domenica, 30 aprile, 2017
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LA RIFORMA FRANCESCHINI - UN ATTO CAPESTRO O UNA RIVOLUZIONE? QUESTO È IL DILEMMA! di Mario Mattia Giorgetti

Dario Franceschini Dario Franceschini

Parafrasiamo. "C'è qualcosa di marcio in Danimarca", diceva il giovane Amleto, guardando gli accadimenti nel castello di Elsinore.
"C'è qualcosa di losco a Roma in Piazza Gerusalemme, nella sede della Divisione Prosa del Ministero", dicono altri giovani Amleti, digrignando i denti, e molti operatori teatrali attempati mormorano alla maniera di Polonio, in questi giorni, dopo aver appreso la rivoluzione, o riforma che dir si voglia, che è stata messa in atto dal ministro Dario Franceschini. Il Ministro, grazie ad una "strana" Commissione, presieduta da Luciano Argano, e composta da Oliviero Ponte di Pino, Roberta Ferraresi, Ilaria Fabbri e Massimo Cecconi (eletta da chi non è dato sapere; minata da probabili conflitti d'interesse per qualcuno, e altri sospettati di essere "ammanicati" a qualcun altro, secondo le voci raccolte), sotto il controllo del Direttore Generale Salvatore Nastasi, attualmente molto chiacchierato per le decisioni prese, ha potuto decretare i soggetti che rappresentano i Teatri Nazionali, i Teatri di riconosciuta validità culturale, battezzati "TRIC", e i Centri di produzione.
Quale è la motivazione vera, sincera, che ha determinato questa riforma se non quella di tagliare e concentrare le risorse economiche del FUS solo su certi soggetti, rispondenti a certi requisiti numerici, punendo di fatto, facendoli scendere di grado, altri teatri pubblici che hanno fatto la storia del teatro italiano dal dopoguerra in poi?
È stata varata una normativa indirizzata più ai parametri di quantità che a riconoscimenti di qualità, si dice. Lo spirito che anima la normativa, la filosofia, dicono ancora, è quella di escludere dalla divisione del FUS chi non ha rispondenza a quei numeri. Infatti, per ottenere il riconoscimento di Teatro Nazionale, secondo il bando lanciato dal Ministro Franceschini, i partecipanti dovevano possedere i seguenti requisiti: un bacino territoriale di pubblico sufficiente per realizzare 240 giornate recitative di produzione, con l'80% nella regione di pertinenza; 15.000 giornate lavorative in un anno; una sala a norma di legge con 1000 posti e una seconda sala con 500 posti; personale artistico coincidente al 50% con quello dell'anno precedente, almeno il 50% del personale amministrativo e tecnico assunto con contratto a tempo indeterminato; produzione annua di almeno due spettacoli di autori viventi, di cui uno di nazionalità italiana; ogni anno produzione o ospitalità di un minimo di due spettacoli di ricerca. Senza questi requisiti e numeri, anche trattandosi di teatri stabili storici di alto valore artistico e produttivo, si declassavano, automaticamente, nella categoria TRIC, con questi nuovi parametri: 160 recite, di cui il 60% nella propria regione; 6000 giornate lavorative; una sala a norma di legge di 400 posti e una sala di almeno 200 posti.
Senza questi requisiti diveniva Centro di Produzione. Questa strategia, non partorita certo dalla mente, tutta politica, del Ministro, ma suggerita da chi sta dentro da anni nel Palazzo, aveva come finalità quella di eliminare certe frange, piccole realtà teatrali che si abbeveravano anch'esse al FUS, per volere di antiche norme "ballerine" che i vari ministri, (Lagorio, Buttiglione, Tognoli, Bondi, Veltroni, Rutelli, e chi più ne ha più ne metta) succedutisi in questi ultimi anni, avevano avvallato.
In verità, si sostiene da molte parti, il volere della riforma è quello di fare una radicale "potatura", che, tra l'altro, era già stata fatta alcuni anni fa, voluta sempre dal Direttore Nastasi, col principio che tutti quegli organismi che ricevevano contributi inferiori a 30 mila euro, dovevano essere "segati", senza porsi il problema della qualità, della loro storia, della funzione svolta, della linfa energica e innovatrice che tali organismi offrivano al sistema teatrale, al pubblico.
E così, ribadiscono, è successo con questa riforma. È come se i responsabili del FUS avessero deciso di restringere il numero dei pretendenti, ricorrendo ai numeri, senza porsi il problema se sul piano culturale, creativo, e anche occupazionale, si facessero danni. E come abbiamo dimostrato nel numero precedente di Sipario le testimonianze raccolte tra gli addetti ai lavori hanno manifestato malcontento, disagio, preoccupazione.
Intorno alle decisioni della Commissione, inoltre, sono nate molte reazioni poiché la comunicazione del Ministero è stata molto ambigua. Infatti, nella prima circolare di febbraio il numero di Teatri Nazionali confermati era esatto, ben sette (Teatro Stabile della città di Napoli: Teatro Mercadante e San Ferdinando, Fondazione Emilia Romagna Teatro, Fondazione Piccolo Teatro di Milano-Teatro d'Europa, Fondazione Teatro Stabile di Torino, Teatro della Toscana che comprende Teatro La Pergola di Firenze e una realtà teatrale di Pontedera, Associazione Teatro di Roma, Teatro Stabile del Veneto – Carlo Goldoni), mentre i TRIC menzionati erano solo questi: Associazione Teatro Biondo Stabile di Palermo, Ente Teatro di Sicilia-Stabile della Città di Catania e il Teatro Stabile di Genova; dopo le polemiche e le proteste degli esclusi, cioè di quei soggetti riconosciuti da tempo pubblici, ecco il secondo comunicato di marzo che ricorre ai ripari annunciandone una ventina:
Teatro del Friuli Venezia Giulia, Associazione Teatro Bresciano, Marche Teatro di Ancona, Teatro dell'Elfo di Milano, Ente Teatrale Regionale Teatro Stabile d'Abruzzo dell'Aquila, Teatro Franco Parenti di Milano, Fondazione Teatro Due di Parma, Fondazione Luzzati Teatro della Tosse di Genova, Fondazione Teatro Piemonte Europa di Torino, Teatro di Bari (Teatro Kismet, Teatro Abeliano e Co &Ma), Teatro di Sardegna di Cagliari, Fondazione Teatro Metastasio di Prato, Ente Autonomo Teatro Stabile di Bolzano, Teatro Stabile Sloveno di Trieste, Teatro Stabile dell'Umbria di Perugia, Casanova Teatro di Roma (Eliseo).
Il tutto dava alla vicenda una connotazione "strana", losca, che i novelli Amleti avrebbero stigmatizzato con quella battuta che abbiamo menzionato in apertura d'articolo.
E adesso alcune considerazioni, in chiave ironica. In vista dell'Expo, i visitatori che dalle pagine dei giornali vorranno frequentare i Teatri Nazionali apprenderanno, per esempio, che la Toscana ha due teste nazionali una a Firenze e una a Pontedera, così per Napoli, ecc; una che offrirà un repertorio consolidato dal tempo e una che offrirà atti innovativi. Oppure scopriranno che teatri conosciuti da tempo in tutto il mondo, come lo Stabile di Genova, Catania, Palermo e altri, sono nella classifica dei TRIC (ripetiamo "teatri riconosciuti di valore culturale", perché prima cosa facevano, sollazzavano?).
Quel pubblico forse rimarrà un po' sconcertato, non trovate? Se invece un italiano si reca all'estero si accorge che i Teatri Nazionali assurgono a quel riconoscimento per la loro storia, per il loro repertorio, per la loro qualità, per il livello degli scritturati.
Altra considerazione: se già prima della riforma organismi pubblici e privati, riconosciuti economicamente, facevano giochi da prestigiatore per raggiungere il numero dei borderò richiesti con relative giornate lavorative connesse, figuratevi ora: dovranno fare salti mortali, e raccomandarsi al Santo Padre, per essere assistiti, per raggiungere i risultati richiesti. Chissà quante gabole nasceranno: frantumazioni di scritturati, recite fittizie, pubblico inventato, ecc. Conosciamo bene questo panorama, e chi sta dietro le scrivanie del Ministero ben sa. C'est la vie!
Inoltre, sapendo che durante il periodo estivo i teatri rimangono sempre chiusi, per dar spazio ai festival in regioni turistiche da sostenere e promuovere, cosa faranno i lavoratori assunti a tempo indeterminato dei Teatri Nazionali? Forse, si spera in un pubblico, che costretto dalla crisi a rinunciare a mare e montagna, vada a prendere refrigerio al chiuso di un Teatro Nazionale?
In questa riforma il Ministro Franceschini privilegia ancora una volta il sistema produttivo, anche se ridotto, anziché investire sui lavoratori dello spettacolo allargando il numero degli scritturati per dare un repertorio più sostanzioso e duraturo nel tempo, per dare più occupazione ai giovani talenti, che, guarda un po', spesso li trovi o all'estero in cerca di alternative, o dietro un banco di un bar, in attesa di qualche chiamata. C'est la vie!

Ps. Per fare 240 recite in un anno occorrerà programmare 20 recite al mese. Ciò è possibile considerando i riposi e i montaggi e gli smontaggi tra uno spettacolo e l'altro? E le prove quando saranno fatte? Abbiamo un pubblico sul territorio per coprire questo numero di recite? Quante produzioni un Teatro Nazionale potrà mettere in scena per svolgere le recite richieste? E poi, si dovranno raggiungere 15.000 giornate lavorative. Fate il conto di quante persone dovranno lavorare al mese e poi fateci sapere se questo è possibile. Speriamo, per il bene di chi lavora.
E per chiudere, le compagnie di giro dove andranno?
C'est la vie.

Ultima modifica il Sabato, 11 Aprile 2015 07:59

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