mercoledì, 29 marzo, 2017
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Il sipario del Teatro "Selinus" dipinto da Gennaro Pardo di David Camporeale

Teatro “Selinus” di Castelvetrano Teatro “Selinus” di Castelvetrano

Il sipario del Teatro "Selinus" dipinto da Gennaro Pardo
di David Camporeale

A Castelvetrano, l'élite intellettuale che aveva preparato e condotto la "Rivoluzione" del 1860, partecipando da protagonista con i suoi esponenti, e precipuamente con fra Giovanni Pantaleo, all'impresa di Garibaldi per l'unità nazionale, volle dare concreta attuazione ai princìpi ispiratori del Risorgimento ponendo la cultura al centro del processo di rinascita morale e civile del popolo.

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Si scelse significativamente di ubicare il nuovo Teatro nello spazio antistante il palazzo principesco dei Tagliavia Aragona, i vecchi signori feudali della città, e nel luogo stesso in cui sorgeva la modesta locanda in cui di notte Goethe vide brillare, attraverso un'apertura del tetto, una splendida stella, assunta come auspicio di un luminoso avvenire.

Il progetto dell'opera venne affidato all'insigne architetto neoclassico Giuseppe Patricolo, che ebbe tra i suoi collaboratori gli scultori Mario Rutelli, Antonio Ugo e Leonardo Croce, e si ispira all'architettura dorica di Selinunte non solo per i canoni formali ma anche per la tecnica realizzativa, che utilizza blocchi di pietra calcarea perfettamente lavorati e montati a secco.

Il Teatro "Selinus", completato nel 1910, ha il suo più prezioso ornamento nel grande Sipario, commissionato nel 1906 dall'amministrazione comunale al pittore Gennaro Pardo, per il quale l'artista riprese il soggetto di Empedocle tra i Selinuntini, già utilizzato per l'opera esposta nel 1904 alla XXXII Promotrice "Salvator Rosa" di Napoli.

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Gennaro Pardo (Castelvetrano 12 aprile 1865 – 4 settembre 1927), artista formatosi alla scuola di Francesco Lo Jacono a Palermo, di Domenico Morelli e Filippo Palizzi a Napoli, già pienamente apprezzato per le sue splendide realizzazioni, era certamente la personalità più idonea per affrontare la sfida di un'opera tanto impegnativa, che nell'intento della committenza avrebbe dovuto altresì assolvere la funzione di perpetuare l'idea stessa da cui era sorto il teatro: quella di "tempio della cultura", in cui la comunità era chiamata a celebrare, come nelle liturgie drammatiche dell'antico teatro greco, i valori perenni della civiltà umana.

Il Pardo scelse così di rappresentare l'episodio dell'ingegnosa bonifica del territorio di Selinunte dalle esiziali paludi mefitiche ad opera del taumaturgo Empedocle di Agrigento, volendo con tale soggetto spronare i suoi concittadini ad acquisire una maggiore consapevolezza della propria tradizione storica, ad uscire fuori dalla perniciosa situazione stagnante in cui da secoli versavano, affrontando con rinnovato impegno l'annoso problema della questione meridionale, e a farsi protagonisti della rinascita siciliana, confidando nella possibilità, che la storia dimostra sempre aperta, di superare con l'impegno e l'intelligenza qualsiasi difficoltà.

L'opera, dipinta su un telone rettangolare di metri 10x7, si presenta come una vasta e ariosa composizione che ricrea fedelmente, con rigore filologico, l'evento tramandato dalle fonti storiche, riportando tutte le notazioni topografiche e paesaggistiche da esse evinte, tuttavia rese con toni luminosi e freschezza espressiva; giganteggia su tutte le figure quella del filosofo agrigentino, che appare a sinistra della composizione con la sua tunica purpurea, come circonfuso da un'aura divina, per ricevere il solenne tributo di devota gratitudine dai Selinuntini, che lo osannano per la grandezza dell'impresa compiuta in loro favore.

Nella scena del sipario essi banchettano presso il fiume che scorre nella depressione sottostante l'acropoli, i cui templi, ben visibili sullo sfondo, sono stati ricostruiti dal Pardo con perizia non minore di quella mostrata dall'Hulot nelle tavole della monografia Selinonte, pubblicata nel 1910 a Parigi per i tipi di Charles Massin; in Diogene Laerzio (VIII, 69) si legge infatti: «Scoppiata una pestilenza fra gli abitanti di Selinunte per il fetore derivante dal vicino fiume, sì che essi stessi perivano e le donne soffrivano nel partorire, Empedocle pensò allora di portare in quel luogo a proprie spese le acque dei due fiumi vicini: con questa mistione le acque divennero dolci. Così cessò la pestilenza e mentre i Selinuntini banchettavano presso il fiume, apparve Empedocle; essi balzarono, gli si prostrarono e lo adorarono come un dio».

Il paesaggio naturale è, come sempre nelle realizzazioni del pittore, rappresentato con sensibile attenzione, descrivendo con cura la ricca e variegata vegetazione, con le alte palme, i folti arbusti e l'erba rigogliosa brucata da due pecorelle, che simboleggiano la ritrovata salubrità dell'ambiente; ed è mirabile il modo con cui l'artista riesce a restituire, per mezzo di sottili nuances, la cangiante atmosfera del clima costiero isolano, la cui aria, ora più tersa, ora più umida, conferisce diversissimi aspetti ai vari elementi.

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Rispetto ai primi bozzetti, si nota nel sipario ultimato una minore libertà e spontaneità di linguaggio, ed una più accondiscendente applicazione degli stilemi del Morelli, in gran parte dovuta alla necessità di assecondare i gusti della committenza, saldamente ancorata alla cultura figurativa più tradizionale e poco disposta ad accettare un'arte che si distaccasse dai modelli canonici.

Lo scarto tra l'idea originaria e l'esecuzione finale testimonia il forte dissidio interiore che l'artista certamente avvertì nel doversi uniformare ad una visione che non era prettamente la propria; infatti il Pardo, pur mantenendosi sempre opportunamente distante dalle stravaganze delle avanguardie d'inizio secolo, dipingeva con una particolare genuinità d'espressione, tanto più autentica quanto più indipendente dai modelli accademici.

L'opera finita costituisce, comunque, una pregevole testimonianza dell'arte pardiana, e arricchisce degnamente il fasto neoclassico del Teatro "Selinus", ponendosi, per il significato storico dell'episodio narrato, e per il valore della sua traduzione pittorica, come una delle più pregnanti espressioni della cultura figurativa del primo Novecento.

Ultima modifica il Venerdì, 03 Febbraio 2017 20:03

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