lunedì, 16 ottobre, 2017
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WELLINGTON, "PALCOSCENICO" PER ATTORI LIBERI E SPONTANEI

Te Papa, museo nazionale della Nuova Zelanda Te Papa, museo nazionale della Nuova Zelanda

WELLINGTON, "PALCOSCENICO" PER ATTORI LIBERI E SPONTANEI

Immaginate la città di Wellington come un grande palcoscenico, immerso su di una zattera di nome Nuova Zelanda, che galleggia in mezzo all'Oceano Pacifico. Lontano da tutti, lontano dal mondo, esposta alle intemperie del tempo. Cosa fanno coloro che per diversi motivi si trovano su questo palcoscenico, la cui scenografia è costituita da filari di ristorantini, di ogni specie: indiani, coreani, cinesi, neozelandesi; vetrine di abiti semplici semplici, di calzature comode comode, negozi cinesi ricchi dove si trova di tutto, case in stile coloniale che si confrontano con grattaceli tutto acciaio e vetro; insegne colorate, semafori con multi frecce, accompagnato da pioggia, vento e freddo settembrino?
Ecco, questo è il palcoscenico, dove ognuno è un libero attore sia per varietà di costume che di etnia: chi è eccessivamente coperto con giubbotto imbottito e passamontagna; chi invece cammina scalzo, pantaloncini corti, maglietta in segno di sfida con il clima; chi rappresenta il piacere di essere obeso mostrando gambe e ciccia; chi invece è asciutto come un fuso, secco secco.
Questi attori spontanei si muovono in maniera autonoma, si ignorano per strada l'uno con l'altro, ma quando sono intorno ad un tavolo mangiano in comune e chiacchierano, chiacchierano.
Non vedi un borghese in giro, inteso con abito completo, da impiegato di banca, tutti vestono "super casual", si pettinano alla maniera degli "scapigliati", chi con capelli colorati che vanno dal viola, all'azzurro, al rosso, chi con capelli randa. Insomma, fanno spettacolo, almeno per noi che viviamo di altri parametri. Qui avverti la libertà in ciascuno di questi protagonisti, lo star bene con se stessi, la sicurezza assicurata, snobbano il lusso (per fortuna non sono presenti le grandi firme di moda, perché qui "non c'è trippa per i gatti") incuranti del tempo impietoso. Insomma, noi viviamo in un lungo atto unico che fa star bene. Adesso, capiamo quella giovane cameriera italiana conosciuta in un ristorante: "Ero stanca degli italiani inconcludenti, individualisti, egoisti. Qui sto bene e mi fermerò per sempre!"
Come e cosa risponderle?

Ultima modifica il Lunedì, 01 Maggio 2017 07:53

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