domenica, 24 settembre, 2017
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Luca Ronconi, il Teatro come Vita - di Mario Mattia Giorgetti

Luca Ronconi Luca Ronconi

Quando un uomo, minato da un male che lo perseguita da otto anni sottoponendolo a continue dialisi in ospedale, impedendogli libertà d'azione, indebolendolo, rendendolo consapevole che il traguardo è vicino, riesce a dire, in un momento in cui una broncopolmonite lo agguanta, "Non voglio morire, non voglio morire", stringendo le mani all'amico e corresponsabile della lunga avventura vissuta per 15 anni al Piccolo Teatro di Milano, Teatro d'Europa, significa solo una cosa: amare la vita, che il tempo non deve scadere, che ha ancora molte cose da dare, da fare.

Luca Ronconi ha fatto molto, poteva staccare la spina e dedicarsi alla sua persona, ai suoi affetti, al suo intimo privato. Invece no.
"Non voglio morire".
Il regista stavolta non ha potuto dettare la sua volontà, come succede quando si dirige un'opera, stavolta un regista maligno, improvviso, lo ha tolto di scena. Ce l'ha tolto di scena. Che orribile colpo di teatro, innestato proprio nel momento più alto del compimento del suo lavoro, quella messa in scena di Lehman Trilogy, che sta registrando il tutto esaurito e che porterà una qualità di partecipazione ricca di sentimento e di ammirazione, ad un uomo che al teatro ha dato la vita.
Con rischio creativo, stimolatore di un teatro da far vivere in spazi insoliti, Ronconi ha dato la vita. Ha dato sapere. Ha dato amore. Ha dato attenzione ai giovani. Li ha amati, perché da loro traeva energia, voglia di amore. Li ha messi in guardia.
"Io so di avere ottant'anni, di essere al punto di non ritorno, ma avverto che il "testimone" va portato avanti, avanti. A voi dò la responsabilità."
Questo è quanto diceva ai giovani.
Tanta era la sua generosità di offrire teatro, che spesso tracimava nei tempi, e alcuni si dileguavano dai suoi spettacoli.
Tanta era la sua voglia di "fare teatro" che sulle parole, isolate dal senso logico di un pensiero, costruiva sopra un meta linguaggio, gli dava spessore, forza, nuova intenzione. Le scolpiva.
Ha generato nuovi attori, ha dato lustro ad altri.
Ha dato senso al Teatro pubblico, impegnandolo in imprese che mai nessun impresario privato avrebbe affrontato.
Al Teatro pubblico ha dato, è vero, e ha anche ricevuto. Molte volte è stato alla testa di strutture teatrali pubbliche in cui svolgeva due ruoli: direttore e regista dei suoi progetti. Non badava a spese, inseguiva il suo progetto creativo. Lo imponeva. Ma stavolta il suo "non voglio morire" non è stato ascoltato. Rapito dal regno terreno, sopravviverà nel regno del Mito.
Grazie, Luca. Con te vicino, il teatro non tornerà indietro. La tua traccia sarà come la "balise" nel deserto dei nomadi. Ci guiderà.

Ultima modifica il Venerdì, 06 Marzo 2015 07:52

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