giovedì, 23 novembre, 2017
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Lahav Shani con la Rotterdams Philarmonisch Orkest al Festival di Ravello

Lahav Shani. Foto Marco Borggreve Lahav Shani. Foto Marco Borggreve

Lahav Shani con la Rotterdams Philarmonisch Orkest al Festival di Ravello

Sarà stata l'aria americana sul mare che si allontana e si avvicina a Ravello, sarà stata la follia creativa di Lahav Shani ma il concerto che ha tenuto con la Rotterdams Philarmonisch Orkest al Festival di Ravello è stato un vero tratto rosso che accomuna culture sulla soglia di un fine paradiso terrestre. Questo perché coniugare il luogo all'ascolto è sempre di fondamentale importanza. Sarà per questo anche che Ravello rimane uno dei rari festival di estrema bellezza ed eleganza. Le scelte di Alessio Vlad sono state molto convincenti soprattutto per la qualità dei musicisti invitati. Pertanto Shani, notissimo come pianista virtuoso, ha incantato il pubblico e condotto l'ascolto a cime altissime di piacere. Partendo con una composizione molto impegnativa come la Seconda Sinfonia di Kurt Weill, Shani ha aperto il linguaggio del suo discernere alla musica del '900, particolarmente vicina alle tendenze moderniste americane. E' vero che Weill è un compositore tedesco ma quando scrive la Seconda Sinfonia è già profugo a Londra e da lì si sposterà definitivamente a New York dove poi morirà nel 1950. Weill è già novecento ma è già moderno nel suo scrivere, certamente attento agli sviluppi sorprendenti avviati da Schoenberg, pur mantenendo un linguaggio "riconoscibile", stana il ritmo, quello che sarà alla base di molta scrittura del modernismo del secolo scorso. Infatti nella sinfonia proposta da Shani l'elemento che sorprende è proprio quello ritmico, con una evidente predisposizione per il colore. Partitura molto difficile, complessa e soprattutto diversa da tanta scrittura dei primi del novecento. Shani, non senza difficoltà riesce a rendere la partitura di Weill come proiezione a quello che sarà la sua visione americana del novecento, approdando così alla Rhapsody in Blue di George Gershwin per pianoforte e orchestra. Nella doppia vesta di pianista e di direttore, Shani si è trovato in un agio migliore e significativo. A parte la gestualità non sempre concreta, Shani punta a rendere la partitura come un caleidoscopico trait d'union fra i linguaggi vari del novecento. E' evidente come Gershwin nel 1924, anno di composizione della Rhapsody, voglia stupire il mondo di una sola faccenda, ovvero far comprendere come possa convivere un linguaggio "classico" con quello jazz. L'impresa come si sa, fu ampliamente ripagata da un enorme successo della composizione, alla quale, lo stesso Gershwin rimise mani e soprattutto creò una nuova orchestrazione prima di procedere a scrivere una seconda Rhapsody nel 1931. Lahav Shani ha dalla sua una grandissima forza creativa e conduce l'orchestra in un vortice di estrema ritmicità coniugata ad un colore insolito, meno lezioso, meno romantico anche nel tema melodico scritto da Gershwin. La sua è una conduzione molto interessante e vicina all'idea originaria della stessa Rhapsody. Dove però la congiunzione fra classico e jazz trova il suo punto di forza è in Leonard Bernstein, forse il vero prosecutore dell'idea gershwiniana. Di Bernstein Shani ha proposto una lunga suite di danze, ovvero uno spaccato da quell'opera di ritmicità e modernismo che è West Side Story. In questa espressione di sicurezza Shani si è quindi mostrato molto forte; la lettura delle pagine di Bernstein è chiarissima ed il gesto scorre senza tema di sbaglio. L'orchestra segue il proprio direttore, esplodendo in una esecuzione di colori e di virtuosismi atti a rendere una delle opere più popolari del '900 americano. Bernstein è stato fortemente determinante per comprendere quello che è avvenuto nella musica occidentale dopo Schoenberg. Bis ovviamente Bernstein e la travolgente Sinfonia da Candide.

Marco Ranaldi

Ultima modifica il Domenica, 27 Agosto 2017 14:49

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