affiorata in Verdi contestualmente alla posa della prima pietra del nuovo teatro, cioè Un ballo in maschera. Sardonica vendetta della Storia: dal secondo Novecento, pur, giustamente, restando immutato il titolo ormai celebre, ogni messinscena del Ballo in maschera, in qualunque parte del mondo, ripristina ambientazione e ruoli storici: "Riccardo, conte di Warwich, governatore di Boston" torna a essere "Gustavo III, re di Svezia".

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L'ottocentesco Teatro Comunale dell'Aquila prima del terremoto del 2009, con i due corpi in cemento armato che nella seconda metà del Novecento ne hanno irrigidito le strutture laterali

L'avversa sorte

A volerne decifrare l'avversa sorte con l'astrologia, la cartomanzia o qualsiasi altra tra le innumerevoli pratiche divinatorie, c'è da star sicuri che il Teatro Comunale dell'Aquila guadagnerebbe i galloni di grande attrattore d'afflizioni, nonostante ne resti solidamente attestata la carriera di gran dispensatore di fortuna a beneficio di quanti vi hanno esibito sapienza e raccolto applausi nel suo secolo e mezzo di vita.
L'avversa sorte prende a imperversare fin dal concepimento del programma edificatorio. Ben prima d'arrivare a metà dell'Ottocento, cominciano a fluttuare conversazioni, appunti e lettere che raccontano della necessità di fabbricare un nuovo teatro. Infatti, il San Salvatore, funzionante fin dal Seicento all'interno dell'ospedale fondato da San Giovanni da Capestrano, futura sede della Scuola De Amicis, risultava inadeguato a fronte delle mutate esigenze sceniche e di capienza, mentre nel 1851 la bellissima Sala Olimpica, ricavata in quella che era stata casa monastica degli Agostiniani e sarebbe poi diventata quartier generale della Prefettura, era sciaguratamente già in via di demolizione.
L'abbattimento della Sala Olimpica, «ove si rappresentavano azioni drammatiche, si davano concerti, si pronunciavano discorsi ed altre manifestazioni ricreative dello spirito e dell'intelletto», era stato voluto dell'intendente della Provincia, «il quale per scrupolo religioso, non poté vedere conciliato un sito dedicato ai divertimenti vicinissimo all'altro ove si aduna la preghiera, cioè il tempio di Sant'Agostino». Altra sardonica vendetta della Storia: dopo poco piú d'un secolo, sarà proprio il sito "ove si aduna la preghiera", cioè proprio l'aula ecclesiale di Sant'Agostino, a diventare una sala teatrale.
Tra tentennamenti e rinvii di vario genere, per il nuovo teatro arriva finalmente il momento di scegliere l'ubicazione e chiamare al ruolo di progettista l'architetto Luigi Catalani.
È il 28 Ottobre del 1854, allorché si procede all'esproprio del terreno incassato tra la Basilica di San Bernardino e il fabbricato sorto dov'era la Chiesa di Santa Maria d'Intervera, che poi sarebbe stato sede di Carabinieri e successivamente di facoltà universitarie. Un esercito di sterratori comincia súbito a preparare il sito, i cui materiali di risulta vanno a formare la base del terrapieno destinato a sostenere quella bestemmia estetica e urbanistica che sarà la strada di collegamento tra il convento dei Cappuccini, poi dimora del Consiglio Regionale, e la spianata antistante la Basilica di Collemaggio.

La morsa del cemento

L'avversa sorte lascia procedere lentamente il cantiere: solo nel 1857 giunge l'ora della gran cerimonia per la posa della prima pietra. L'architetto Catalani segue con cura i lavori, che tuttavia stentano sempre piú, fino a impaludarsi negli incombenti eventi epocali: l'Unità d'Italia, con i suoi prodromi e i singulti del primo decennio, blocca tutto e poi ritarda la ripresa. Nel frattempo, il nascente Comunale perde anche il suo condottiero, perché Catalani, sebbene con solo cinquantotto primavere sulle spalle, esce di scena nel 1867. Gli subentra l'ingegnere milanese Achille Marchi, che apporterà qualche marginale modifica al progetto originario.
Dopo il ballo in maschera delle lungaggini che separano per piú di vent'anni il concepimento e l'inaugurazione dell'opera, le disavventure edilizie del Comunale sembrano inesauribili. Non trascurabili rimaneggiamenti sopraggiungono nel 1928 congiuntamente all'installazione del primo impianto di riscaldamento, poi nel 1932 per aggiustamenti di vario genere, ancora - e quanto mai estesamente - nella seconda metà degli anni Cinquanta. Successivamente, la lunga quiescenza del palcoscenico dal 1983 al Febbraio del 1990 per la tornata di lavori d'ammodernamento e adeguamento tecnologico vissuta in Italia da gran parte delle sale di spettacolo a seguito del tragico incendio divampato nel Cinema Statuto di Torino.
Parallelamente, s'era messa mano all'edificazione, negli anni Sessanta, dell'ossatura del Ridotto con gli ambienti adiacenti e poi, negli anni Ottanta, al completamento dell'uno e degli altri nonché alla costruzione, sul fianco opposto al Ridotto, della torre per i nuovi camerini degli artisti.
Stretta nella morsa del cemento armato, innalzato all'esterno in destra e in sinistra e largamente disseminato all'interno, la solida muratura ottocentesca, che non aveva fatto una piega sotto il botto sismico del 1915, avrebbe mai potuto fare a meno della ciliegina sulla torta venuta con le disgrazie apportate dal terremoto del 2009? Non ne fece a meno e infatti collassò gravemente in molteplici punti, pur riuscendo a mantenersi complessivamente in piedi.
L'ennesima manifestazione dell'avversa sorte prodottasi con il ballo in maschera inscenato da Madre Natura avrebbe potuto costituire l'occasione per porre riparo non solo ai danni sismici ma anche ai malsani frutti di tante precedenti disgrazie. Tra l'altro, avrebbe potuto concorrere a restituire pace ai poveri resti dell'architetto Catalani. Invece, no.

L'ampia scala

Da quando le ossa di Catalani giacciono nel sottosuolo napoletano, mai esse erano state scosse finché, nel 2012, appare l'oltraggio telematico digitato nel sito www.fondazionecittaitalia.it. CittàItalia è un autorevole organismo che tra le sue finalità annovera quella di «progettare e realizzare interventi di recupero, restauro e valorizzazione del patrimonio artistico e culturale italiano». Guidata da personalità di assoluto prestigio, come Giuseppe De Rita e Alain Elkann, CittàItalia s'era resa promotrice di una raccolta fondi per supportare il recupero post-sisma di alcuni beni culturali aquilani. Tra questi, c'era il Teatro Comunale, a proposito del quale il sito di CittàItalia affermava: «la facciata del teatro e lo scalone marmoreo sono caratterizzati da un perfetto stile neoclassico; l'edificio, di pregevole fattura, è impreziosito dall'ampia scala di accesso alla sala».
Ora, il buon Catalani, professore di architettura, autorevole storico dell'arte e architetto municipale di Napoli, mai avrebbe potuto concepire un orrore qual è quell'excelsior da boutique della bistecca o da residenza di un sodale di Al Capone che è lo "scalone marmoreo" o "scala di accesso alla sala" troneggiante nell'atrio. Assolutamente falso! Lo scalone che "impreziosisce" l'edificio con quella sua erta di tre gelide rampe parallele è un'artificiosa superfetazione, strutturalmente incongrua, artisticamente inconsistente, in alcun modo storicizzabile, sulla quale s'è dovuto arrampicarsi dal Dicembre del 1957, cioè da quando il Comunale venne riaperto dopo i lunghi lavori di restauro e "ammodernamento" finanziati come riparazione dei danni inferti, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, prima dalle truppe tedesche e successivamente da quelle inglesi.
I lavori di ripristino post-terremoto apparivano pensati per rimediare anche a diverse delle afflizioni fin qui intervenute. Si sperava di pervenire anche a restituire pace alle ossa dell'architetto Catalani, ripristinando la perfetta acustica della sala grande e la leggiadra scala che noi antichi ben rammentiamo essere esistita nell'atrio fino a prima dei "modernamenti" completati nel 1957.
La critica riconosce a Luigi Catalani le opere di maggior rilievo nel rifacimento neoclassico del Teatro Mercadante di Napoli e nella successiva creazione del Comunale dell'Aquila, tributandogli inoltre gran lode per «la scala, di bellissima architettura» costruita nell'antica chiesa napoletana della Natività di Gesú quando, nel 1852, ne aveva curato per l'Ordine dei Serviti il rimodellamento in funzione della nuova destinazione a Chiesa dell'Addolorata alla Duchesca. Insomma, Catalani era uno che di scale se n'intendeva, oltre che di teatri. Tant'è che la scala del Comunale, a due rampe convergenti sull'ambulacro d'accesso alla platea, impreziosita dalle ringhiere in fusione di cui permane l'esempio nelle superstiti chiocciole di servizio, offriva un armonioso stilema di sobria eleganza.

I guerrieri amiternini

Accanto al ripristino della scala originaria, sarebbe non meno meritorio il risarcire l'altro, e ancor piú fondamentale, aspetto dell'egregia opera di Catalani, cioè l'acustica della sala grande, gravemente manomessa, sempre a seguito degli interventi conclusi nel 1957, con il cemento armato profuso nell'impiantito, con i pretenziosi tendaggi appiccicati alle paretine di fondo dei palchi e con l'occlusione del vasto ambiente sottostante la platea, progettato per fungere da cassa di risonanza.
E il sipario "con tiro in seconda", cioè "a caduta"? Lo si restaurerà e lo si richiamerà in servizio, dopo piú di mezzo secolo d'inerte arrotolamento su se stesso? Non si tratta di una stoffaccia qualsiasi, ma di un'autentica opera d'arte e di un prezioso pezzo di storia. Dipinto dal boemo Franz Hill poco prima del 1820 per la Sala Olimpica, dopo la demolizione di questa venne espressamente destinato al reimpiego nell'edificando Comunale. Hill non era uno qualunque: apparteneva alla schiera internazionale di raffinati artisti e artigiani che furono di casa nella corte napoletana e fu autore, tra l'altro, di pregiati affreschi nella Reggia di Caserta, come il Minerva che protegge Telemaco dai dardi di Cupido nella volta della prima anticamera di Murat, il Baccanale nella volta del salotto di Francesco II e i ritratti reali nella Sala di Compagnia. Nei piú di cento mq del sipario, Hill ha raccontato con delicata maestria un antichissimo episodio di storia patria: la vicenda del Libro VII dell'Eneide riguardante i guerrieri amiternini che affiancano Turno contro Enea.
Con gli interventi da farsi post-sisma, sarebbe stato possibile arrivare a una svolta che liberasse il Comunale dal destino di grande attrattore d'afflizioni. Perfino quanto al come chiamarlo non c'è stata requie: nel 1857, alla posa della prima pietra, venne annunciato che il nome sarebbe stato "San Ferdinando", in ossequioso omaggio al Borbone di turno sul trono napoletano; nel 1860, a Regno d'Italia appena proclamato e a cantiere ancora in sonno, si proclamò il mutamento in "Teatro Vittorio Emanuele"; nel 1873, quando finalmente l'opera era compiuta, si optava per il definitivo "Teatro Comunale". Poi, nell'infelice stagione dei governi municipali di destra di fine Millennio, la mossa, provvidamente mai acquisita come una cosa seria, d'intitolarlo a Nazzareno De Angelis, superlativo basso lirico, senz'ombra di dubbio, ma persona esente da qualsivoglia civica benemerenza. Reboante fascista, però.
Niente di piú giusto che la denominazione resti semplicemente qual è, seguitando a indicare ex toto corde l'appartenenza del Comunale all'intera comunità di cui è uno dei conclamati simboli identitari. Tanto meglio se i lavori di ripristino, recuperando la bella scala e l'inappuntabile acustica inventate da Luigi Catalani, perverranno un giorno a irretirne l'avversa sorte e a restituire pace a quelle venerabili ossa ricoverate all'ombra del Vesuvio. Questo, però, rimane per ora non molto piú d'un sogno a occhi aperti.

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Un dettaglio della sala grande del Teatro come si presentava all'inizio dei lavori di restauro post-sisma.

Il sole nero

Non serví la luce del giorno, né il canto del gallo: quella notte finí comunque alle 03:32. Era il 6 Aprile del 2009 e a finire fu la notte astronomica, ingoiata dal tragico risveglio dei sopravvissuti. La notte immateriale, quella no, ancora non è finita. Era dal 1765, l'anno di Lisbona, che un terremoto non devastava in Europa un centro storico altrettanto vasto e pregiato. Tanti scavavano, tra le macerie dell'Aquila, per far riemergere salme, vite salvate e opere d'arte. Altri tanti, dalle Alpi alla Sicilia, svegliati dai tremori della Terra e dal tam-tam mediatico, sghignazzavano affilando i denti in vista delle succulente ruberie da mungere tra gli appalti che presto non avrebbero mancato di diluviare.
Cosí, prende il via l'ennesimo ballo in maschera intorno al Teatro. Aggiudicazione dell'appalto con un allarmante ribasso d'asta. Lievitazione dei preventivi di spesa da 5 a 13 milioni di euro. Sospetti circa la mancanza di preliminari verifiche geologiche e antisismiche. Tre imprese che si susseguono nella conduzione dei lavori, la prima di Arezzo, la seconda di Forlí e infine una di Altamura. Sospetti di accordi corruttivi tra imprese e funzionari pubblici. Interrogativi sull'affidabilità statica della struttura in relazione a invasive varianti in corso d'opera. La Procura della Repubblica e i Carabinieri lavorano per focalizzare nomi e cognomi di quanti conducono il ballo in maschera: intercettazioni, indagini, interrogatori, arresti, provvedimenti d'interdizione dal lavoro, trentacinque persone indagate.
Il Teatro, luogo massimamente rappresentativo della creatività artistica, che è antica vocazione e perdurante ragion d'essere civica e civile dell'Aquila, grazie all'andazzo confusionale e malsano di burocrati e governanti, d'ogni colore e livello, è ormai, allo stato dei fatti, un sole nero incombente sulla notte immateriale della città, stralunata dal terremoto e da una ricostruzione deprivata del pensiero comunitario e di tensione immaginativa.
Anche in ragione di questo contesto distratto e svogliato, il Teatro, dopo un tardivo e controverso avvio delle opere di consolidamento e restauro, versa adesso in un disperante stato comatoso: l'ultimo ballo in maschera, imbastito a base di magheggi sugli appalti, opacità progettuali, controversa conduzione dei lavori e sensazioni d'infiltrazioni criminali, lascia intravedere pesanti incertezze circa tempi e qualità dei lavori risanatori. Un inciampo, questo, che del Teatro perpetua il garbuglio d'avversità, lasciandone intravedere in filigrana l'inevitabile appartenenza a quella metafora della vita, gaudiosa e tormentosa, che è la Storia dello Spettacolo.

Ultima modifica il Giovedì, 07 Settembre 2017 00:31

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