mercoledì, 22 novembre, 2017
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"Teatro della Brigata", a Livorno - lo spettacolo di fine corso del terzo anno di teatro

Teatro della Brigata,  Livorno Teatro della Brigata, Livorno

Livorno – L'ultimo anno del Teatro della Brigata porta in scena quasi interamente il "Kvetch" di Steven Berkoff arricchito con gli intermezzi di "Al bar" e "Figura materna" di Alan Ayckbourn.
Un lavoro eccellente quello interpretato dalle attrici e attori in erba del teatro livornese, che trasmette chiaramente il messaggio che i due autori contemporanei vogliono affermare.
Entrambi, infatti, seppur con stili diversi, denunciano l'ipocrisia umana, il doppiogiochismo dei rapporti sociali, la povertà dell'umanità, il nascondere il proprio io più intimo pur di essere accettati, più "acre" il modo del primo, più sottile quello del secondo.
L'accettazione è il filo conduttore che lega queste straordinarie opere, Frank, Donna, Al, la madre di Donna, tutti loro ricercano un'accettazione, chi di tipo sociale, chi di tipo familiare. Nella ricerca dell'accettazione però si denota un rifiuto meccanico poiché questo duo per i personaggi significa nel caso dell'accettazione indossare una maschera, nel secondo mostrare il vero io.
In una realtà distorta che però è quella che spesso viviamo intrecciando rapporti è questa forse una delle descrizioni più crudelmente limpide a cui lo spettatore può assistere.
Questa è la finzione diventata realtà per loro stessi, un gioco perverso insito dentro di loro e nei rapporti che intessono che però non sembra potersi dissolvere.
Tale filo si ritrova in vesti più sottili, quasi delicate, ma talvolta inquietanti in "Figura materna" in cui la protagonista riesce a irretire una coppia che preoccupata per i suoi atteggiamenti pensa di trovarsi di fronte a una mente fragile, per poi scoprirsi essa stessa debole; infatti attraverso atteggiamenti materni la protagonista riesce a far venir fuori nella coppia atteggiamenti e identità fanciulleschi, dei veri e propri adulti trasformati da bambini.
Tale messaggio poi ritorna più prepotentemente e amaramente nel protagonista de "Il bar", un uomo che non riesce a vendersi, o per meglio dire "svendersi", al minor prezzo possibile, creando egli stesso un circolo che lo devasta sempre di più fino a portarlo a essere sì un venditore, ma della propria dignità, pur di raccogliere qualche briciola di affetto, che non riesce comunque a ottenere.
Accompagnano la prestazione teatrale una scenografia semplice, ma non sterile, che viene sfruttata in maniera tale che lo spettatore concentri l'attenzione sui personaggi, sulla loro introspezione, espressa nel "Kvetch" con rapidi cambi di luce e coordinazioni davvero precise.
In conclusione lo spettatore non può non alzarsi senza porsi delle domande e con un sorriso amaro, soddisfatto sicuramente dello spettacolo, chissà di se stesso.

Matteo Taccola

Ultima modifica il Domenica, 16 Luglio 2017 06:24

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