domenica, 26 marzo, 2017
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Registi a Convegno dal 24 marzo a Milano. Regia o non regia, questo è il dilemma...

Apriamo con alcune domande: qual è il motivo intimo per cui, oggi, per iniziativa privata, ci si debba interrogare sul ruolo del regista nella drammaturgia italiana ed europea, organizzando addirittura un festival sulla regia con tanto di convegno?
Abbiamo bisogno di esaminare, ridefinire la presenza del regista nell'evento teatrale?
Avvertiamo che il ruolo della regia sta mutando pelle? Una metamorfosi è in atto?
Occorre fare un punto fermo sulla sua funzione, positiva o negativa che sia, nella rappresentazione teatrale?
E' necessario in questo momento un dibattito del genere? Se sì, perché? Quali sono gli obiettivi? Ridare credibilità al teatro di regia, valorizzare la creatività dominante dei registi "talentosi" o ambiziosi?

Tante altre domande potremmo sollevare, ma ci limiteremo ad esprimere la nostra opinione sul "personaggio regista".
La figura del regista, dopo l'esperienza del capocomico di compagnia, che a suo modo era già un regista in pectoris, (ma si limitava solo a coordinare azioni e armonia recitativa tra gli attori, facendo convergere tutta l'attenzione sul mattatore-capocomico, principale interprete dell'evento), dal dopo guerra in poi, esattamente dal 1946, s'impone in Italia: la sua figura si inserisce tra il drammaturgo e l'attore, grazie anche all'onda affascinante di ciò che accadeva in Russia con Stanislavsky; il regista si rende responsabile di dare una valida estetica e una approfondita interpretazione del testo.
Il regista entra in campo anche in virtù del mutamento sostanziale del teatro: dall'impresariato, orientato al profitto, al teatro pubblico, che vuole essere un servizio d'arte per il pubblico.
Il regista si fa centro, vertice, protagonista del fatto teatrale; tutto verte su di lui: adattamento, drammaturgia, recitazione, allestimento scenografico, costumi, musiche, effetti, illuminazione. Tutto ciò è possibile, perché sostenuto dal finanziamento di Stato.
Si affermano grandi registi, quali gli italiani Giorgio Strehler, Luigi Squarzina, Luchino Visconti, Franco Zeffirelli, Giorgio De Lullo, Gianfranco De Bosio, Orazio Costa, Aldo Trionfo, tanto per citare quelli che ricordiamo.
Strada facendo anche il teatro privato, cooperativistico, sociale, fa appello alla figura del regista, ma da questo momento accade anche il fenomeno che molti attori affermati (Lavia, Mauri, Bosetti, Bene) rivestono il ruolo di registi, si fanno registi di se stessi, delle loro compagnie. Per ragioni economiche? Forse. Ma preferiamo pensare di no, ma solo per dare più spazio al proprio lavoro di attori, per difendersi da un ego, quello di alcuni registi, che non lavorano più per il pubblico, bensì per loro stessi, per la propria immagine. Si affacciano alla ribalta registi che non sanno niente di recitazione, che non sanno dare una intonazione, che non conoscono la sensibilità degli attori, capaci però d'intellettualizzare le proprie capacità creative- carezze per il proprio io- che trovano la compiacenza di alcuni critici interessati.
Questi registi, pur di emergere, s'inventano, a favore della compagnia di cui fanno parte, laboratori, stage, finalizzati ad una possibile messa in scena ; in verità, si tratta solo di un escamotage per non pagare prove ed evitare contributi assistenziali; e, a volte, per succhiare soldi a giovani attori desiderosi di entrare nel "giro". E poi questi registi, non tutti per fortuna, come camaleonti, si fanno anche drammaturghi, adattatori, riscrivono (con grave danno agli autori che vivono di teatro) testi ispirandosi ad altri testi, poiché hanno scoperto una nuova entrata, (da non far conoscere pubblicamente) quella dei diritti percepiti dalla SIAE. Se fate una ricerca presso la Dor della SIAE, li scoprirete tutti, anche nomi che non dovrebbero apparire per i ruoli pubblici che rivestono come direttori artistici; ma alcuni dei quali cavalcano il potere decisionale e si auto nominano registi e autori. Ecco il cambiamento di pelle di molti registi, della loro funzione; e tutto viene giocato sulla testa degli attori e dei veri autori. Anche loro, attori e autori, dovrebbero riunirsi in convegno per rendere dignità alla propria professione che subisce di stagione in stagione il degrado.
Speriamo che questo convegno-festival della regia, dal 24 al 25 marzo, nella sala conferenze di Palazzo Reale di Milano e il 26 alla Spazio Oberdan a cui parteciperanno registi, attori, critici, studiosi, rappresentanti di università, porti un nuovo vento, possa sollevare discussioni e risposte per ridare giustizia e dignità all'autore, al regista, all'attore, al pubblico. Al teatro, insomma.

Mario Mattia Giorgetti

Ultima modifica il Mercoledì, 05 Marzo 2014 09:17

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